Finalmente un grande dinamismo

18/01/2011
By Redazione FeS

L’India ha vissuto un buon 2010, sia a livello di andamento dell’economia sia dei mercati: l’incremento del Pil dovrebbe infatti aggirarsi per l’anno appena passato intorno all’8-8,5%, un livello grosso modo equivalente agli anni 2006-2007, all’apice del ciclo economico prima della crisi finanziaria. Contemporaneamente, anche il mercato azionario indiano è risultato il migliore dell’area Bric, con una crescita del Sensex che a fine anno si aggirava intorno al 24%. La struttura economica e finanziaria dell’India infatti è molto diversa da quella degli altri colossi del mondo emergente: il paese asiatico non è un grande esportatore né di prodotti finiti né di materie prime. Questa l’immagine del paese offerta da Jan Boudewijns, senior fund manager di Dexia asset management: «Nel 2010 l’India ha goduto di una forte performance del mercato azionario, grazie alla combinazione di diversi fattori economici, come ad esempio una produzione industriale robusta, consumi interni in forte crescita in virtù di una buona stagione dei monsoni,  un’inflazione in leggero calo, un forte afflusso di investimenti esteri e incoraggianti prospettive di vedere finalmente realizzare dal governo le riforme e gli investimenti in infrastrutture promessi, dal momento che può finalmente contare su una coalizione stabile e sulla mancanza di importanti appuntamenti elettorali».

Atteso un buon 2011

Il quadro appena esposto è indicativo della situazione indiana, un paese che finora non ha tenuto il passo della Cina nello sviluppo industriale, ma che vanta anche indubbi punti di forza, quali una minore dipendenza dal commercio estero e settori tecnologicamente molto avanzati. Il consensus per il prossimo anno sembra indicare che il 2011 sarà un buon anno, appena un po’ meno effervescente rispetto al 2010. Rajesh Varma, gestore del comparto Global leaders di  Dnca finance, su questo punto afferma:  «Per quanto riguarda le prospettive economiche dell’India, mi aspetto nuovamente forte crescita per il 2011, sebbene non ai livelli del 2010; probabilmente il Pil aumenterà dell’8%, in lieve calo rispetto al 9% che mi attendo per il 2010. A guidare la crescita dovrebbero essere la spesa pubblica per infrastrutture e i consumi domestici. È importante ricordare come, a differenza della Cina, solo una percentuale relativamente modesta dell’economia indiana sia legata al commercio estero (l’India vanta un rapporto export/Pil pari al 21%), ma comunque il suo grado di integrazione con il resto del mondo è molto più elevato che in passato».

Su un simile mix di elementi punta anche il team di gestione di Batterymarch financial management (parte del gruppo Legg Mason): «Ci aspettiamo che la crescita rimanga sostenuta anche nel 2011, dal momento che i salari dovrebbero crescere in percentuale a doppia cifra e il governo dovrebbe rimanere concentrato nel costruire le infrastrutture necessarie per facilitare l’attività economica. Inoltre, trattandosi di un’economia di grandi dimensioni a forte crescita in un mondo che invece cresce poco, l’India dovrebbe attrarre  forti flussi di capitali nel prossimo anno. Ciò dovrebbe portare a una maggiore domanda domestica e a creare ampie opportunità per gli investitori e le aziende globali».

Non manca, tra l’altro, anche chi vede addirittura un’accelerazione rispetto ai livelli di crescita del 2010. Ad esempio Jürgen Maier, fund manager in the team emerging markets equities di Raiffeisen capital management spiega: «Le prospettive dell’India per il 2011 sono positive. Dopo un incremento del Pil fra l’8% e l’8,5% nel 2010, gli economisti si aspettano un ulteriore lieve miglioramento per il 2011 con un aumento dell’output compreso fra l’8,5% e il 9%, grazie al miglioramento del comparto agricolo e alla continua crescita di industria e servizi».

