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La tecnologia, il motore della performance dell’equity Usa

La tecnologia, il motore della performance dell’equity Usa

La tecnologia, il motore della performance dell’equity Usa. I titoli del settore tecnologico hanno generato circa il 22% della performance realizzata dallo Standard and Poor’s 500 nell’ultimo decennio

Lo scorso 9 marzo la Borsa statunitense ha festeggiato dieci anni di trend rialzista. In questo periodo, l’indice Standard and Poor’s 500 ha accumulato una performance complessiva (inclusi i dividendi reinvestiti) del 401%, un dato che corrisponde a una performance annualizzata del 17,5% (sempre nell’ipotesi in cui si includano i dividendi e vengano puntualmente reinvestiti). Si è trattato di una scalata rapida e intensa, durante la quale il settore tecnologico ha generato il 22% della performance complessivamente ottenuta dall’indice, seguita dal settore finanziario con un contributo del 15%.

Un gruppetto composto da dieci titoli e guidato da Apple, è riuscito a contabilizzare circa il 25% della performance ottenuta nell’ultimo decennio dall’indice. Quella di Cupertino ha generato un rendimento annualizzato del 32%, seguita da Microsoft con il 25%. Le due battistrada vengono seguite da Amazon, JPMorgan, J&J, Boeing, Home Depot, Intel, UnitedHealth e Cisco.

In tutti i casi, non bisogna credere che l’ascesa delle quotazioni sia stata scevra da problemi e intoppi di vario genere. Una pesante battuta d’arresto è stata quella dell’ultimo autunno, tale da far credere a molti esperti che solo il superamento dei massimi registrati lo scorso 20 settembre (2.930 punti) potrebbero fare da spartiacque per l’avvio di una nuova fase rialzista di medio termine. Nel decennio preso in analisi, una serie di variabili ha giocato a favore alla rivalutazione dei corsi azionari (in primis l’enorme liquidità immessa nel sistema finanziario dalla Federal Reserve, la politica dei tassi zero, i consistenti piani di buyback e il piano di stimoli fiscali voluto dall’amministrazione Trump). L’effetto combinato di queste -e altre variabili- ha garantito la continuità del ciclo rialzista più longevo degli ultimi 140 anni di storia del listino Usa.

Anche se la crescita degli utili aziendali ha subito una decelerazione, la netta riduzione del ratio P/e sperimentata nel 2018 renderebbe – secondo un numero ancora elevato di gestori- l’indice statunitense ancora non caro. Lo scenario più favorevole al prolungamento della fase positiva è legato al dissiparsi delle incertezze sul futuro della crescita globale e a un’impostazione di politica monetaria più dovish da parte della Banca Centrale Usa.

In questo periodo, le rilevazioni periodiche realizzate su ampi campioni di gestori indicano un livello potenziale vicino ai 3.000 punti per lo Standard and Poor’s 500 nel 2019. Tuttavia, il gruppo più ottimista del campione indica un rialzo tale da pilotare l’indice fino ai 3.250 punti. Ovviamente ci sono anche i pessimisti, la cui view è basata su un aumento delle pressioni salariali tali da erodere i margini delle società. Secondo i fautori di questo scenario, l’utile per azione dipenderà sempre più dalle vendite realizzate dalle aziende.

I problemi più rilevanti potrebbero materializzarsi per le aziende facenti parte dello Standard and Poor’s 500 che generano meno della metà dei propri utili fuori dai confini nazionali. Le stime indicano che nel primo trimestre la contrazione degli utili toccherebbe l’11,2% e sarebbe dello 0,7% nel secondo trimestre. In tutti i casi vale la pensa ricordare che i mercati rialzisti non muoiono di vecchiaia ma di paura per l’arrivo di una recessione.

Rocki Gialanella

Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

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