Industria globale: un quadro complesso e contraddittorio

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Negli ultimi mesi si è verificato in quasi tutto il mondo un rallentamento dell’industria globale, in pieno boom nel 2017 e nella prima parte del 2018. Per fortuna per il momento questi sviluppi negativi non si sono fatti ancora sentire in maniera rilevante sul resto dell’economia, ma per l’industria globale, che rimane una componente fondamentale del sistema, il quadro che emerge è complesso e difficile. Con questi termini si intende dire che comunque non siamo di fronte a un panorama unanimemente recessivo: infatti qualche dato nei primi mesi del 2019 ha cominciato a mostrare segnali di stabilizzazione. 

Cominciamo dalla maggiore potenza industriale del mondo, ossia la Cina. Nei primi due mesi del 2019, che costituiscono gli ultimi dati disponibili, la crescita non è stata entusiasmante: complessivamente la produzione industriale è venuta su del 5,3%, il livello più basso degli ultimi 17 anni. Si tratta di un valore ampiamente al di sotto  del consensus (+5,6%), oltre che del dato di dicembre (+5,7%). Al tempo stesso, però, gran parte del calo è stato dovuto alla produzione mineraria oltre che ai prodotti energetici e all’elettricità, mentre, per quanto riguarda il manifatturiero, gennaio ha visto un aumento del 6,1% e febbraio del 6%, entrambe cifre lievemente al di sopra delle aspettative. 

Per quanto riguarda il futuro, qualche segnale incoraggiante sembra esserci: il Pmi manifatturiero cinese calcolato da Caixin, infatti, è salito a 50,8 a marzo, a fronte di 49,9 registrato in febbraio. Si tratta del valore più elevato dal luglio 2018, oltre che un livello largamente superiore alle attese degli analisti, che erano posizionate a 50,1. È dunque quanto meno ragionevole pensare che, se la produzione industriale cinese non cresce più in maniera così significativa, essa sta comunque mutando pelle incentrandosi sempre di più su beni di consumo e in conto capitale più avanzati. 

Anche in Giappone qualche dato un po’ più incoraggiante si è visto di recente: a febbraio, infatti, la produzione industriale è cresciuta mese su mese dell’1,4%, dopo tre dati consecutivi in calo. Positivo appare il fatto che fra i maggiori contributori al rimbalzo si trovino comparti ciclici come l’auto e i macchinari per produrre semiconduttori, che peraltro hanno goduto anche di una robusta domanda estera. Il Pmi manifatturiero giapponese, però, dopo essere entrato in territorio di contrazione a febbraio (48,9), è rimasto piuttosto fragile a marzo (49,2). Per circa due anni e mezzo questo indicatore è rimasto sopra la soglia di 50, considerata uno spartiacque fra l’espansione e la contrazione congiunturale, marcando la più lunga fase di crescita in ambito manifatturiero dagli anni ‘80. Quest’anno probabilmente sarà comunque più difficoltoso, anche se il consensus vede per il 2019 un modesto incremento della produzione industriale complessiva, intorno a +1%. 

CALO NEGLI USA

Se ci spostiamo negli Usa, la produzione industriale complessiva è calata su base congiunturale a gennaio dello 0,5% e a febbraio dello 0,4%. Anche qui però il quadro non è unanimemente negativo: innanzitutto il dato di gennaio è stato rivisto al rialzo significativamente rispetto alla prima lettura, che era risultata -0,9%. Febbraio poi ha mostrato un aumento dell’1% rispetto all’anno precedente. In questo caso si è avuto un aumento dell’1%.

Per quanto riguarda il Pmi manifatturiero a marzo il valore registrato è stato 52,5, livello che rappresenta il minimo dei precedenti 21 mesi, anche se è ancora nel territorio di una moderata espansione. Appare però preoccupante il fatto che i cali maggiori, nel caso statunitense, si siano visti nell’ambito della produzione dei macchinari, delle auto e dell’arredamento, tutti punti nevralgici dell’economia. 

DEBOLEZZA IN EUROPA

Dove troviamo, invece, un quadro significativamente più debole è in Europa. In Germania la produzione industriale di gennaio è stata rivista al rialzo, arrivando a mostrare nessuna variazione rispetto a dicembre su base congiunturale, dopo che in prima lettura era risultata in calo dello 0,8%. A febbraio addirittura vi è stata una crescita congiunturale dello 0,7% a fronte di attese degli analisti incentrate su una modesta discesa. Un quadro però di acuta debolezza traspare dal Pmi manifatturiero tedesco. Quest’ultimo a marzo è risultato 44,1, il livello più basso dal luglio del 2012, quando l’Europa era invischiata nella crisi del debito dei paesi del Sud. Il dato peraltro fa seguito al 47,6 di febbraio, che a sua volta rappresentava un minimo dalla stessa data. 

A risultare particolarmente preoccupanti poi sono le subcomponenti che hanno determinato la caduta del Pmi, ossia i nuovi ordini e le esportazioni, in discesa ai ritmi più rapidi dall’aprile del 2009. Tutto ciò non fa ben sperare per una continuazione del piccolo trend di rimbalzo visto nei primi due mesi del 2019.

Anche l’industria francese non sembra in condizioni spettacolari: dopo quattro mesi consecutivi di calo nella parte finale del 2018, vi erano stati due incoraggianti rimbalzi della produzione industriale su base congiunturale a gennaio (+1,7%) e a febbraio (+0,6%). In particolare quest’ultimo dato è stato registrato a fronte di attese che vedevano una diminuzione dello 0,2%. Il Pmi di marzo, però, è tornato nel territorio della contrazione (49,7) dopo il 51,5 visto a febbraio. Anche in questo caso a contribuire particolarmente al declino è stato il segmento delle esportazioni.

In definitiva il quadro che emerge è di luci e ombre: è possibile che questo 2019 si riveli un anno di recessione a livello industriale, ma non è detto che questi sviluppi negativi vadano a impattare più di tanto un’economia sicuramente sempre più terziarizzata (anche fra gli emergenti), soprattutto se alla fin fine la contrazione manifatturiera e industriale in generale si rivelasse abbastanza leggera. Sicuramente però l’anello più preoccupante sembra l’Europa. 

Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.