Problemi e incertezze

Se l’economia indiana si trova oggi in una situazione promettente, grazie all’enorme modernizzazione del comparto agricolo appena iniziata, all’espansione dell’avanzato settore dei servizi e a un lungo atteso decollo industriale, non mancano comunque problemi e incertezze. Uno di questi problemi, ormai comune al mondo emergente, è l’inflazione. Jan Boudewijns di Dexia asset management indica come il paese, importatore netto di materie prime, sia particolarmente vulnerabile rispetto a questo tema: «L’economia potrebbe cominciare a sentire l’effetto di alcuni problemi. Prezzi delle materie prime in ascesa, causati in gran parte da politiche monetarie molto accomodanti, mancanza di manodopera qualificata e forte domanda da parte dei consumatori potrebbero aumentare le pressioni inflazionistiche e costringere la banca centrale a sviluppare un ulteriore giro di vite a livello di politica monetaria. Specialmente il rialzo dei corsi del greggio potrebbe avere negative conseguenze macro-economiche dal momento che il 70% della domanda energetica è soddisfatto tramite importazioni e i prezzi dei prodotti energetici al consumo sono sussidiati, elemento che potrebbe fornire anche, oltre a rialzare l’inflazione, pressioni negative su una situazione dei conti pubblici e delle partite correnti già fragile».

Non manca comunque chi vede, come già passato, il picco dei problemi nell’aumento dei prezzi. Fra questi Martin Leber, senior investment strategist di Vontobel asset management: «Il paese sta vivendo un periodo di inflazione a doppia cifra.  Il risultato è che la Reserve bank of India ha alzato il proprio tasso di interesse di riferimento sei volte. Questa politica sembra finora avere avuto successo: infatti l’inflazione dovrebbe scendere fino al 7,1% nell’anno fiscale 2011, livello che è accettabile per gli standard indiani. Di conseguenza ci aspettiamo che la banca centrale tagli i tassi dello 0,7%».

Previsto un calo dell’inflazione

Un calo ancora più pronunciato dell’inflazione vede Siddartha Sanyal, analista di Barclays capital: «Se da una parte non vanno ignorate le pressioni inflazionistiche di medio-lungo periodo presenti attualmente nel sistema, nell’immediato la crescita dei prezzi dovrebbe rallentare nei prossimi mesi fino all’area del +6,5% all’anno e arrivare vicino all’area del 5,5% a marzo-aprile, livello che corrisponde ai desideri della Banca centrale». Maier di Raiffeisen capital management conferma l’ipotesi di un’inflazione in calo con rischi, però, per la seconda parte di quest’anno: «Un elemento da monitorare con attenzione sarà l’andamento dei prezzi: nella prima parte del 2011 dovremmo vedere un calo dai livelli attuali fino al 6-7%, ma, se i prezzi delle materie prime dovessero continuare a salire nella seconda metà dell’anno, potremmo vedere un’inflazione nuovamente in crescita».

Meno preoccupante appare invece il problema dell’afflusso di hot money. L’India, infatti, presenta ancora parecchie fragilità tipiche di un paese in via di sviluppo: un forte disavanzo commerciale con l’estero, un elevato debito pubblico ed estero e carenza di infrastrutture e industrie di base. In questo scenario addirittura i capitali esteri appaiono una necessità per il definitivo decollo del paese. Interessante al proposito il quadro delineato da  Yves Kuhn, senior portfolio manager di Swisscanto: «La Cina ha varato misure per ridurre l’erogazione di nuovo credito. Lo yuan non è convertibile per quanto riguarda il conto capitale della bilancia dei pagamenti, pertanto la Cina riesce a gestire i flussi di denaro estero in maniera più semplice rispetto al Brasile. Quest’ultimo è diventato il recettore di ingenti quantità di capitali esteri, alla ricerca di rendimenti sia sull’obbligazionario in real, dove i rendimenti superano il 10%, sia sul mercato azionario locale. Il reddito fisso indiano è costituito soprattutto da corporate e finora i flussi si sono indirizzati soprattutto sulle azioni. Dal momento che l’India dovrebbe operare un notevole programma di privatizzazioni, il paese ha bisogno di attrarre questi flussi».

