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Diversificazione valutaria, conviene ancora?

Diversificazione valutaria, conviene ancora?

Diversificazione valutaria, conviene ancora? Gli investitori europei devono prendere in considerazione un nuovo fattore nel momento in cui decidono di investire in asset denominati in dollari statunitensi: il costo della copertura dal rischio di cambio

Da sempre sentiamo dire che il portafoglio di ogni investitore dovrebbe essere caratterizzato da un buon livello di diversificazione: tra asset, per aree geografiche e per divise. Tuttavia, il problema sorge per coloro che vogliono ridurre il rischio complessivo del portafoglio acquistando asset denominati in valute diverse dall’euro ma ricorrendo a coperture del rischio di cambio.

L’obiettivo di questa scelta consiste nel limitare la diversificazione a emittenti e aree geografiche, senza assumersi anche il rischio derivante dalla naturale volatilità dei cambi. In altri termini, l’investitore cerca di trarre benefici dall’andamento dell’asset sottostante, senza tuttavia accollarsi il rischio ascrivibile alle oscillazione dei cambio tra la valuta di emissione e l’euro.

Per esempio, se si volesse investire in un fondo comune d’investimento azionario Usa, il sottoscrittore resterebbe esposto all’andamento dell’indice Standard and Poor’s 500 ma non alle sorti del biglietto verde. Per garantire questa copertura del rischio di cambio i gestori utilizzano contratti forward a tre mesi che vengono rinnovati a ridosso della loro naturale scadenza. Per il calcolo del cost of hedging si tiene conto del tasso di cambio spot (tasso di cambio attuale) e del differenziale tra i tassi d’interesse a scadenza tra entrambe le aree geografiche.

Il continuo rialzo dei tassi d’interesse Usa causato dalle scelte di politica monetaria della Federal Reserve e il perdurare di tassi prossimi allo zero nell’eurozona, ha pilotato il differenziale sui massimi storici.
Attualmente, assumere posizioni in dollari e coprire il rischio divisa a 12 mesi implica un cost of hedging prossimo al 3,5%. Non si tratta di una commissione, ma di una circostanza di mercato che rende molto costosa la copertura da questo tipo di rischio.

Cosa ci riserva il futuro?
Sembra che i tassi d’interesse siano destinati a restare bassi in Europa ancora per molto tempo. Le ipotesi formulate dagli esperti indicano un primo probabile ritocco dei tassi da parte della Bce nel corso dell’estate 2019. I più ottimisti ipotizzano due rialzi nel 2020 tali da portare il tasso di riferimento allo 0,5% e altri due incrementi da un quarto di punto che spingano il costo del denaro all’1% nel 2021. In tutti i casi, il ritmo di risalita dei tassi nell’eurozona sarà lento, a meno che non si manifestino improvvise pressione inflazioniste.

Al contrario, negli Usa a dicembre potrebbe arrivare il quarto rialzo del costo del denaro del 2018. Altri tre ritocchi sono previsti per il 2019. Questo scenario, se confermato, porterà un ulteriore incremento dei costi di copertura valutaria.

Implicazioni per gli investitori in bond
Per gli investitori europei, la sottoscrizione di asset denominati in usd a breve scadenza (due anni) –che rendono il 2,85% annuo e consentono di coprire l’inflazione Usa- comporta un cost of hedging talmente elevato da annullare il rendimento offerto dalla cedola.

L’alternativa è sottoscrivere il debito denominato in Usa per incassare le ricche cedole offerte da questi titoli. In questo caso la speranza è che l’eventuale indebolimento dell’usd non sia tale da annullare i guadagni cedolari. Quest’opzione può essere appetibile per coloro che amano detenere una quota di portafoglio denominata in usd nel lungo termine e non si preoccupano delle oscillazioni della valuta Usa nel breve e medio termine.

Infine, una terza opzione, interessante per coprirsi da eventuali tracolli dei mercati internazionali, è la divisione delle quote obbligazionarie tra asset denominati in euro e veicoli focalizzati in Treasury bond in usd coperti dal rischio di cambio che rappresentano da sempre un rifugio in momenti di crisi.

Rocki Gialanella

Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

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