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Esistono dei mercati a rischio?

Esistono dei mercati a rischio?

Esistono dei mercati a rischio? A torto o a ragione sono tre i mercati che possono scatenare uno shock di vasta portata o una crisi. L’analisi di Amundi

Il primo segmento di mercato a rischio è indubbiamente il mercato obbligazionario. L’inflazione resta su livelli contenuti. I tassi di interesse sono “troppo bassi” per via delle politiche monetarie ultra espansive e del QE, dell’eccesso di liquidità delle banche centrali e della minor liquidità di mercato. In una situazione di bolla, i prezzi sono ben lontani da una situazione di equilibrio, ed è proprio qui che sta il problema. Il secondo segmento di mercato a rischio è quello del mercato del credito in Cina. L’economia cinese ha continuato a crescere a ritmi elevati dopo la crisi finanziaria del 2008 e il governo cinese sta facendo tutto il possibile per mantenere un tasso di crescita superiore al 6%. Ciò però ha causato un aumento del debito interno (debito pubblico, delle imprese e delle famiglie). Un rialzo dei tassi d’interesse su scala mondiale sarebbe quindi molto dannoso per l’economia cinese. Esiste un grande rischio di assistere a uno sgonfiamento difficile della bolla cinese: esso potrebbe essere controllato con difficoltà dall’autorità centrale il risultato finale dipende o dalla sua capacità di gestire la situazione. La cattiva gestione della bolla sul mercato azionario, che provocò e poi corresse nel 2015, o la gestione dello yuan nel 2015 e agli inizi del 2016, non fanno ben sperare. Il terzo segmento a rischio è il mercato azionario americano, che da molti investitori è considerato, a volte con argomentazioni errate, eccessivamente sopravvalutato… ma la cui crescita è giustificata dalla solidità dell’attività economica (superiore alla crescita potenziale), dall’assenza d’inflazione, dalla dinamica degli utili, dalle misure fiscali, ma anche dalla politica monetaria accomodante.

Crisi finanziaria: fattori scatenanti e fattori d’accelerazione a confronto
Quando abbiamo a che fare con mercati all’improvviso ribassisti e con vendite massicce, non dobbiamo far confusione tra i fattori che scatenano una crisi (cambiamento di orientamento di politica monetaria, shock geopolitico…) e quelli che le accelerano come la concentrazione o la bassa liquidità… Il 1994 ci ricorda che una flessione del mercato o persino un vero crollo può avvenire anche senza shock significativi.

Cosa potrebbe scatenare la prossima crisi (sempre che ci sia)?

I fattori potenzialmente scatenanti sono numerosi.

(1.) Un repricing dei premi per il rischio determinerebbe delle fasi di maggior volatilità, tassi d’interesse a breve e a lungo termine più alti, ampliamento degli spread del credito e senza dubbio frequenti cali dei mercati azionari, a meno che non ci sia un’ulteriore espansione del ciclo di crescita e delle prospettive degli utili.

(2.) Uno shock inflazionistico: i tassi d’inflazione sono dappertutto, o quasi dappertutto, inferiori all’obiettivo delle banche centrali. A meno che non intervenga uno shock petrolifero o che non ci sia una volontà politica che porti a una politica salariale radicalmente diversa, è difficile immaginarsi una repentina fiammata dell’inflazione. L’attuale funzionamento dei mercati del lavoro sembra anzi andare nella direzione opposta: tuttavia potremmo risentire di una ripresa delle aspettative d’inflazione.

(3.) Uno shock da politiche monetarie: la politica monetaria spesso fa da miccia alle crisi finanziarie. Nel febbraio del 1994 fu un evento di politica monetaria a scatenare il crack obbligazionario. A metà degli anni Novanta, fu il lassismo monetario della Fed a creare una bolla e poi scoppiò nel 2000. Questa crisi causò addirittura una recessione mondiale con una massiccia riduzione dell’indebitamento delle imprese, perdita di fiducia, calo dei mercati azionari ed effetti negativi sulla ricchezza. Dal 2002 al 2007 furono di nuovo i tassi bassi, unitamente ai premi per il rischio insolitamente contenuti, a causare la bolla del comparto immobiliare, affiancata dallo sviluppo di un processo di cartolarizzazioni a volte dubbie. Tutto ciò sfociò nella pesante crisi finanziaria del 2007/2008 (crisi dei sub-prime, fallimento di Lehman Brothers …) Nel 2013 fu l’annuncio della fine del programma di QE negli USA (e la fine effettiva degli acquisti di attività nel 2014) a provocare il forte calo sui mercati e la recessione in alcuni Paesi emergenti.

(4.) Una delusione sulla dinamica di crescita e inflazione. I mercati finanziari potrebbero sovrastimare sia il tasso d’inflazione, sia quello di crescita. L’attuale ripresa dell’economia (con la crescita superiore al potenziale), le politiche monetarie accomodanti, l’inflazione bassa, i tassi bassi, la volatilità contenuta, (“grande moderazione”) non diventeranno un “nuovo paradigma” ed è probabile che la crescita torni al suo livello potenziale, e ciò ridurrebbe anche i rischi d’inflazione. Il rischio oggi è più basso perché le banche centrali preparano il terreno e non colgono mai i mercati di sorpresa.

