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Inchiesta

Esg, approccio di lungo periodo e controllo del rischio

Esg, approccio di lungo periodo e controllo del rischio

Incorporare criteri Esg nel proprio approccio all’investimento può aiutare gli asset manager a superare meglio fasi di mercato volatile come quelle viste nel 2018? Nel corso della tavola rotonda sugli investimenti sostenibili organizzata dalla redazione di Fondi&Sicav ne abbiamo discusso con i manager di Allianz Global Investors, Amundi Sgr, Axa Investment Managers e Fidelity international.

«In prima battuta, la risposta è “ni”» ha evidenziato Paolo Proli, head of retail distribution di Amundi Sgr. «L’investimento sostenibile tout court e in particolare l’applicazione di un filtro Esg non garantiscono di per sé protezione dalla volatilità dei mercati azionari nel breve, ma possono aiutare, e anche molto, nel lungo termine. Si pensi per esempio all’intensità delle perdite generalizzate dei mercati finanziari durante lo scorso dicembre 2018, che non erano evitabili semplicemente attraverso un approccio Sri del portafoglio d’investimento. Nell’immediato non si può neutralizzare il beta di mercato, a meno che non se ne rimanga fuori, mentre penso che lo si possa ottimizzare, e anche molto bene, in un’ottica di lungo termine. Un filtro Esg può infatti smussare la maggiore volatilità tipica delle quotazioni delle aziende, dei settori e dei mercati più inefficienti, selezionando azioni di imprese più attente nei loro settori al rispetto dell’ambiente (E), delle persone (S) e delle regole di condotta (G) garantendo nel tempo un migliore profilo rischio/rendimento e una maggior resilienza ai cambiamenti. Queste aziende affronteranno anche minori rischi di controversie conquistando più quote di mercato rispetto ai competitor meno virtuosi. Le statistiche sui rendimenti elaborate e pubblicate recentemente da Amundi mostrano chiaramente che dal 2014 a oggi l’applicazione dei filtri Esg best in class (sovrappeso dei migliori e sottopeso dei peggiori per settore) rispetto al benchmark azionario Msci Emu hanno determinato una overperformance media annua del 6%, dovuta in particolar modo al fattore di selezione sul migliore ranking (giudizio) nella governance aziendale, mentre negli Stati Uniti la sovraperformance Esg del 3% rispetto all’indice Msci North America è derivata principalmente dal contributo delle aziende a un migliore impatto ambientale».

«In questo momento la visione Esg ha anche una componente di moda» ha proseguito Marco De Micheli, senior sales di Axa IM. «È passata dal settore istituzionale, che in Italia ha fatto molta fatica a recepire queste tematiche, a quello retail, a quanto pare più interessato e non solo dal punto di vista puramente finanziario. Il nostro scopo, tuttavia, pur condividendo i principi Esg, è sempre stato ed è rimasto creare valore per i nostri investitori: non ci siamo trasformati improvvisamente in una onlus. Molte ricerche di settore e alcune nostre interne hanno infatti ampiamente dimostrato che utilizzare filtri Esg in un lasso di tempo congruo (almeno cinque anni) aumenta l’alfa degli investimenti. Concordo ovviamente sulla maggiore facilità commerciale nel parlare di questi temi al pubblico, inclusi gli aspetti di educazione finanziaria che sono implicati e aggiungo una considerazione sul piano della gestione, sul settore azionario in particolare. Da un punto di vista di bilancio e non di analisi tecnica, sostanzialmente ci sono due modi per selezionare le società da inserire in portafoglio: o si scelgono titoli con multipli bassi, ovvero quelli che in un determinato momento sono sottovalutati dal mercato, o ci si focalizza sui margini, ovvero si cerca di selezionare quelle aziende che genereranno maggiori utili rispetto alla concorrenza. Diversi studi dimostrano che la ricerca di multipli bassi è efficace più nel breve termine, su un orizzonte temporale al massimo di 12 mesi, quindi conviene in un approccio tattico agli investimenti. La nostra view come asset manager è invece investire cercando di selezionare le imprese con aspettative di maggiori profitti nel loro settore e qui interviene l’Esg, perché questi criteri aiutano a identificare le società che riusciranno a generare più utili delle altre proprio perché sono più virtuose. Questi maggiori guadagni si realizzano su un orizzonte temporale di almeno tre-cinque anni in una situazione normale e, se ci si aggancia ai cosiddetti megatrend legati ai cambiamenti demografici e ambientali, l’orizzonte si allunga ulteriormente, spostandosi sui cinque-dieci anni. In sintesi, l’Esg per noi è un filtro ulteriore per identificare le aziende che avranno successo sul mercato, siano esse growth o value».

