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L’Europa che cresce: c’è anche chi sa correre veloce

L’Europa che cresce: c’è anche chi sa correre veloce

Da circa un anno l’Europa, che tutti gli analisti aspettavano a una crescita sostenuta, sta sistematicamente deludendo le attese. Ma, pur tenendo conto delle difficoltà e dei problemi di rischio politico dell’area, non mancano aziende e settori in grado di fornire interessanti utili. Nell’It, per esempio, l‘industria 4.0, ossia l’arrivo nelle fabbriche europee di una serie di nuove tecnologie incentrate sulla robotica e l’intelligenza artificiale, dovrebbe garantire una forte competitività globale. Ma ottime opportunità potrebbero arrivare anche dalla transizione verso le automobili di prossima generazione, dal lusso e persino dalle bistrattate banche

Olivier de Berranger

Olivier De Berranger, chief investment officer di La Financière de l’Echiquier

Il 2019 dell’Europa è un enigma. Nel giro di soli 12 mesi si è ribaltata una situazione che pareva la più favorevole da un decennio a questa parte. Nel corso del 2017, infatti, il Pil dell’Eurozona è cresciuto del 2,4% ed è stato la cosa più vicina a un boom economico che si potesse avere nella realtà economica dell’area. Poco più di un anno fa il consensus di investitori e analisti vedeva una netta preferenza per l’azionario del Vecchio continente, unito a quello del Giappone, a fronte di un minore entusiasmo verso gli Stati Uniti.

Senz’altro per capire come muoversi nell’immediato futuro in Europa gioverebbe tentare di realizzare un calcolo delle probabilità per i diversi scenari che si potrebbero concretizzare Ciò per una ragione: è inutile negare che l’azionario dell’Eurozona è fragile e destinato spesso a mostrare un aumento di correlazione piuttosto indesiderato con le realtà emergenti nelle fasi di crisi. Per effettuare un adeguato stock picking dalle nostre parti è necessario più che altrove essere in uno scenario di mercato quanto meno stabile. Ovviamente, però, sarebbe assurdo pensare che un complesso di aziende come quello europeo sia insensibile ai trend generali, come ricorda Olivier De Berranger, chief investment officer di La Financière de l’Echiquier: «Al di là dei dati macroeconomici e delle incertezze geopolitiche, sono gli andamenti aziendali a non dimostrarsi sufficientemente validi da fare da catalizzatore sui mercati. Ci sono stati molti warning sui risultati e, soprattutto, molte revisioni al ribasso degli obiettivi. Negli Stati Uniti, mentre le pubblicazioni del quarto trimestre 2018 sono sostanzialmente in linea con le aspettative, gli utili per azione previsti per i prossimi tre trimestri sono stati rivisti al ribasso. In Europa, i risultati dell’ultima parte dell’anno sono stati finora in chiaroscuro: solo il 47% delle aziende ha superato il consensus, toccando così un minimo dalla fine del 2014».

LE PROBABILITÀ

Michael Browne

Michael Browne, portfolio manager del fondo Legg Mason Martin Currie European Absolute Alpha

Dunque, nonostante l’euforia da sospiro di sollievo di gennaio e febbraio, resta consigliabile non aspettarsi grandi performance degli indici. Per quanto riguarda le probabilità da attribuire ai diversi scenari, in aiuto viene Michael Browne, portfolio manager del fondo Legg Mason Martin Currie European Absolute Alpha:«Le prospettive per l’azionario europeo appaiono meno chiare rispetto a un anno fa: guardando al contesto macro, scenari molto positivi e molto negativi sono quasi egualmente probabili. Gli investitori possono consolarsi col fatto che le valutazioni sono ora molto più basse. La domanda chiave per il 2019, comunque, è se la crescita globale continuerà a rallentare (o addirittura si arresterà), con un serio contraccolpo per gli utili societari, o se sarà l’anno in cui la fase di debolezza dell’espansione giungerà al termine, rivelando grandi opportunità per gli investitori azionari. Negli ultimi anni il nostro outlook sull’azionario europeo è stato in genere positivo. Per il 2019 abbiamo un’opinione meno netta, perché quest’anno potrebbe rivelarsi eccellente o pessimo a seconda di come evolverà lo scenario macro. È possibile inoltre che il primo e il secondo semestre vadano in modo molto diverso: i primi sei mesi probabilmente saranno molto incerti e volatili, con il sentiment che rischierà di oscillare in base ai dati, mentre la seconda parte potrebbe rappresentare un’ottima opportunità, se si verificasse una significativa correzione. In particolare riteniamo che vi sia il 40% di probabilità di vedere un mercato rialzista, il 20% di assistere a un trading range, il 30% di dovere affrontare un trend ribassista e il 10% di trovarsi di fronte a un collasso».

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

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