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Decarbonizzazione degli investimenti e dell’economia

Decarbonizzazione degli investimenti e dell’economia

Decarbonizzazione. Anche se può sembrare difficile da pronunciare, è un termine che ricorre sempre più di frequente nel dialogo tra gli asset manager e i loro clienti. Che siano grandi investitori istituzionali, fondi pensione o fiduciarie che rappresentano piani di risparmio aziendale, i clienti si dimostrano sempre più interessati a questo tema, con l’obiettivo di integrare le tematiche ambientali nelle loro decisioni di investimento. E questa sensibilità non è solamente conseguenza delle normative implementate nei vari paesi, ma anche della nuova consapevolezza da parte dell’opinione pubblica riguardo agli effetti delle emissioni di carbonio sull’ambiente.

Nel corso di un convegno organizzato in Vaticano il 9 giugno scorso, Papa Francesco, rivolgendosi ai leader delle più importanti compagnie petrolifere e di altre aziende che operano nel settore energetico, ha nuovamente fatto riferimento a questa delicata questione. In particolare il Pontefice ha lanciato un appello affinchè vengano intensificati gli sforzi “per assicurare un più completo accesso all’energia da parte dei Paesi meno sviluppati” e per diversificare “le fonti energetiche e promuovere lo sviluppo sostenibile di fonti di energia rinnovabili”. Già nelle 180 pagine del suo intervento sull’ambiente, pubblicato nel giugno 2015, il Papa aveva dichiarato che “la tecnologia basata sull’utilizzo dei combustibili fossili altamente inquinanti deve essere al più presto sostituita, senza ritardi”.

Questo auspicio si scontra con una verità incontestabile: purtroppo petrolio e gas rappresentano ancora il 50% della domanda primaria di energia. E senza un cambiamento radicale del trend attuale, la domanda globale di energia, in particolare da fonti fossili, in primis petrolio e gas, è destinata ad aumentare, nonostante il previsto calo della domanda da parte dei Paesi Ocse.

Anche se a partire dagli Accordi di Parigi il positivo cambiamento di atteggiamento verso la lotta al cambiamento climatico è sicuramente incoraggiante, rimane aperta la questione di come agire concretamente, dato che al momento le attività umane che stanno causando il riscaldamento globale non sembrano registrare cambiamenti. In che modo gli investitori responsabili dovrebbero risolvere questo dilemma? L’idea di poter semplicemente smettere di investire in tutti i combustibili fossili senza distinzione è irrealistica. Bisogna infatti tener conto della questione degli “stranded assets” ovvero delle riserve di combustibili fossili delle compagnie petrolifere che rimarrebbero inutilizzate in caso si rispettassero gli obiettivi della COP21.

La prova che questo tema è tenuto in grande considerazione è data da un discorso tenuto dal Governatore della Bank of England Mark Karney il 30 settembre 2015. Carney ha affrontato la questione anche recentemente, ribadendo che una transizione energetica che inneschi un repentino repricing di alcuni asset potrebbe destabilizzare i mercati. Carney ha riassunto il concetto con un efficace giro di parole: il successo è un fallimento. In altre parole, una transizione energetica che portasse con sé un improvviso deprezzamento delle valutazioni degli attivi legati al carbonio e perdite finanziarie su larga scala metterebbe a repentaglio la stabilità finanziaria globale.

La lotta al cambiamento climatico e la realtà dell’industria petrolifera

Secondo i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, petrolio e gas rappresentano il 32% delle emissioni globali di gas serra e il 54% delle emissioni di CO2. Di conseguenza l’industria petrolifera è considerata uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale ed è sottoposta a critiche severe che non tengono però conto della domanda di petrolio che proviene da altri settori, come il settore chimico, quello dei trasporti o l’industria.
L’accordo sul clima del 2015, che ha l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media del nostro pianeta “ben al di sotto dei due gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali”, implica una riduzione sostanziale delle emissioni di COentro il 2040, un proseguimento di tale riduzione anche oltre tale data e in un futuro più lontano il raggiungimento di “emissioni negative”.
Le tecniche di geoingegneria per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio di CO2 emessa da una fabbrica (CSS, Carbon Capture and Storage) e quelle che associano la produzione di bioenergie con tali tecniche (BECCS, BioEnergy abbinata a CSS) sembrano promettenti, anche se la ricerca è al momento ancora incompleta. Il prossimo report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che verrà pubblicato il prossimo autunno, si focalizzerà in particolare sulle emissioni negative. Ma allo stesso tempo, bisogna continuare a produrre energia, perciò la soluzione ideale è rappresentata dalla transizione energetica, non da un blocco totale della produzione di energia da fonti tradizionali.
Pensare di eliminare questi settori, che spesso hanno un peso importante negli indici di mercato azionari, semplicemente smettendo di finanziarli, sarebbe una soluzione troppo semplicistica. Ciò non significa che gli sforzi per decarbonizzare i portafogli siano da considerare da irresponsabili, non è certo così: gli indici “low carbon” e il dinamico mercato dei “green bond” sono delle prove che il trend della decarbonizzazione è ormai irreversibile. Dato che non possiamo fare a meno dell’industria petrolifera, un’alternativa al disinvestimento consiste nel sostegno attivo alla sua trasformazione, in particolare attraverso l’engagement in qualità di azionisti, e l’esclusione dagli investimenti delle fonti più inquinanti di produzione energetica, come il carbone e le sabbie bituminose.

Paola Sacerdote

Nata a Milano ma cresciuta a Ivrea, patria del sogno olivettiano di cui ho visto il triste tramonto, ho studiato Scienze Politiche all'Università degli Studi di Milano. Dopo una esperienza nel mondo della finanza come consulente, oggi collaboro a tempo pieno con il gruppo FONDI&SICAV.

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