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Un 2019 ancora in crescita

Un 2019 ancora in crescita

Crescita globale in rallentamento, che si attesterà intorno al 3/3,1%, ma nessuna recessione in vista. E’ questa in sintesi la previsione di Daniel Morris, senior investment strategist di Bnp Paribas AM, espressa durante una presentazione alla stampa dell’outlook 2019 della casa di gestione.

Daniel Morris, senior investment strategist di BNP Paribas Asset Management

Daniel Morris, senior investment strategist di BNP Paribas Asset Management

Dopo un 2017 caratterizzato da “Goldilocks” globale, ovvero un contesto di crescita con inflazione stabile e bassa volatilità, e un 2018 nel quale questo scenario si è concretizzato solo negli Stati Uniti, grazie anche politica fiscale messi in atto dall’amministrazione Trump, il futuro si prospetta sicuramente meno roseo. Nel 2019 gli Stati Uniti continueranno a crescere, anche se ad un ritmo più lento, mentre dall’Europa e dai mercati emergenti giungono alcuni segnali che destano preoccupazione.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, le aspettative di crescita si attestano intorno al 2,5% per il 2019 e al 2% per il 2020, con la Fed che si aspetta un’inflazione al 2% tra due anni. Per raggiungere questo obiettivo, secondo la Fed saranno necessari un rialzo dei tassi a dicembre e altri tre nel 2019.
Quali possono essere i rischi in questo scenario? Secondo Daniel Morris sono due: un rischio è che la Fed aumenti troppo i tassi, in un contesto dove non ci sia un reale aumento dell’inflazione, con ricadute negative sulla crescita e rischio che l’economia americana entri in recessione. L’altro rischio è diametralmente opposto, ovvero che aumenti l’inflazione e la Fed sia costretta a intervenire in maniera ancora più aggressiva sui tassi, con le stesse conseguenze negative del primo scenario, ovvero una brusca frenata della crescita. Le probabilità che si verifichino questi due scenari sono comunque molto basse, e le previsioni di Bnp Paribas sono che gli Stati Uniti cresceranno ancora e non ci sarà recessione né il prossimo anno né quello successivo.

Venendo all’Eurozona il quadro è sicuramente meno positivo. Le previsioni di crescita per il 2019, che inizialmente il consensus stimava intorno al 2%, sono state riviste al ribasso, e oggi si attestano all’1,6%. Per comprendere le ragioni di questo calo delle aspettative è interessante mettere a confronto le voci che hanno contribuito alla crescita dell’economia della regione nel 2017 e nel 2018. Quest’anno i consumi interni sono rimasti robusti, gli investimenti privati sono aumentati in maniera significativa, ma si è registrato un crollo delle esportazioni (dovuto principalmente al calo dell’export verso gli Usa), che nel 2017 era stato il principale driver di crescita del Pil dell’eurozona. Senza un’inversione di questo trend, ovvero senza un’accelerazione delle esportazioni, l’economia della regione è destinata quindi a crescere ad un ritmo piuttosto lento.
Quanto ai rischi per l’Europa Morris ne intravede due, uno targato Italia, legato alla possibilità di un effetto contagio sul mercato obbligazionario dello spread dei titoli di stato italiani, contagio che peraltro al momento non si sta verificando, e l’altro legato alla cosiddetta hard Brexit, ossia la possibilità di un’uscita senza accordo del Regno Unito dall’Unione europea, che avrebbe conseguenze drammatiche sull’economia di tutto il Vecchio continente, anche questa un’opzione che secondo Morris ha poche probabilità di realizzarsi.

Venendo alla Bce, con il mese dicembre si chiude la fase di quantitative easing, ma quanto ad eventuali rialzi dei tassi di interesse la casa di gestione prevede che Francoforte, alla luce delle basse previsioni di crescita dell’economia europea, proseguirà nell’attuale politica monetaria accomodante fino al 2020.

Passando ai mercati emergenti, il 2018 è stato un anno difficile, mercati e le ragioni sono essenzialmente due: rafforzamento del dollaro verso le valute emergenti e aumento dei tassi di interesse statunitensi.
Gli indicatori economici sono ancora positivi, e a novembre la media dei Pmi manifatturieri si è attestata a 51,8, ma in calo dello 0,2% rispetto al mese precedente, a segnalare che la crescita è in rallentamento. I fondamentali si stanno deteriorando in particolar modo in Cina, dove il Pmi manifatturiero è sceso ai minimi degli ultimi due anni e anche l’indicatore Pmi dei servizi sta mostrando una certa debolezza. Questo rallentamento è conseguenza non dell’imposizione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump, bensì, in primo luogo, del develeraging avviato dal Governo cinese nello shadow banking, che di per sé è sicuramente un elemento molto positivo, ma che inevitabilmente sta pesando sulla crescita dell’economia del gigante asiatico. «Nel 2019 ci aspettiamo che la Cina crescerà del 6,2%», ha precisato Morris «e la cosa importante è che la crescita si mantenga al di sopra del 6%, livello minimo ritenuto accettabile da parte del Governo cinese».

Sulla base di questo scenario lo strategist di Bnp Paribas Am ritiene che in generale nel 2019 l’equity sarà da sovrappesare rispetto all’obbligazionario. Nel comparto azionario in particolare la view è positiva sulle large cap Usa, mentre l’azionario emergente presenta indubbiamente dei multipli interessanti ma non è facile individuare il corretto timing di ingresso. Nell’ambito del reddito fisso, la casa di gestione ha una posizione neutrale sulla duration dei titoli statunitensi, è in sottopeso sulla duration dei bond governativi core europei, sui governativi della periferia euro, e sui bond IG e HY europei, mentre ha una posizione di sovrappeso sul debito emergente in valuta forte.

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