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Mercati emergenti: ben più solidi del previsto

Mercati emergenti: ben più solidi del previsto

Contrariamente alle aspettative e all’andamento della prima parte del 2018, gli emerging market, che molti analisti giudicavano sull’orlo del crollo, stanno dimostrando una notevole forza. Sia il mercato obbligazionario, sia quello azionario offrono interessanti occasioni e soprattutto hanno probabilmente già ampiamente scontato tutte le cattive notizie. Certo, un attento stock picking sui singoli segmenti e sui titoli è fondamentale, visto che le differenze non sono poche

Per analizzare il 2019 dei mercati emergenti in generale, soprattutto in rapporto al resto degli asset rischiosi, è necessario tornare all’anno appena terminato e tentare di capire ciò che è successo nel mondo. In estrema sintesi, si può dire che per l’America si è trattato di una stagione divisa in due: eccellente fino alla tarda estate e poi disastrosa. Al contrario per l’Europa le cose sono apparse subito meno entusiasmanti con una progressiva discesa verso il bear market in molti comparti. Per l’insieme degli emergenti, invece, il quadro generale è risultato molto più variegato e instabile: un anno fa le diverse asset class di questo universo si trovavano in una situazione di quasi euforia, dopo un 2017 eccellente, tanto che c’era chi pensava che ci si stesse avviando a una nuova fase paragonabile al decennio d’oro dei primi anni 2000. Dopodiché hanno cominciato a farsi sentire i problemi esplosi in economie come la Turchia e l’Argentina e soprattutto le tensioni fra la Cina e gli Usa. Questa contrapposizione ha determinato un andamento disastroso in tutta l’Asia, soprattutto fra i protagonisti in positivo del 2017. Infine negli ultimi mesi dell’anno l’intero pianeta è scivolato in uno dei sentiment più cupi da un decennio a questa parte, dove il rallentamento economico in atto ha dato il via a paure esplicite di una nuova recessione globale in arrivo.

UNA STABILIZZAZIONE

L’elemento interessante, però, è che negli ultimi mesi dell’anno diversi segmenti del mondo emerging, pur non dando certo grandi soddisfazioni agli investitori, hanno visto una stabilizzazione un po’ a tutti i livelli: valutario, obbligazionario ed equity. Con il termine stabilizzazione, è bene ribadirlo, si intende che le perdite nell’ultimo quarto del 2018 sono state in larga misura inferiori rispetto ad altre aree del pianeta, Usa in primis, la cui sovraperformance iniziale si è ridotta in misura notevolissima. Alla fine, dunque, il 2018 degli emergenti è stato pessimo, ma non peggiore rispetto a quanto si è verificato in tanti altre parti della terra. E questa semplice considerazione offre un non indifferente motivo di ottimismo.

Se infatti torniamo a qualche mese fa, a dominare il ciclo delle news era lo spettro di un nuovo 97-98, con tanto di annessa nuova crisi disastrosa nel Far east, mentre l’andamento recente mostra che gli investitori sono comunque disposti a differenziare a seconda della qualità delle diverse asset class. È un luogo comune con più di un pizzico di verità il fatto che investire su queste piazze sia tendenzialmente una decisione saggia sul medio periodo, con il rischio però di passare in mezzo a fasi di volatilità estrema caratterizzate da un forte aumento di correlazione e prosciugamento della liquidità.

MEGLIO NEL 2019

Karine Jesiolowski, senior investment specialist emerging market fixed income di Union Bancaire Privée

Karine Jesiolowski, senior investment specialist emerging market fixed income di Union Bancaire Privée

E se ci limitiamo all’obbligazionario un interessante riassunto viene fornito da Karine Jesiolowski, senior investment specialist emerging market fixed income di Union Bancaire Privée: «Dopo il sell-off dei mercati nel 2018, ci aspettiamo che il reddito fisso degli emergenti registri una performance migliore nel 2019, grazie a fondamentali solidi, alla riduzione del rischio politico e a fattori tecnici e valutazioni più favorevoli. Quest’anno questo gruppo di paesi ha dovuto affrontare diversi venti contrari: l’aumento dei tassi negli Stati Uniti, un dollaro più forte, tensioni commerciali più pesanti, l’indebolimento dei prezzi delle materie prime e il deterioramento dei fondamentali in Turchia e Argentina. Di conseguenza, i mercati del debito emerging hanno registrato un trend negativo fino a oggi. Ancora una volta, tuttavia, si sono avuti guadagni diversificati nelle differenti sottoclassi di debito emergente. In particolare, le obbligazioni societarie (-1,85% al 15 dicembre) hanno avuto un andamento molto migliore rispetto ai titoli sovrani (-4,2%) o ai bond locali (-6,2%). Questa resilienza può essere spiegata da diversi fattori: maggiore diversificazione, migliore qualità del credito, una base di investitori più stabile e, soprattutto, una duration dei tassi di interesse più breve. Le obbligazioni societarie emergenti investment grade (Ig), in particolare, hanno perso solo l’1% nel periodo, sovraperformando quelle sovrane emergenti Ig (-4,2%) e il credito Usa Ig (-3,7%), grazie a una duration di soli cinque anni rispetto ai circa sette anni del credito sovrano emergente e di quello Usa Ig».

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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

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