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Corea, non bastano più le tre stelle

Corea, non bastano più le tre stelle

di Pinuccia Parini

Al sedicesimo posto della graduatoria delle famiglie più ricche del mondo, si posizionano i Lee, da tre generazioni alla guida del gruppo Samsung, che comprende ben 62 società. La loro vicenda ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del paese. 

Nel 1938 Lee Byung Chul, che aveva appena perso il padre, decise di usare la sua eredità per aprire un’azienda di trasporti di pesce, frutta e verdura attraverso la penisola coreana, spingendosi addirittura sino a Pechino. Decise di chiamare la società Samsung, il cui significato è “tre stelle”, anziché usare il nome di famiglia Lee, molto comune in Corea. La società crebbe negli anni tanto da divenire, allo scoppio della guerra in Corea nel 1950, una delle maggiori trading company del paese. Per Lee Byung Chul lo scoppio del conflitto e le dinamiche a esso connesse ebbero un impatto positivo sulla crescita dell’impresa. La guerra, però, si concluse con la divisione del paese tra Nord e Sud, con ripercussioni che si tradussero in instabilità politica e, per la Corea del Sud, in un susseguirsi di capovolgimenti politici e colpi di stato che videro, solo nel 1993, eletto per la prima volta un presidente che non aveva precedenti nell’apparato militare (Kim Young Sam). 

Fu proprio in quegli anni che nacque una serie di nuovi imprenditori che ravvivarono il tessuto economico del paese e fu in tale contesto che nacquero i chaebol, ovvero conglomerati controllati da singole famiglie che, sotto l’egida del governo di allora, permisero la crescita e lo sviluppo dell’intera economia. Fu grazie a questi gruppi che nel 1963, dopo un colpo di stato, l’allora presidente Park Chung Hee lanciò il programma di modernizzazione della Corea del Sud, dando vita così a un modello di capitalismo guidato dall’alto, dove il governo sceglieva e sosteneva un numero selezionato di interlocutori per realizzare il proprio progetto. Negli anni il successo dei chaebol fu possibile grazie alla stretta collaborazione con l’esecutivo che concesse loro una serie di facilitazioni fiscali e finanziarie per diventare veri e propri giganti, che controllavano e sostenevano l’economia coreana. Il connubio tra potere politico e potere economico non fu però scevro di distorsioni e connivenze che sbilanciarono gli equilibri all’interno del paese.

SEMPRE PIÙ POTENTE

Fu in questo contesto che tra la fine degli anni ‘60 e la metà dei ’70 Samsung diversificò le proprie attività nel campo dell’elettronica, delle costruzioni e della cantieristica e divenne un insieme industriale sempre più potente. Alla morte di Lee Byung Chul nel 1987, il figlio Lee Kun Hee gli succedette alla carica di presidente. Nel giro di pochi anni trasformò il gruppo per renderlo sempre più competitivo a livello internazionale, puntando sulla qualità e non solo sulla produzione di massa. Si trattò di una vera e propria trasformazione, anche a livello culturale, che attraversò tutta la nazione. 

Nel 2008 Lee Kun Hee fu costretto a dare le dimissioni, dopo lo scoppio di uno scandalo in cui il capo della Samsung era stato accusato di avere corrotto funzionari pubblici e magistrati per nascondere reati ed evasioni fiscali. Nel 2009, suo figlio, Lee Jae Yong venne nominato chief operating officer di Samsung Electronics, sino a diventarne vicepresidente nel 2014. Fu proprio allora che la sua figura divenne sempre più importante e determinante nel decidere le linee guida del gruppo, senza avere però l’esperienza e la visione di lungo periodo del padre, che aveva fatto diventare l’azienda un vero e proprio gigante da cui dipende il 20% del Pil coreano. Le decisioni prese da Jae Yong furono chiare da subito: conquistare il controllo di Samsung Electronics, il vero e proprio gioiello di famiglia. Fu questa operazione, con l’incorporazione di aziende a essa connesse, che permise alla famiglia Lee di controllare il conglomerato, con forti critiche delle parti interessate. 

Nel 2017 Lee fu accusato di corruzione, appropriazione indebita e falsa testimonianza, riconosciuto colpevole e condannato a cinque anni di prigione, poi dimezzati e infine sospesi dalla corte d’appello nel 2018. Lo scandalo fece emergere, ancora una volta, gli stretti legami e gli interessi tra i grandi conglomerati coreani e i leader politici, che portarono alle dimissioni dell’allora presidente Park Geun Hyel, al suo arresto e alla sua condanna.

