Turchia, potere feroce, potere che perde

Turchia

a cura di Mark William Lowe

Turchia: Il boom economico si è fermato. Il prodotto interno lordo è sceso del 2,4% nell’ultimo trimestre del 2018 sul trimestre precedente, a sua volta in contrazione dell’1,6%. Il segno negativo per due trimestri consecutivi è generalmente accettato come indicatore di recessione. 

Ma i problemi della Turchia non si limitano al calo del Pil, all’inflazione a due cifre, all’aumento della disoccupazione e a un numero crescente di fallimenti aziendali.

Il crollo di fiducia verso il presidente Erdogan si è manifestato alle recenti elezioni locali, nelle quali il suo partito, l’Akp (Justice and development party), ha perso le grandi città a favore delle opposizioni. Considerando che Erdogan non perdeva una sola elezione da quando fu eletto sindaco di Istanbul nel 1994, la vittoria delle opposizioni acquista un valore storico.

Anche se l’Akp ha contestato i risultati, chiedendo di ripetere le elezioni, i risultati mostrano che dopo 25 anni di potere nelle due grandi città del paese, Ankara e Istanbul, l’Akp ha perso consenso. Qualunque sia l’esito delle mosse del partito di Erdogan, è chiaro che la scommessa delle opposizioni di fare leva sui cattivi risultati economici per conquistare voti ha 9ripagato.

Un altro fattore da tenere in considerazione è che la strategia elettorale di Erdogan, ovvero puntare sul sentimento nazionalista e sulla politica estera anziché su temi più concrete, non fa più presa sugli elettori.

POLITICA ESTERA ATTIVA

A dispetto dei risultati elettorali interni, comunque, Erdogan non si mostra per nulla disposto a rinunciare alle ambizioni geopolitiche e alla volontà di rendere la Turchia un attore di primaria importanza sulla scena internazionale. Il Bangladesh è stato recentemente aggiunto alla lista dei partner strategici del paese. In aprile il viceministro della sanità turco, Emine Alp Mese, ha visitato la capitale dello stato asiatico per firmare un accordo sullo scambio di farmaci e servizi sanitari.  Nel lodare il rapido progresso economico del Bangladesh, il viceministro ha citato l’alta qualità dei prodotti farmaceutici turchi e ha accennato a joint venture volte a produrre localmente a un prezzo più basso, a beneficio di entrambi. La Turchia auspica anche che le sue imprese di costruzione intervengano nei settori della logistica e delle infrastrutture del Bangladesh.

Le relazioni della Turchia con paesi come il Qatar e la Somalia possono avere sorpreso alcuni in passato, ma la logica e gli obiettivi erano e rimangono abbastanza chiari e logici. Lo stesso vale per le discussioni sulle relazioni bilaterali e sugli sviluppi regionali e internazionali con il presidente boliviano Juan Evo Morales. Su invito di Erdogan, infatti, Morales ha recentemente visitato la Turchia ed è stato accolto con particolare entusiasmo e sorpresa. Gli osservatori più attenti ritengono che i commenti e il sostegno del capo di stato sudamericano alla causa palestinese, più che i potenziali sviluppi economici, abbiano giocato un ruolo specifico nella decisione di Erdogan di invitare Morales in Turchia. I due presidenti hanno discusso una serie di questioni, in particolare la cooperazione boliviana con l’industria della difesa e le forze armate turche. Si può scommettere che questo abbozzo di intese politico-militari in Sud America abbia già richiamato l’attenzione di Washington, cui probabilmente Erdogan ha voluto mandare un messaggio.

Il Big Bang

Altra questione affrontata è stata la volontà della compagnia di bandiera Turkish Airlines, di proprietà dello stato al 49%, di introdurre collegamenti diretti con la Bolivia a partire dal 2020: un’operazione che si conclusa in meno di 45 ore. La Turkish Airlines è parte integrante delle ambizioni geopolitiche di Erdogan: forse la componente più visibile. La società è cresciuta notevolmente sotto la presidenza del leader turco e serve come strumento di soft power. La sua rapida espansione rende il vettore nazionale una delle compagnie aeree in più rapida crescita al mondo: tra il 2011 e il 2017 il numero di passeggeri è raddoppiato e nuove rotte continuano a essere inaugurate.

Con l’apertura dell’aeroporto di Istanbul, uno scalo da 12 miliardi di dollari considerato il fiore all’occhiello tra i megaprogetti amati dal presidente turco,  il governo punta a sottrarre business ai tradizionali rivali del Golfo, europei e americani.

L’aeroporto di Istanbul e la Turkish Airlines simboleggiano la visione di Erdogan: il desiderio di rendere il marchio Turchia sempre più potente a livello regionale e internazionale. Il Big bang, come i pianificatori hanno battezzato il passaggio dal vecchio al nuovo aeroporto, è ritenuto un’operazione strategica, un’occasione per dimostrare la forza della Turchia. 

Lontani da Bruxelles

Mentre Erdogan continua a compiere progressi per rafforzare il profilo internazionale della Turchia dal Sudamerica all’Asia, non si può dire che avvenga lo stesso in Europa. A marzo il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per bloccare il processo di adesione della Turchia all’Ue, accogliendo il suggerimento della commissione per gli affari esteri di sospendere formalmente i negoziati con Ankara. In realtà, la procedura di adesione della Turchia, avviata nel lontano 2005, era bloccata da tempo, a dispetto della posizione dichiarata da Ankara, secondo cui l’adesione all’Unione è un obiettivo strategico.

In concreto i legami con l’Europa sembrano limitati ai tentativi di diventare una forza dominante in quelle nazioni e regioni balcaniche che un tempo facevano parte dell’impero ottomano.

Riforme strutturali 

Per quanto riguarda la politica interna, Erdogan ha una serie di problemi molto seri da risolvere, gli stessi che sono costati all’Akp la sconfitta elettorale a Istanbul e Ankara. Gli imprenditori chiedono ormai a gran voce cambiamenti profondi. La priorità è garantire la stabilità finanziaria e il primo passo in tale direzione è il controllo dell’inflazione. Sono inoltre necessarie riforme rapide in campo economico, politico e sociale. Le istituzioni devono essere rafforzate e questioni come la trasparenza delle finanze pubbliche e l’economia sommersa vanno affrontate seriamente.

Fino a quando questi problemi non saranno risolti, la Turchia non potrà essere considerata stabile e non sarà certamente interessante per gli investitori stranieri. Sia questi ultimi, sia la comunità imprenditoriale locale vorrebbero che il periodo che manca alle elezioni presidenziali del 2023 diventi un’opportunità per attuare soluzioni permanenti ai problemi strutturali. Se queste soluzioni non venissero trovate, l’Akp di Erdogan potrebbe perdere il controllo non solo delle singole città, ma anche dell’intero paese.