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Collisione in corso

Collisione in corso

Collisione in corso. Il ciclo economico globale, in fase di rallentamento, si sta scontrando con la normalizzazione monetaria che ne sta causando l’ulteriore indebolimento. Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac

Il 2018 ha dato avvio agli effetti collaterali conseguenti a lunghi anni di assuefazione dei mercati a un costo agevolato del debito, ovvero all’esigenza per le Banche Centrali di iniziare finalmente a riassorbire dai mercati la massa di liquidità immessa.

L’apprezzamento del dollaro o il rialzo dei tassi d’interesse avviato dalla Federal Reserve statunitense rientrano in questo contesto e attirano particolarmente l’attenzione degli osservatori. Tuttavia in questa fase del ciclo economico non rappresentano affatto dei fenomeni straordinari. Uno dei principali effetti iatrogeni è invece costituito dalla riduzione del bilancio della Fed, dopo l’aumento di circa 3.600 miliardi registrato dalla fine del 2008. Le conseguenze del riassorbimento di 50 miliardi di dollari di liquidità a cadenza mensile dal sistema finanziario sono tanto complesse, e probabilmente ugualmente sottovalutate, quanto lo erano dieci anni fa quelle che anni di “quantitative easing” avrebbero provocato.

Il 2018 ha pertanto già dimostrato che la riduzione del volume di dollari disponibili, in combinazione con la riforma fiscale dell’Amministrazione Trump che incoraggia il rimpatrio dei capitali, ha letteralmente dirottato i dollari detenuti nei paesi emergenti verso gli Stati Uniti. Questo effetto è di per sé il motivo di gran parte della forte correzione registrata dai mercati azionari e obbligazionari in America Latina e in Asia.

Più in generale, la crescita e soprattutto il commercio a livello mondiale dipendono anch’essi in modo significativo dalla disponibilità di liquidità in dollari. La Fed è un po’ la Banca Centrale della crescita globale. La Cina, ovviamente, risente già di un notevole rallentamento delle esportazioni, superata la tregua concordata a Buenos Aires, ancor prima che l’escalation protezionistica di cui è oggetto possa ipoteticamente aggravare lo scontro. Questo rallentamento si somma a quello più strutturale dell’economia cinese, a causa della sua tassativa necessità di ridurre il debito.

Gli indicatori della crescita europea, fortemente legati al commercio mondiale, hanno anch’essi registrato un’inversione di tendenza, mentre il nuovo calo della fiducia della famiglie in Francia non contribuirà affatto a risvegliare la domanda interna.

L’eccezione stessa rappresentata dagli Stati Uniti evidenzia crescenti segni tangibili di vulnerabilità. La prima causa di questa fragilità è la combinazione tra la riduzione del bilancio della Fed e il forte incremento del fabbisogno di finanziamento del disavanzo fiscale dell’Amministrazione Trump.

Questo ulteriore scontro ha fatto aumentare i tassi decennali statunitensi dal 2,4% all’inizio dell’anno a picchi superiori al 3,2% nei mesi di ottobre e novembre, spingendo al rialzo i tassi dei mutui, ed accelerando così il calo degli investimenti nell’edilizia residenziale. In questo scontro a catena si inserisce l’effetto ricchezza sui consumi, che era stato uno dei principali canali di trasmissione dell’allentamento monetario all’economia reale, e che sta perdendo colpi per effetto dello scricchiolamento del mercato immobiliare e dei mercati azionari. Infine, gli investimenti delle imprese statunitensi sono calati nel terzo trimestre, visibilmente scoraggiati dalle incertezze legate alle tensioni commerciali con la Cina.

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