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Giappone, la sfida di Abe sulle donne

Giappone, la sfida di Abe sulle donne

di Pinuccia Parini

Non conosciamo mai la nostra altezza finché non siamo chiamati ad alzarci./ E se siamo fedeli al nostro compito arriva al cielo la nostra statura. 

È una citazione di Emily Dickinson (1830-1886), una tra le più grandi poetesse americane, la cui produzione letteraria è stata scoperta e apprezzata solo negli anni recenti. La necessità di alzarsi è un’aspirazione che dovrebbe accomunare tutto il genere umano, perché foriera di un miglioramento sociale di cui beneficia l’intera collettività. Per conoscere la nostra altezza è necessario quindi puntare in alto, ma il contesto in cui ciò avviene deve offrire a tutti le stesse opportunità da cogliere. Le diseguaglianze, tuttavia, continuano a persistere e tra queste c’è anche la parità di genere, nonostante diversi studi abbiano dimostrato che lo sviluppo di politiche per raggiungerla abbia un impatto economico significativamente positivo. 

LA WOMENOMICS

Una delle maggiori potenze economiche a livello mondiale che ha condiviso l’importanza del legame tra crescita economica e occupazione della popolazione femminile è il Giappone. Il governo Abe ha posto, tra le sue priorità, sin dal 2012, l’obiettivo di aumentare la presenza delle donne nel mercato del lavoro. Shinzo Abe lo ha fatto non solo con la retorica, ma anche in modo fattivo. La «womenomics» è uno dei punti della sua piattaforma politica e consta di una serie di misure che aiutano lo sviluppo di questo processo, particolarmente necessario per un paese dove la forza lavoro sta diminuendo, in un contesto demografico che, secondo alcune proiezioni, vedrebbe scendere la popolazione del 30% entro il 2060, con un impatto non trascurabile sulla crescita potenziale della nazione.

POCHE DONNE MANAGER

Shinzo Abe vorrebbe che, entro il 2020, le donne occupassero il 30% delle posizioni di comando e per questo motivo sta approntando una serie di condizioni che incrementino la loro partecipazione, tenendo conto anche di una varietà di servizi sociali che renderebbero possibile coniugare gli impegni di lavoro con quelli della famiglia. Dal 2012 al 2017 la presenza delle donne nel mondo del lavoro è passata dal 46,2% al 50%, nonostante questo fatto abbia riguardato posizioni con retribuzioni contenute o lavori part-time. I ruoli manageriali occupati da donne, nello stesso arco di anni, sono aumentati di poco più dell’1%, per salire al 5,6%, una percentuale decisamente bassa.

Un’analisi fatta da Nobuko Nagase (Has Abe’s Womenomics Worked?,  Wiley online library) ha analizzato gli impatti della womenomics e due sono le conclusioni che si possono annotare per sommi capi:

a – è cresciuta la percentuale di donne con un contratto permanente e sono, di conseguenza, salite le ore lavorate

b- le prestazioni per servizi all’infanzia sono aumentate tra il 2013 e il 2015 nelle aree urbane, con percentuali superiori a quelle degli anni passati

Tuttavia, lo studio non manca di rilevare che il divario di pagamento orario tra un’assunzione con contratto regolare permanente e uno non standard rimane ampio (30%, fatti i debiti raffronti) e che quest’ultima tipologia mostra un incremento maggiore rispetto alla prima. Se si osserva poi il mercato del lavoro nel suo complesso, si vede che, tra il 2013 il 2015, il 94% degli uomini sposati lavorava con un contratto di lavoro regolare permanente (lo stesso livello del 2003-2005), mentre per le donne la percentuale era solo del 40%, più bassa di quella di 10 anni fa, che si attestava al 43%. Per gli uomini celibi il dato scende al 78% (nel 2003-2005 era dell’84%), mentre per le donne è del 60%, rispetto al precedente 65%.

SFIDA ANCHE CULTURALE

È quindi necessario che, affinché la womenomics possa portare ulteriori frutti, altri meccanismi all’interno del mercato del lavoro debbano essere riformati. Non solo, è importante superare anche a livello culturale il modello in cui è stato inquadrato il ruolo della donna sul piano sociale. Non è casuale, infatti, che all’interno delle grandi imprese ci siano più uomini che donne che vengono assunti esplicitamente o implicitamente attraverso «fast track courses», mentre alla maggior parte della mano d’opera femminile vengono riservati «slow track courses» all’inizio della loro carriera, negando così pari opportunità ai due generi.

Dal 2012, in Giappone, la mano d’opera femminile è aumentata di circa 2 milioni di unità, ma la sensazione è che, piuttosto che offrire alle giovani donne una nuova possibilità di carriera lavorativa, il primo ministro Abe si sia concentrato più su fare rientrare nel mercato chi aveva deciso di uscirne. 

