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Fed. Powell si è arreso all’evidenza

Fed. Powell si è arreso all’evidenza

Fed, Powell si è arreso all’evidenza. Settimana scorsa è stata la Fed statunitense a sventolare bandiera bianca e ad “arrendersi” metaforicamente all’evidenza di un ciclo economico globale in rallentamento. Il weekly di Amundi

La frenata sta dispiegando i propri effetti perniciosi anche sull’economia a Stelle e Strisce, effetti in larga parte auto-inflitti dalla guerra dei dazi intentata dal Presidente Donald Trump alla Cina ed al resto del mondo. Ed è così che la Banca Centrale USA nella prima riunione ufficiale del 2019 ha di fatto abdicato alla politica progressiva di rialzi dei tassi di interesse iniziata sul finire del 2015 dall’allora Presidente Fed Janet Yellen e proseguita nel 2018 dal suo successore Jerome Powell. D’ora in avanti gli “ulteriori aggiustamenti”, e non più necessariamente rialzi, come citato nel comunicato successivo alla riunione conclusasi mercoledì del FOMC, dei tassi di interesse saranno basati sull’evoluzione dei dati macro economici alla luce del rallentamento in atto dell’economia globale. Inoltre, la Fed si è detta disposta a riconsiderare il programma prestabilito di riduzione del proprio bilancio, rivedendo eventualmente in corso d’anno il ritmo di non reinvestimento dei titoli del Tesoro USA in proprio possesso a seguito dei periodi di allentamento quantitativo posti in essere dalla Grande Crisi Finanziaria del 2008 che giungono via via a scadenza.

La svolta nella politica monetaria della Fed, che ha seguìto l’atteggiamento morbido già espresso la settimana precedente dalla BCE, ha fornito ulteriore linfa vitale ai mercati azionari e del credito durante la settimana appena trascorsa, il che ha consentito di chiudere il mese di gennaio con rialzi diffusi e di entità storica in alcuni casi. Infatti, il mercato USA ha messo a segno con un rialzo di quasi l’8% il miglior gennaio dal 1987, aggiungendo nell’ultima settimana un ulteriore +1,6% (Indice S&P 500), nonostante la settimana fosse partita in sordina a causa degli “allarmi utili” di Nvidia e Caterpillar. Moderatamente positiva la settimana anche per i mercati dell’Area Euro con un +0,25% dell’Indice Eurostoxx 50, nonostante il segno negativo registrato dall’Italia (-1,2%), che è costretta anch’essa ad issare bandiera bianca ed arrendersi alla recessione tecnica,
decretata di fatto da due trimestri consecutivi di crescita negativa del nostro Prodotto Interno Lordo nel secondo semestre del 2018. Infine, Giappone invariato e mercati emergenti che avanzano dell’1,7%, beneficiando di un dollaro più debole e delle mutate prospettive sui tassi statunitensi.

Sul fronte dei mercati obbligazionari rendimenti ancora in calo sulla curva USA sia sulle scadenze brevi sia su quelle lunghe, nonostante i positivi dati sulla creazione di nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo in gennaio (+304.000 rispetto ai +165.000 attesi) e sulla ripresa dell’Indice ISM manifatturiero (56,6 vs. 54,2 atteso), pubblicati entrambi venerdì 1 febbraio. Rendimenti in ulteriore lieve calo anche in Germania (-2 punti base sul Bund decennale), mentre torna ad allargarsi il nostro differenziale sul finire di settimana in seguito ai deludenti dati sulla (de)crescita interna sopra citati per chiudere a 258 punti base (+12 pb).

Quanto alle commodity in ripresa il petrolio che sale dell’1,9% a 62,75 dollari al barile (Brent), mentre prosegue il rialzo dell’oro (+1%) sospinto essenzialmente dall’indebolimento del dollaro USA. Quest’ultimo, infatti cede lo 0,44% contro Euro.

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