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Nel 2019 opportunità nei mercati emergenti

Nel 2019 opportunità nei mercati emergenti

Davide Andaloro, market strategist di Goldman Sachs Asset Management (GSAM), delinea l’outlook per il 2019 della casa d’affari statunitense.

Davide Andaloro, market strategist di Goldman Sachs Asset Mangement (GSAM)

Davide Andaloro, market strategist di Goldman Sachs Asset Mangement (GSAM)

Quali sono le vostre previsioni sulla crescita globale per il prossimo anno?

«Per il 2019 ci aspettiamo un proseguimento della crescita. Assisteremo probabilmente ad una leggera decelerazione per quanto riguarda soprattutto i mercati sviluppati, che non è però un fatto di per sé negativo, visto che il ritmo di crescita di quest’anno era secondo noi un po’ eccessivo rispetto a quello giustificato dal Pil potenziale di queste economie. Gli Stati Uniti in particolare, nel secondo trimestre hanno registrato una crescita del 4,2%, un ritmo troppo elevato anche per un’economia come quella statunitense.
Per quanto riguarda le economie emergenti ci aspettiamo una crescita ancora solida e, guardando al differenziale di crescita tra mercati sviluppati e mercati emergenti, ci si aspetta che anche questo gap continuerà gradualmente a crescere a favore degli emergenti.
Per quanto riguarda la Cina, vediamo qualche motivo di preoccupazione: la guerra commerciale sta infatti cominciando a far sentire i suoi effetti, anche se in modo più indiretto che diretto per il momento. Rimaniamo comunque abbastanza positivi a seguito della buona reazione del governo cinese, che in questo contesto ha iniziato a implementare misure per ridurre gli effetti negativi che i dazi possono avere sull’economia del Dragone. L’economia cinese sta rallentando, stimiamo una crescita del Pil del 6,5% nel 2018 e del 6% nel 2019 (Fonte: GSAM, dati al 30/11/2018), ma questa decelerazione è parte integrante della trasformazione in atto dell’economia del paese, che si sta spostando sempre più dal settore secondario al terziario, con una crescita che sarà sempre più focalizzata sulla qualità che sulla quantità.  La tendenza lascia pensare che nei prossimi anni la crescita del Pil cinese si attesterà intorno al livello potenziale del 5,25% / 5,5%, un ritmo di crescita più basso rispetto a quello attuale, ma più sostenibile nel medio termine.
In sintesi, nel 2019 riteniamo che si possa perdere un po’ di momentum, perché il picco di questo ciclo economico è ormai alle spalle, ma a livello globale la crescita rimarrà solida. Non siamo quindi particolarmente preoccupati di questa decelerazione».

Quali sono i rischi che intravedete per la crescita il prossimo anno?

«Tassi di interesse in aumento, tensioni geopolitiche e guerra commerciale sono i tre rischi principali che al momento possiamo individuare per il 2019, anche se è molto difficile prevedere oggi quale di questi possa rappresentare il rischio principale. Per quanto riguarda la guerra commerciale, lo scenario può cambiare in qualunque momento, ma è comunque un elemento da tenere sempre presente, anche perché le imprese iniziano a soffrire un certo livello di compressione dei margini. Anche le tensioni geopolitiche, che possono avere un impatto molto forte sulla crescita globale, sono di per sé molto difficili da prevedere. Il rialzo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, invece, è una preoccupazione oggettiva. Il mercato del lavoro è molto solido, il tasso di disoccupazione è ai minimi degli ultimi 50 anni e i salari stanno crescendo. Un contesto molto positivo, dove però il rovescio della medaglia è l’aumento dell’inflazione, che è già tornata al livello target del 2% e, se salisse troppo, la Fed sarebbe costretta ad intervenire sui tassi con una politica più aggressiva. E una manovra restrittiva eccessiva sui tassi d’interesse potrebbe a sua volta provocare un peggioramento delle condizioni finanziarie a livello globale, con ricadute negative sulla crescita economica».

Stati Uniti in fase di ciclo economico ormai avanzato, Europa che invece è rimasta indietro. Quali delle due aree è secondo voi da privilegiare e perché?

«Gli Usa nel 2018 hanno registrato un tasso di crescita economica superiore che però, come già detto, è insostenibile nel medio termine. Dall’altro lato l’Europa ha invece avuto sorprese negative, come una crescita ben al di sotto delle aspettative durante la prima metà dell’anno e, più di recente, la flessione del Pil tedesco nel terzo trimestre, dove lo shock temporaneo nel settore automobilistico (causato da test più stringenti sulle emissioni) ha avuto un peso rilevante. Potremmo quindi assistere a una relativa convergenza dei ritmi di crescita di queste due economie, tenendo comunque presente che gli Stati Uniti sono in una fase più avanzata del ciclo economico rispetto all’Europa, mentre quest’ultima ha un Pil potenziale inferiore rispetto agli Usa.
A livello di classi di attivo siamo positivi sull’azionario sia europeo che statunitense. Negli Stati Uniti le aziende continuano a generare buoni utili e in Europa abbiamo valutazioni molto interessanti.
Per quanto riguarda il reddito fisso, riteniamo che negli Stati Uniti i tassi di interesse continueranno a salire, mentre in Europa si presentano problematiche diverse: con la fine del quantitative easing infatti potrebbero verificarsi maggiori pressioni sugli spread».

I mercati emergenti sono ormai un universo molto variegato. Dove vedete le migliori opportunità, sia a livello geografico sia a livello di asset class?

«Il comparto emergente è quello che continuiamo a privilegiare. Essendo un universo molto variegato, dove ogni Paese ha le sue peculiarità, bisogna essere ben diversificati, sia a livello di singolo paese che a livello di singolo titolo, e da questo punto di vista l’approccio bottom up ha un ruolo fondamentale.
In termini macroeconomici abbiamo una visione molto positiva sull’India – che fino a quattro/cinque anni fa potevamo annoverare tra i cosiddetti “fragile five” (ovvero le cinque economie più fragili) e che ora invece sta facendo molto bene – e sull’Indonesia. Entrambi i Paesi hanno fondamentali solidi, specialmente l’Indonesia, con un debito pubblico molto basso. Tra i Paesi che guardiamo con maggior favore inseriamo anche la Polonia, dove però il mercato ha avuto un andamento molto positivo e le asset class sono a nostro avviso leggermente sopravvalutate.
A livello di asset class, per il 2019 siamo positivi sia sull’azionario che sull’obbligazionario emergente. Ci aspettiamo una maggiore volatilità, che tuttavia si dovrebbe concepire come condizione normale dei mercati e non qualcosa che di per sé deve intimorire: la volatilità può essere anche intrerpretata come fonte di potenziali opportunità. Da inizio anno l’indice  Msci Emerging Markets ha perso circa il 12% (Fonte: Bloomberg al 30/11/2018), ma riteniamo che le performance siano state intaccate più da un sentiment negativo eccessivo rispetto al deterioramento effettivo dei fondamentali di queste economie, e che in un orizzonte temporale di medio-lungo termine, attraverso un’accurata selezione degli attivi, i mercati emergenti potranno generare performance soddisfacenti».

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