E sarà forse una noiosa disquisizione linguistica, ma quando lo stesso premier parla di womenomics, usa spesso l’espressione «josei no katsuyaku», ovvero «partecipazione delle donne». Il programma presentato nel 2014 dal governo si chiamava «Subete no Josei ga Kagayaku Pakkeji», cioè «un pacchetto di misure per fare risplendere le donne». Pura sottigliezza linguistica? Forse sì, forse no, ma la parità di genere non è qualcosa che si può raggiungere solo attraverso decisioni politiche, ma ha bisogno di penetrare nella prassi quotidiana dei rapporti sociali, aziendali e nella cultura. E tutto ciò non riguarda solo il Giappone.

UN AUMENTO DEL PIL

La prefazione al The Global Gender Gap Report 2017, pubblicato dal World economic forum, inizia con la seguente frase: «Il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. Per costruire le economie del futuro, che siano dinamiche e inclusive, è necessario che tutti godano di pari opportunità». Quando le donne, di ogni età, non sono integrate, sia come beneficiarie, sia come soggetti attivi dei cambiamenti, la comunità globale perde prospettiva, idee e non sfrutta le capacità che esse possono offrire e che sono fondamentali per affrontare le sfide globali e cogliere le nuove opportunità. In base ad alcune proiezioni, infatti, si stima che la chiusura del gap tra uomini e donne a livello economico potrebbe portare a un aumento del Pil in dollari Usa di 1.750 miliardi per gli Stati Uniti, di 550 miliardi per il Giappone, di 320 miliardi per la Francia e di 310 miliardi per la Germania. Per la Cina l’ammontare potrebbe essere di 2,5 trilioni di dollari, mentre il contributo a livello mondiale sarebbe di 5,3 trilioni entro il 2025, con una chiusura del differenziale di genere al 25%.

I risultati della studio, sintetizzabili nel Global gender gap index, mostrano che il divario tra generi persiste: nel 2016 era al 68%, indicando che esisteva ancora un 32% di differenza perché entrambi i sessi potessero beneficiare di pari opportunità. Il dato è in leggero peggioramento rispetto alla rilevazione precedente, quando si attestò al 31,7%. Ciò che balza più agli occhi è che, sul campione di 144 nazioni prese in esame, il divario più ampio e che non migliora è quello tra uomini e donne sulla partecipazione alla vita economica e politica (58% per il primo aspetto e 23% per il secondo). Nessun paese ha raggiunto l’uguaglianza di genere, anche se Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia si classificano ai primi posti, con una chiusura del gender gap all’80%, mentre lo Yemen è solo al 51,6%. I trend mostrerebbero che, applicando gli andamenti attuali, il divario si possa chiudere nell’arco di 100 anni in 106 delle nazioni che vengono esaminate nel report, rispetto alle 83 della rilevazione precedente. Tuttavia, il gap economico e quello politico sono i più difficili da colmare, con il primo che potrebbe richiedere 217 anni.

UNA FORTE CORRELAZIONE

Lo stesso studio, attraverso un indice sintetico che mostra la chiusura del divario di genere, redige una classifica dei paesi in esame; il Giappone, secondo gli ultimi dati disponibili, scivola dalla 111° alla 114° posizione. Dieci anni fa occupava l’80° posto. Se si guarda nel dettaglio, però, la perdita è da ascrivere alla debolezza del sotto-indice che misura il potere politico delle donne, mentre le componenti legate all’occupazione, all’educazione e alla salute (soprattutto queste ultime due), mostrano una decisa chiusura del gap. In termini percentuali il Giappone ha la più bassa rappresentanza di donne alla camera dei deputati tra i paesi del G8 (10%) e nell’attuale governo ci sono solo due donne a ricoprire la carica di ministro, rispetto alle sette durante il gabinetto Abe del 2014.

C’è ancora molta strada da percorrere perché le disparità di genere diminuiscano e ciascuna nazione ha proprie specificità legate al contesto socio-politico che le caratterizza. Ciò che è importante sottolineare è quanto menzionato nel già citato report: esiste una forte correlazione tra l’andamento economico di un paese e il gender gap. Chiuderlo significa migliorare le condizioni generali di una nazione.

Anche i mercati finanziari guardano con attenzione a questa tematica, soprattutto con la sempre più diffusa adozione dei criteri Esg (Enviromental social and governance) per un approccio sostenibile agli investimenti, dove valorizzare la diversità e promuovere politiche di inclusione servono a migliorare la gestione e la redditività delle aziende.

leggi il numero 111 di Fondi&Sicav 

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