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Bear market: non è ancora arrivato il momento

Bear market: non è ancora arrivato il momento

Secondo Carlo De Luca, responsabile asset management di Gamma Capital Markets, il 2019 sarà l’anno della robotica e dell’intelligenza artificiale

De Lca

Carlo De Luca, Gamma Capital Markets

Nonostante le forti correzioni delle ultime settimane, il mese di dicembre 2018 si è chiuso con l’indice S&P 500 ancora sopra il canale rialzista di lungo termine (ogni candela rappresenta un mese) che è stato rotto solo momentaneamente. L’avvicinamento al livello di 2.350 potrebbe rappresentare dunque un’area di acquisto.

La pronta reazione è un buon segnale anche perché in questi giorni semi festivi le “macchinette” sono impostate a velocità ridotta e nonostante questo i volumi sono stati fortissimi perché spostano gli indici velocemente su livelli dove scattano altre operazioni (il paradosso è che la minore liquidità genera movimenti ampli che generano più volumi).

Sul Nasdaq 100 stiamo assistendo a un riposizionamento a seguito di un rialzo troppo veloce ed eccessivo di questo mercato, quindi poco sostenibile. A nostro modo di vedere, la correzione attuale era attesa e benvenuta, tanto che ci aspetteremmo un ulteriore 10% di discesa dagli attuali livelli.

Contrariamente ai molti che sostengono che ci troviamo in un bear market semplicemente perché gli indici hanno perso più del 20% (una semplificazione che non possiamo più permetterci di seguire), in realtà dobbiamo constatare che il trend sul canale rialzista di lungo periodo è ancora intatto, nonostante la perdita di valore attuale.

Ciononostante, la grande volatilità suggerisce di avere un esposizione più bassa rispetto al normale e una selezione di titoli con Beta inferiore e meno ciclici, pur rimanendo valida la convinzione che, seppur a questi livelli , si sia entrati in una fase di forte correzione e non di recessione. La Fed, Jp Morgan e Goldman Sachs non vedono in alcun modo un rischio di recessione nel 2019, forse molto lieve nel 2020 per cui riteniamo che questi tre grandi istituti finanziari riescano a intravedere situazioni che il mercato non riesce ancora a interpretare e che soprattutto legga in maniera oltremodo pessimista perché non crede in un accordo tra Cina e Usa, unica vera variabile che può anticipare la recessione dal 2020 al 2019.

Infatti, qualora non si trovasse una comunità di intenti, le Borse potrebbero perdere ancora 10-20 punti percentuali generando di fatto una recessione dell’economia grazie al cosiddetto effetto “spillover” ovvero con le perdite finanziarie accumulate nei portafogli che diminuirebbero di fatto il potere di acquisto dei consumatori (come avvenne allo scoppio delle bolle del 2000 e del 2008).

In tale contesto ancora in via di definizione ma pur sempre in fase di correzione, la nostra strategia di investimento si adegua tanto che stiamo aumentando i titoli meno ciclici (considerato che il ciclo è giunto a maturazione) pur prediligendo ancora una selezione di titoli growth rispetto a quelli value o se proprio vogliamo essere pignoli i titoli blend (che sono la giusta via di mezzo per questi mercati). I titoli growth che manteniamo in portafoglio sono esclusivamente quelli che si stanno avvantaggiando della disruption tecnologica (e che di conseguenza riescono a generare utili più dei peers) o dei megatrend demografici.

E’ indubbiamente un momento molto complicato perché il mercato sta provando, dopo tanti anni di Qe, a “camminare” da solo guardando unicamente i dati economici in un contesto di incertezza politica economica e monetaria, con una Fed ancora troppo hawkish se si considera la fase del ciclo economico in cui ci troviamo.

Pertanto, abbiamo ridotto la componente Beta dai portafogli e siamo usciti dai titoli tecnologici sopravvalutati e che scontavano utili futuri un po’ troppo alti, mentre siamo rimasti in quella con utili consolidati (Pe 15-18). Tra le scelte settoriali, abbiamo aumentato pharma, food&beverage e siamo usciti da automotive, mentre abbiamo ridotto difesa militare e aumentato i servizi sanitari. Siamo usciti anche dai titoli della robotica industriale per entrare in quelli legati all’ intelligenza artificiale (meno automazione e semiconduttori e più software). Abbiamo dunque modificato il portafoglio seguendo un’impostazione meno hard e più soft (beni meno discrezionali, titoli tech meno legati agli investimenti e più all’implementazione del software), riuscendo a individuare delle buone opportunità all’interno dei megatrend come ad esempio la virtualizzazione dei dati sul cloud, che necessitano per forza di cose di una sicurezza di base. Motivo per cui tutte le aziende che vendono cybersecurity stanno avendo un exploit fortissimo e conviene tenerle in portafoglio. La ricetta è sempre quella di accumulare posizioni e ragionare nel lungo termine.

Confermiamo che anche per noi, come per molti altri, il 2019 sarà l’anno della robotica e dell’intelligenza artificiale,  soprattutto dopo la correzione del 32% dai massimi dell”indice ROBO (che soffriva il + 70% del periodo 2016/2017).