«A differenza di altri elementi che possono caratterizzare la natura di un titolo (momentum, growth, value), la qualità Esg non è un fattore che attraversa fasi di mercato o risente di mode» ha sottolineato Donatella Principe, responsabile market e distribution strategy di Fidelity International. «La natura Esg di una società dovrebbe essere un elemento permanente del processo di analisi fondamentale di un titolo ed essere complementare alle altre metriche sulla base delle quali si valuta la bontà di un’impresa: utili, indebitamento, liquidità. Un numero crescente di studi accademici sta dimostrando che gruppi con una forte connotazione Esg hanno benefici di lungo periodo in termini di stabilità del business o per un minore costo di accesso al capitale. È quindi indubbio che, senza compromettere le potenzialità di crescita (anzi!), la qualità Esg di un’azienda può rappresentare un fattore di mitigazione del rischio. In quest’ottica, un elevato rating Esg può rappresentare un plus in termini di stabilità proprio in un contesto di mercato che si fa sempre più incerto e nel quale, anche per il venir meno di fattori dominanti come la put delle banche centrali, la volatilità è tornata al centro della scena e con essa l’importanza del risk-management. Sebbene nel lungo periodo tutti gli elementi dell’Esg siano egualmente importanti, nel breve i rischi maggiori sono legati alla governance: la crescente avversione al rischio degli investitori dovrebbe condurre oggi a una maggiore attenzione proprio su questa variabile societaria».

«In realtà l’approccio necessario per investire incorporando tematiche Esg è basato sul lungo periodo» ha proseguito Isabel Reuss, head of Sri research di Allianz GI. «La domanda che si devono porre gli investitori, quando puntano su un prodotto che incorpora questi di criteri, riguarda le sovraperformance che si possono ottenere a lungo termine, poiché oggi essere sensibili a questi temi significa essere esposti alla crescita futura. Ciò ovviamente porterà a generare rendimenti superiori alla media, ma in sé non è compito dell’investimento Esg evitare momenti come quelli che si sono registrati sui mercati lo scorso dicembre. La sensibilità da parte delle aziende nei confronti di questi criteri non rappresenta un costo, ma una fonte di profitto. Pertanto selezionando le società in questo modo, è possibile non solo investire su temi growth dal forte potenziale strutturale, ma anche  su quelle imprese che oggi presentano caratteristiche value ma che in futuro potrebbero divenire casi growth. Inoltre l’Esg può essere un notevole strumento di diversificazione: pensiamo, ad esempio, alla presenza femminile nelle aziende, non solo a livello di board, ma anche nei vari centri decisionali dell’organigramma. Diversi studi mostrano che i gruppi con una buona gender diversity presentano una minore propensione al rischio, il che può essere un elemento di riequilibrio del proprio portafoglio. Va detto, però, che selezionare realtà aziendali con le caratteristiche sopra elencate può non essere sempre un processo immediato: va compiuto un profondo lavoro per capire a livello di azionariato dove risiede davvero il potere decisionale

Paola Sacerdote

Nata a Milano ma cresciuta a Ivrea, patria del sogno olivettiano di cui ho visto il triste tramonto, ho studiato Scienze Politiche all'Università degli Studi di Milano. Dopo una esperienza nel mondo della finanza come consulente, oggi collaboro a tempo pieno con il gruppo FONDI&SICAV.

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