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Credito positivo con politica monetaria prudente

Credito positivo con politica monetaria prudente

Olivier Debat, senior investment specialist, Union Bancaire Privée (Ubp), risponde alle domande di Fondi&Sicav sui corporate bond globali

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Debat, Ubp

Olivier Debat, Ubp

Come hanno reagito i corporate bond ai rialzi dei tassi d’interesse decisi dalla Federal Reserve? Quali tipologie di obbligazioni societarie hanno retto meglio e quali sono state più penalizzate?

Guardando alla normalizzazione della politica monetaria della Fed – l’annuncio della fine del Qe nel 2013 e dei primi 100 punti base di aumento dei tassi – crediamo che l’impatto complessivo delle obbligazioni societarie sul rendimento sia stato positivo.

Quando Ben Bernanke, allora presidente della Fed, preannunciò la fine del programma di Qe nel giugno 2013, la prima reazione del mercato fu negativa: gli spread si allargarono e i tassi di interesse aumentarono. Una volta digerita la notizia, i rendimenti delle obbligazioni societarie diventarono positivi. Nel mese di giugno 2013, il credito statunitense generava un ritorno pari a -2,2%. Nei successivi 6 mesi, il credito Usa registrò il 2,2% e il settore finanziario realizzò + 2,8%.

Passando al periodo in cui la Fed ha avviato la normalizzazione dei tassi e i primi 100 punti base di aumento dei tassi (da dicembre 2015 a dicembre 2017), le obbligazioni societarie hanno registrato un rendimento dell’8,4%, mentre i titoli finanziari hanno sottoperformato (7,7%).

In altre parole, un contesto macroeconomico solido, combinato con una politica monetaria prudente e graduale, favorirebbe il credito. Questo scenario dovrebbe essere utilizzato per analizzare le prospettive per l’Europa e la fine del Qe della Bce.

In vista della fine del Qe nell’Eurozona e di un probabile incremento dei tassi anche nel Vecchio Continente, quali fattori ritenete sia opportuno considerare per selezionare un portafoglio di corporate bond?

Quella di Bernanke nel 2013 e quella di Draghi nel 2018 sono due situazioni molto diverse. Oggi, gli investitori sanno che la fine di un programma di acquisto di asset, se comunicata con cautela, è molto probabile che non provochi troppa turbolenza sui mercati. La Bce ha imparato la lezione dalla Fed e dall’aprile 2017 ha gradualmente eliminato il Qe. Da allora, gli acquisti mensili della Bce sono diminuiti da 80 a 20 miliardi. Pertanto, è improbabile che la fine del Qe della Bce causi uno shock e sia una ripetizione dell’annuncio a sorpresa della fine del Qe da parte della Fed nel giugno 2013.
Nel breve termine, in un contesto in cui i nodi verranno al pettine su una serie di sviluppi ancora poco chiari – la Brexit, la legge di bilancio italiana e le tensioni commerciali fra Usa e Cina, insieme a un mercato apparentemente meno liquido man mano che le banche centrali riducono gradualmente il loro supporto – preferiamo concentrare la nostra esposizione creditizia sugli indici Cds in investment grade e ad alto rendimento. In Europa, secondo uno studio della Bank of America, gli indici Cds rappresentano l’80% del volume giornaliero scambiato sui mercati del credito.

Stefania Basso

Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.

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