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Banor Capital: “Prudenza sul mercato del credito”

Banor Capital: “Prudenza sul mercato del credito”

Chiude l’inchiesta di Fondi&Sicav dedicata ai corporate bond globali Francesco Castelli, head of Fixed Income Banor Capital

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Francesco Castelli, Banor Capital

Francesco Castelli, Banor Capital

Come hanno reagito i corporate bond ai rialzi dei tassi d’interesse decisi dalla Federal Reserve? Quali tipologie di obbligazioni societarie hanno retto meglio e quali sono state più penalizzate?

La normalizzazione dei tassi Usa cui si è assistito quest’anno ha portato, come naturale, un rialzo dei rendimenti su obbligazioni governative e corporate. La stranezza del 2018, tuttavia, è stata la sottoperformance delle emissioni societarie: di solito, in fasi di politica monetaria rialzista, le obbligazioni corporate “assorbono” meglio il contraccolpo dei tassi in rialzo. Una buona performance economica, infatti, si accompagna spesso con una restrizione degli spread dei titoli corporate. L’anomalia è probabilmente legata alla bolla del credito: non solo i tassi di interesse, ma anche gli spread di credito, sono stati per anni troppo bassi; la normalizzazione del 2018 ha riportato equilibrio, colpendo il mondo degli spread in misura anomala: gli spread medi in Usa sono passati da 0,90% a inizio anno al livello corrente di 1,31%. Gli high yield (emittenti con rating basso, sotto il livello di investment grade) hanno dapprima tenuto bene: da fine settembre in poi, però, la performance è passata repentinamente da positiva a negativa, con un incremento improvviso di oltre 100 punti basi (per uno spread corrente di 4,25%). L’ondata di pessimismo che ha colpito la Borsa americana ha contagiato, in linea con le correlazioni storiche, anche il mondo dei titoli obbligazionari più rischiosi.

In vista della fine del QE nell’Eurozona e di un probabile incremento dei tassi anche nel Vecchio Continente, quali fattori ritenete sia opportuno considerare per selezionare un portafoglio di corporate bond?

In Europa, i tassi non sono aumentati, rimanendo ancorati al livello negativo di 0,40. Tuttavia, anche da noi si è vissuto un mercato negativo per le obbligazioni di credito: gli spread, infatti, sono sensibili non solo al rialzo dei tassi ma anche alla minore liquidità iniettata dalle banche centrali. La ritirata delle Bce, che durante l’anno ha progressivamente ridotto il suo intervento monetario, ha inciso sugli spread e continuerà a metterli sotto pressione anche nel 2019. Eventi politici (come, ad esempio, il braccio di ferro tra governo italiano e Commissione Europea) hanno aggravato la situazione di tensione, penalizzando i titoli italiani in particolare e le banche in generale (tutte le banche europee, infatti, sono esposte in varia misura ai Btp italiani).

Rimaniamo prudenti sul mercato del credito: l’avversione al rischio degli investitori è infatti determinata da un terzetto infernale (crescita globale in rallentamento, politiche monetarie in restrizione e incertezze politiche). Prima di una radicale inversione della tendenza negativa del mercato, dovremo vedere anche un rasserenamento su queste tre variabili: rimaniamo quindi posizionati in maniera prudente, con molta cassa pronta a essere impiegata nel corso del 2019, quando le condizioni di mercato diventeranno progressivamente più stabili.
Nel frattempo, raccomandiamo di privilegiare gli emittenti più solidi; malgrado le difficoltà, vediamo opportunità anche in Italia: istituti come Intesa e Unicredit, offrono ottimi rendimenti; lo stress test Eba ci ha confermato la solidità di queste due banche, in grado di sopravvivere anche in condizioni di grande avversità.