Un’analisi simile arriva anche dal team di gestione di Batterymarch: «Poiché la valuta indiana non è convertibile, a differenza del Brasile, il controllo dei flussi di capitale non richiede uno specifico intervento del governo. Inoltre l’India ha una tale necessità di finanziare la costruzione di infrastrutture da non potere essere soddisfatta solo dalle risorse interne. Infine deve anche finanziare i propri deficit commerciale e fiscale, al contrario di Cina e Brasile, che presentano dei surplus». Non manca anche chi vede un possibile scenario di controllo dei capitali. Leber di Vontobel asset management afferma: «Sì, indubbiamente controlli al flusso dei capitali sono possibili per evitare l’afflusso di denaro speculativo».

Se lo scenario appare tutto sommato favorevole, è più complesso per quanto riguarda il mercato azionario. La forte crescita dell’anno passato ha reso infatti le valutazioni non particolarmente interessanti, come ricorda Leber di Vontobel asset management: «Il mercato azionario locale è caro: il P/e stimato dagli analisti è notevolmente superiore alla media di  lungo periodo. Inoltre le attuali previsioni di un utile medio per azione di 47,62 rupie sono attualmente già al di sopra della soglia raggiunta. Il mercato non appare particolarmente attraente».

Una scommessa growth

Data l’attuale struttura dell’economia indiana, la borsa locale appare soprattutto come una scommessa growth sostanzialmente pro-ciclica. Da questo punto di vista le occasioni non mancano, soprattutto nel settore dei servizi, fortemente competitivo e capace di generare enormi profitti con un’efficiente struttura di capitale. Ricorda infatti Jim O’Neill, presidente di Goldman Sachs asset management: «La crescita dell’India è stata accompagnata da un alto livello di profitti e vi sono diverse ragioni per cui il Roe delle aziende indiane è fra i più elevati del mondo. Innanzitutto le famiglie fondatrici e la generazione immediatamente successiva posseggono tuttora circa la metà del listino indiano: pertanto tendono a impiegare il capitale in maniera molto giudiziosa per massimizzare i rendimenti. Inoltre il vasto settore dell’It indiano è molto efficiente a livello di impiego del capitale, dal momento che è quasi interamente composto da società di software e di servizi, che tendono ad avere maggiori margini di profitto e maggiori rendimenti sul capitale investito, rispetto ai produttori di hardware. Infine la privatizzazione di settori quali la generazione di elettricità ha portato a incredibili rendimenti del capitale, dal momento che queste aziende beneficiano nello stesso momento del processo di espansione infrastrutturale».

Una visione non molto dissimile arriva da Kuhn di Swisscanto: «In termini di P/e l’India scambia a premio rispetto alla media dei mercati emergenti, anche se il mercato indiano scambia attualmente a un livello più basso rispetto alla propria media storica di forward price-to-book».

L’efficienza del comparto dei servizi indiano dunque dovrebbe ottenere un’ulteriore spinta da un quadro ciclico che, nonostante tutto, sembra migliorato negli scorsi mesi; a questo elemento se ne aggiungono altri locali, quali la vorticosa crescita dei consumi e il decollo infrastrutturale del paese. Ricorda infatti Maier di Raiffeisen capital management: «Il principale driver della crescita dei profitti sarà nel campo delle infrastrutture, dal momento che molti progetti iniziati nel 2010 hanno tempi di esecuzione che vanno dai 12 ai 24 mesi e vi è una nuova enorme lista di nuovi progetti per il 2011. Le azioni legate ai consumi dovrebbero inoltre sperimentare una crescita dei profitti, dal momento che ci aspettiamo una continua, forte domanda da una classe media in crescita man mano che sempre più persone sono in grado di permettersi una moto, un’auto o un appartamento».

Nonostante i rischi, neppure la temuta inflazione sembra in grado di fermare questo processo per Varma di Dnca finance: «Ci sono comparti che hanno sofferto e continueranno a farlo, quali il cemento, l’auto e i consumi, a causa degli alti costi delle materie prime. Però in questi settori l’aumento del fatturato rimane robusto, grazie ai significativi aumenti dei salari degli ultimi anni. Ritengo che i consumi domestici rimarranno forti, nonostante l’inflazione generata dalle commodity».

Se l’India riuscirà finalmente a raggiungere pienamente lo status di paese industrializzato non sarà un po’ di inflazione a rovinare la festa.

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