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Draghi e il puzzle della crescita europea

Draghi e il puzzle della crescita europea

Il puzzle di Draghi. Le difficoltà di alcuni paesi dell’eurozona stanno rallentando la normalizzazione della politica monetaria e la creazione di margini di manovra per fronteggiare la prossima crisi

La Bce mantiene il tasso di riferimento per l’eurozona allo 0% e si appresta a concludere il suo programma di stimoli monetari realizzato mediante l’acquisto di asset a partire dal 2015. Dopo la Fed, anche l’area controllata dalla Bce si appresta a intraprendere il sentiero che porta alla normalizzazione della politica monetaria.

Il problema principale per l’Europa è che un’unica politica monetaria trova applicazione in 19 economie che presentano caratteristiche distinte. Attualmente, la Spagna e l’Italia presentano segnali di decelerazione economica. Anche la locomotiva tedesca –a causa delle misure protezioniste volute da Trump, delle incertezze sul fronte della Brexit e della scarsità di manodopera qualificata- sta rivedendo al ribasso le stime della crescita (dal 2,2% all’1,7%). Tuttavia, nella stessa eurozona troviamo anche casi come quello dell’Irlanda che prevede una crescita stimata di circa il 7% per il 2018 (trainata in particolare dal dinamismo del settore delle costruzioni).

Esiste pertanto una profonda divergenza tra le economie europee in termini di crescita, deficit pubblico e competitività. Nel frattempo la Fed, forte della fase del ciclo economico sperimentata dagli Usa, si è già mossa e ha portato il costo del denaro su livelli tali da alimentare un rafforzamento del dollaro. L’effetto è positivo per le economie più aperte dell’eurozona, che vedono crescere le esportazioni grazie a un euro indebolito.

Alle incertezze provocate dai negoziati sulla Brexit, dai problemi della Turchia, dalla sfiducia nelle capacità della politica italiana e dalla crisi profonda di alcuni paesi emergenti, bisogna sommare i timori per il prossimo arrivo di una nuova crisi. Daniele Nouy, presidente del Consiglio di Supervisione della Bce, ha recentemente accennato all’arrivo di una crisi causata dal settore immobiliare. L’incognita resta il quando questa nuova crisi si materializzerà.

Le previsioni di crescita per gli Usa sono positive per il prossimo triennio e il paese sta beneficiando di un lungo periodo di espansione economica. Gli esperti si aspettano altri rialzi dei tassi Usa a dicembre e nel corso del 2019. Gli scenari di crisi non preoccupano –almeno in apparenza- le autorità statunitensi, che stanno concentrando l’attenzione su misure tese a frenare un pericoloso surriscaldamento dell’economia e dell’inflazione. Alcuni osservatori –probabilmente più lungimiranti- sostengono che la Fed stia preparando i margini di manovra in materia di tassi necessari ad affrontare la prossima crisi.

Mario Draghi prevede un incremento dell’inflazione core nell’eurozona a causa dell’aumento dei salari derivante da un miglioramento del contesto occupazionale. Le stime di Draghi potrebbero anticipare l’arrivo di una stretta monetaria (per ora attesa per l’estate del 2019). La presenza di un’inflazione core vicina all’1% e la debolezza di alcuni paesi dell’eurozona pongono non pochi dubbi sulle possibilità che si verifichi tale scenario.

Rocki Gialanella

Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

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