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Rating, quanto peserà la generosità fiscale?

Rating, quanto peserà la generosità fiscale?

Rating, quanto peserà la generosità fiscale? Le politiche monetarie di allentamento sembrano destinate a essere sostituite da stimoli fiscali. Quentin Fitzsimmons, gestore obbligazionario globale, T. Rowe Price

Dopo un 2018 di grande rettitudine fiscale, sembra che stia lentamente venendo meno da parte dei Governi la volontà di attenersi a tale disciplina. In parte, ciò è conseguenza diretta dell’aumento del populismo, cresciuto sull’onda delle pressioni per il mantenimento dei livelli di crescita nei periodi più complessi.

Negli ultimi anni il populismo è proliferato nei mercati sviluppati, portando alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, alla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea e più recentemente alla formazione di un Governo di coalizione tra i partiti anti-establishment italiani Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Di conseguenza, in alcuni Paesi si sta lavorando a pacchetti fiscali che mirano ad accontentare l’elettorato, a scapito del conservatorismo fiscale.

Allontanarsi dalla prudenza fiscale può destare preoccupazioni, come dimostrato dalle agenzie di rating che recentemente hanno tagliato l’outlook e attuato un downgrade sul rating sovrano italiano in risposta ai piani del Governo di aumentare i sussidi pubblici e di perpetuare tagli fiscali.

Un’ulteriore mossa negativa sui rating italiani non può essere esclusa. Il piano fiscale della coalizione prevede solo una stabilizzazione del rapporto debito/Pil, non lasciando spazio fiscale per rispondere ad eventuali shock. L’Italia è il secondo Paese più indebitato dell’Eurozona dopo la Grecia, con un rapporto debito/Pil superiore al 130%. Non sorprende quindi che i mercati stiano chiedendo un premio più elevato per investire sul debito italiano. Guardando avanti, riteniamo che gli spread resteranno probabilmente elevati e la volatilità non diminuirà facilmente.

Anche il Governo britannico sembra essere sempre più incline ad aumentare la spesa pubblica, come dimostrato dal bilancio britannico di ottobre. Ciò, insieme a un’inflazione elevata e alla possibilità di ulteriori rialzi dei tassi di interesse, rende i Gilt particolarmente vulnerabili nel medio termine.

Negli Stati Uniti, il Governo ha già cambiato i piani di spesa fiscale, attraverso i tagli alle tasse e una gamma di misure fiscali che hanno contribuito all’aumento del deficit di bilancio del 17% circa per l’anno fiscale conclusosi a settembre 2018. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit di bilancio annuale potrebbe superare i 1.200 miliardi di dollari entro il 2022, il che implicherebbe un deficit fiscale del 5,3% del Pil. La situazione negli Stati Uniti sta chiaramente peggiorando e ciò potrebbe mettere in dubbio il ruolo dei Treasury come beni rifugio. Potrebbe volerci diverso tempo, ma quando il mercato alla fine si troverà a dover affrontare le implicazioni di un deficit fiscale ampio per le generazioni future, i Treasury a scadenza più lunga potrebbero essere più a rischio.

Tra i Paesi emergenti spicca l’India, a causa della sua recente decisione di cedere alla tentazione della generosità fiscale. In vista delle elezioni della prossima primavera che probabilmente saranno combattute, il Governo sta tentando di conquistare gli elettori aumentando la spesa pubblica, a scapito della disciplina fiscale. Gli investitori hanno reagito a tale deterioramento punendo le obbligazioni domestiche e la rupia, sebbene le valutazioni di entrambe siano moderatamente attraenti.

Infine, la Cina è un caso speciale, dato che il suo deficit fiscale non si è mai realmente ripreso dal deterioramento del 2016. La Cina sembra trovarsi in una situazione paradossale, dato che da un lato vuole ridurre il suo deficit di bilancio e dall’altro vuole tagliare le tasse e aumentare la spesa per supportare l’economia in rallentamento. Anche se non prevediamo che il renminbi cinese oltrepasserà la soglia chiave di cambio a 7 rispetto al dollaro, potrebbe trattarsi del sacrificio che le autorità dovranno fare per supportare l’economia.

Concludendo, sembra che i mercati finanziari si trovino ad un punto di svolta, in cui le politiche monetarie di allentamento vengono sostituite da stimoli fiscali, spese più elevate e tagli alle tasse. Ciò è in parte legato alla crescente percezione che la politica monetaria abbia ormai fatto tutto ciò in cui si poteva sperare in termini di aumento dei tassi di crescita economica in tutto il mondo, e che le banche centrali stiano reagendo alzando i tassi di interesse.