IL VERO GIOIELLO

Nonostante le traversie che hanno riguardato i membri più importanti della famiglia Lee, oggi Samsung ha mantenuto al suo interno una diversificazione delle attività tra cui il vero gioiello è Samsung Electronics. Quest’ultima è la seconda più grande azienda tecnologica al mondo, dopo Apple, è leader nelle telecomunicazioni e nei chip per semiconduttori ed è al 14° posto tra le imprese più grandi al mondo (classifica di Forbes 2018). I primi 10 chaebol controllano più del 27% delle attività imprenditoriali della Corea e i maggiori pesano per circa il 50% dell’indice di borsa coreano, la cui percentuale maggiore (30%) è detenuta dal gruppo Samsung. 

Le critiche alle politiche di remunerazione degli azionisti di Samsung Electronics sono state molteplici. Le stesse strategie aziendali nei confronti della forza lavoro mostrano profonde mancanze. Lo scorso novembre, dopo averlo negato per dieci anni, l’azienda ha riconosciuto i danni fisici causati ai lavoratori negli impianti di produzione di chip e schermi Lcd. L’arbitrato raggiunto ha visto Samsung Electronics sborsare 132 mila dollari per ogni dipendente malato di cancro o di altre gravi malattie a causa dell’esposizione a materiali nocivi. 

Nonostante il successo a livello mondiale dei suoi prodotti, le vicende legate al nome Samsung lasciano spazio a profonde riflessioni, soprattutto in merito a una riforma della corporate governance più volte annunciata e mai, di fatto, pienamente realizzata. E ciò non riguarda solo il gruppo Samsung, ma l’intero sistema dei chaebol, sempre più messo sotto osservazione e criticato dall’opinione pubblica. La commistione tra politica e business è continuata negli anni e ha visto condannati per corruzione e frode i capi non solo di Samsung, ma anche  di Hyundai, Lotte e Sk, nessuno dei quali ha di fatto scontato la pena comminata. 

TESSUTO CALCIFICATO

L’elezione del nuovo presidente Moon Jae In, nel 2017, dopo lo scandalo che aveva fatto dimettere la presidente Park Geun Hye, condannata poi a 24 anni di carcere per avere chiesto tangenti ai chaebol più importanti, aveva fatto sperare in un profondo cambiamento dopo 60 anni caratterizzati dalla collusione di interessi tra politica e affari. È difficile però mutare un tessuto economico e sociale così calcificato. Nel 2018 le attese di un miglioramento della corporate governance in Corea sono state in parte disattese. I segnali di cambiamento ci sono, ma non sono ancora sufficienti. La questione è delicata, visto il potere economico dei chaebol e del loro determinante contributo a investimenti in ricerca e sviluppo, ma la classe politica non è riuscita a fornire sufficienti incentivi per migliorare la governance. 

La Fair trade commision è attualmente guidata da un nuovo responsabile, Kim Sang Jo, conosciuto anche con il soprannome “il cecchino dei chaebol”, che ha introdotto multe più severe per le aziende che non rispettano le regole; sanzioni vengono comminate anche a coloro che non presentano la documentazione richiesta dalla commissione. 

UNA MORAL SUASION

L’atteggiamento assunto dalla Ftc sembra più incline a esercitare una moral suasion sulle società e a condurle ad approntare una serie di cambiamenti volontari. Le strutture dei chaebol sono molto complesse, volutamente intricate, e necessitano di essere riviste. È quindi necessario avviare una serie di riforme che vadano in questa direzione, per rendere le imprese coreane più competitive, incentivare la partecipazione degli azionisti e attrarre quella di nuovi investitori. E l’introduzione dello stewardship code è stata un passo importante che dovrebbe dare maggiore voce agli azionisti, in particolare con la sua adozione da parte del National pension service, che è anche il maggiore azionista della borsa coreana. Sarà importante vedere quante altre istituzioni si muoveranno nella stessa direzione nei prossimi mesi, anche se si iniziano a intravedere segnali incoraggianti da parte di asset manager locali.

La sfida più importante è nelle mani del presidente Moon Jae In che ha promesso di abbandonare il modello di crescita focalizzato sui chaebol, per lasciare più spazio ai giovani imprenditori e alle piccole e medie imprese. Questo significa cambiare un intero sistema, che per decenni è stato permeato da quella cultura che voleva, a tutti i costi, fare emergere la Corea del Sud e farla diventare più forte, ovviamente della Corea del Nord, ma anche del Giappone. Samsung, alla fine, ha sconfitto Sony, ma ciò non basta a costruire un futuro per il paese. Oggi il modello coreano è sempre più messo in discussione dai suoi stessi cittadini, insoddisfatti per quanto poco sia stato fatto per combattere la corruzione nel paese e contrastare lo strapotere dei chaebol. Sul tavolo c’è un impegno ancora più importante che il presidente Moon si è assunto: creare le condizioni per una maggiore equità e puntare a una crescita inclusiva. Anche questa è un’ardua lotta.

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