(5.) Lo smantellamento delle misure di regolamentazione finanziaria causerebbe indubbiamente un’eccessiva assunzione dei rischi e una compiacenza ancora superiore a quella attuale.

(6.) Uno shock politico o geopolitico: non mancano di certo aree di tensione (Corea, Turchia, Arabia Saudita – Iran, Brexit, aumento dei populismi…), e uno shock inatteso e/o di vasta portata provocherebbe lo scenario più temuto, ovvero il repricing dei premi per il rischio. Un aumento del prezzo del petrolio a seguito delle tensioni in Medio Oriente sarebbe inoltre un elemento scatenante della ripresa delle aspettative d’inflazione più credibile di quanto non lo sia un aumento dei salari.

(7.) Un aumento del protezionismo sarebbe probabilmente disastroso… soprattutto se dovesse portare a una guerra valutaria e a un crollo della globalizzazione. Ciò aggraverebbe il rallentamento dell’economia e creerebbe un circolo vizioso che scatenerebbe una nuova crisi, molto più grave di quella del 2008. Potrebbe essere una crisi economica, finanziaria e politica.

Con rare eccezioni, il contagio è inevitabile.
La portata del contagio è legata principalmente alla globalizzazione economica e finanziaria, ma anche alla natura della crisi. Se riguarda un Paese o una zona e se i non residenti hanno investito poco in quel Paese o in quella zona, il contagio rimane limitato. Un “semplice” repricing dei premi per il rischio, che determinerebbe un moderato rialzo dei tassi di interesse, danneggerebbe di meno le sfere reali perché i tassi di interesse finirebbero col rimanere oggettivamente bassi. Ma ci si deve comunque porre l’interrogativo dell’impatto della sfera finanziaria sulla sfera reale.

Siamo pronti ad affrontare una crisi finanziaria? La capacità di affrontare un’eventuale crisi finanziaria può essere valutata rispetto a una serie di criteri:

(1.) La vulnerabilità dei Paesi: ciò che si può dire è che i Paesi emergenti sono attualmente molto meno vulnerabili di quanto non fossero ai tempi della Grande crisi finanziaria del 2008 o ai tempi del tapering del QE da parte della Fed. Crescita più solida, più motori della crescita, miglior saldo delle partite correnti e miglior saldo di bilancio, maggiori riserve valutarie, tassi d’inflazione inferiori agli obiettivi (tranne in Paesi come la Malesia e la Turchia…)

(2.) L’esistenza o meno di margini di manovra fiscale e di bilancio. Alcuni Paesi sono stati capaci di ricreare la flessibilità, come ad esempio la Germania, ma si tratta di casi isolati. Per il resto della zona Euro o degli Stati Uniti ciò è molto meno sicuro. A livello globale, il debito sta crescendo a ritmi più veloci del PIL. Già nel 2008 si pensava che l’indebitamento fosse eccessivo: cosa dovremmo dire oggi? In che modo i mercati finanziari reagirebbero a un rialzo dei tassi di interesse?

(3.) L’esistenza o meno di uno spazio di manovra per le politiche monetarie. Abbiamo visto le banche centrali delle principali economie avanzate molto in ritardo rispetto al ciclo, la banca centrale giapponese più della BCE, e la BCE ben più della Fed. Visti i tassi bassissimi, si potrà ricorrere a nuovi programmi di QE, molto utili in caso di crisi finanziaria e/o quando si profilano delle minacce per l’attività economica.

(4.) I mercati finanziari. Il posizionamento degli investitori e la liquidità. Più le posizioni sono consensuali e/o la liquidità è bassa, e maggiore è il rischio di crollo. Non ci vuole uno shock significativo per causare una flessione del mercato o persino un vero crollo. Quando diminuisce la liquidità, i prezzi diventano molto meno indicativi in termini di informazione perché si allontanano dai loro fondamentali. Inoltre tendono ad aumentare i rischi di contagio e di volatilità, mentre i mercati meno liquidi hanno più difficoltà ad assorbire gli shock. Nel complesso, possiamo vedere individuare problematiche di liquidità e posizionamento sul mercato nell’attuale contesto.

(5.) Lo stato dell’economia. La congiuntura al momento è positiva e questo è indubbiamente un vantaggio. Tutti i motori della crescita sono attivi: consumi, investimenti, commercio mondiale, e le politiche fiscali, di bilancio e monetarie sono piuttosto accomodanti. Nella zona Euro, in Giappone, negli USA o in Cina la crescita è superiore al potenziale.

(6.) I vincoli del debito: è ora evidente che il livello del debito forza o addirittura influenza le politiche economiche, tra cui le politiche monetarie. Mentre il servizio del debito è cambiato poco dal 2005 (in alcuni Paesi è persino diminuito), il debito nominale è aumentato costantemente (è quasi raddoppiato in soli 10 anni). In altre parole, un rialzo dei tassi di interesse solleverebbe nuovi interrogativi sulla solvibilità degli Stati/delle imprese fortemente indebitate. Su questo punto, l’economia mondiale non è di certo pronta ad affrontare una crisi finanziaria.

Rocki Gialanella

Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

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