2017, anno decisivo per l’Europa e il rafforzamento dell’Unione

2017, anno decisivo per l’Europa e il rafforzamento dell’Unione. L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. L’analisi di Pinuccia Parini, Financial Communication and Advisory manager di Aletti Gestielle

Il 25 marzo, i leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea rilasciavano la seguente dichiarazione: “Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri.

Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare. L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti.

Fino a che l’Europa non è stata di nuovo una. (…) La nostra Unione è indivisa e indivisibile.” Un’ affermazione stridente, quella dell’incontro di Roma, con quanto è stato ufficialmente annunciato il 29 marzo, giorno in cui la prima ministra britannica, Theresa May, ha aperto il processo che porterà il Regno Unito fuori dall’Unione, invocando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Questo significa che, formalmente, tra due anni esatti la Gran Bretagna uscirà dall’Unione, salvo che le parti coinvolte non decidano di prolungare i tempi della trattativa con la possibile entrata in vigore di accordi transitori. I cittadini britannici hanno deciso, dopo 44 anni, di lasciare quell’Unione che i rimanenti 27 membri continuano a considerare sia una necessità ma anche una libera scelta che permette di influenzare le dinamiche mondiali e difendere interessi e valori comuni. Si preannuncia una trattativa difficile e irta di ostacoli, che lascerà una ferita profonda in quell’Unione che “è iniziata
come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti”, trasformatasi poi nella delusione di alcuni. Michel Barnier, responsabile dei negoziati sulla Brexit per la Commissione europea, ha recentemente ribadito, durante un discorso tenuto al Comitato delle Regioni a Bruxelles, la necessità che i colloqui tra le due controparti procedano nel giusto ordine. Questo significa che gli accordi con Londra conosceranno due tempi: prima il raggiungimento di un’intesa sul “divorzio” e solo in un secondo momento si aprirà la trattativa sui futuri rapporti tra Ue e Regno Unito. I temi più delicati da affrontare saranno la posizioni dei cittadini britannici nella Ue e di quelli europei nel Regno Unito e gli impegni finanziari che Londra si è assunta nei confronti degli altri membri. Nel primo caso, per citare lo stesso Barnier, bisognerà decidere il destino di circa 4,5 milioni di persone che hanno dinnanzi a sé un futuro incerto. Nel secondo, invece, non si tratterà di far pagare una penale, bensì di regolare i conti in base a quanto precedentemente stabilito. Due anni quindi di incontri che ci si auspica abbiano come terreno comune il buon senso perché la rottura tra Ue e il Regno Unito possa essere una ferita rimarginabile. In poco meno di ventiquattro mesi gli inglesi dovranno abbandonare alcune velleità e, in particolare, quello che Gideon Rachman ha definito come l’“amnesia dell’impero” (rif. “Brexit and imperial amnesia”, Financial Times, 28 marzo 2017) e la nostalgia dello stesso. Il fatto che alcuni funzionari britannici siano impegnati a redigere nuovi accordi commerciali con le nazioni del Commonwealth e abbiano chiamato scherzosamente questo progetto come “Empire 2.0”, nasconde forse la nostalgia di un impero, senza averne però una visione critica di quello che storicamente ha significato. Coloro che si dichiarano a favore di una “Global Britain”, rifacendosi alla storica vocazione del regno quale nazione commerciale, forse si dimenticano come l’impero stesso fu realizzato e di come gli interessi commerciali fossero difesi anche con le guerre. Forse, sostiene Rachman, i britannici soffrono di quello che in “1984” Orwell aveva chiamato “buco della memoria”, cioè di quel piccolo passaggio che conduceva a un inceneritore in cui finivano tutti i documenti non graditi al Ministero della verità, cancellandone così l’esistenza.

Ma il “buco della memoria”, che permette di riscrivere a proprio piacimento la storia, è un malessere diffuso in questi ultimi anni e alimenta le posizione demagogiche di alcuni movimenti politici o partiti che, nell’incapacità di misurarsi in un confronto dialettico, predicano un mondo che non ha un passato se non quello che viene costantemente “aggiornato” in base alle necessità del momento. Esso trova un’ulteriore declinazione nel concetto di “post-verità”, per cui acclarare o meno un fatto passa in secondo piano e conta di più l’impatto emotivo che l’affermazione o il dato genera, indipendentemente dalla sua veridicità. Le dichiarazioni fallaci sia durante la campagna per la Brexit sia le presidenziali americane hanno offerto degli esempi poco edificanti in questo senso e sembra che tale vizio di forma continui. Il presidente Trump, a poco più di due mesi dal suo mandato, ha gettato parecchie ombre sulla sua credibilità in quanto capo dello Stato, con una serie di affermazioni che sono state poi smentite nell’arco di pochi giorni. Il risultato politico è un consenso in discesa tra gli americani che il recente sondaggio di Gallup vede al 39%. I risultati sino a ora ottenuti, oltre a una serie di ordini esecutivi (tra cui quello del 27 gennaio sui visti e il programma di accoglienza per i rifugiati, poi bloccato) che vogliono riscrivere la politica Usa, mostrano una pesante sconfitta sull’abolizione dell’Obamacare e conseguente introduzione di una nuova riforma sanitaria. Il Partito repubblicano, in primis, non è riuscito a creare sufficiente consenso al suo interno ed è stato costretto a ritirare la proposta prima che questa fosse votata. Il prossimo obiettivo dovrebbe essere la riforma fiscale, tema anche questo molto delicato, con diverse possibili formulazioni e la difficoltà di trovare sufficiente sostegno per poter essere approvata. I mercati finanziari lo aspettano con grande interesse, le imprese (che dovrebbero esserne le prime eventualmente a beneficiarne) lo attendono desiderose di capirne i contenuti per misurare gli impatti sulla propria attività.

La sconfitta sia del presidente Trump che del portavoce della Camera dei rappresentanti Paul Ryan, sul mancato respingimento dell’Obamacare, rende il percorso da seguire per la riforma fiscale più tortuoso e quindi difficile da raggiungere, ma non impossibile. Gli indici di borsa continuano a veleggiare intorno ai massimi di sempre, con gli utili del quarto trimestre del 2016 meglio delle attese e aspettative top down per il 2017 a 128 USD di utile medio e bottom up di 131 USD valori, questi, che non tengono in considerazione alcun taglio fiscale. E’ possibile che la volatilità aumenti nel momento in cui si dovesse procrastinare ogni decisione in merito e che si appanni anche “l’animal spirit” che Trump pareva aver risvegliato, ma l’economia americana continua ad offrire segnali di buona salute e questo è comunque, nel breve, il segnale più importante.

Indicazioni positive, per quanto riguarda la crescita, arrivano anche da Eurozona. Le aziende europee hanno chiuso l’ultimo trimestre dello scorso anno con risultati migliori delle attese mostrando, in particolare, una inversione a “u” dell’andamento degli utili incoraggiante, che porta alle stime per l’anno in corso a +12% rispetto a quello precedente. Ma, soprattutto, le stesse proiezioni macroeconomiche da parte dello Staff della Bce, vedono una crescita del Pil di 1,8% nel 2017 e dell’1,7% nel 2018. Il già citato comunicato dell’incontro a Roma degli EU27 recita “Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile” continua il comunicato di Roma “che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione (…) e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare: 1) Un’Europa sicura (…) 2) Un’Europa prospera e sostenibile (…) 3) Un’Europa sociale (…) 4) Un’Europa più forte sulla scena mondiale (…)”. Sono quattro obiettivi importanti quelli rimarcati dai 27 che già erano stati identificati in precedenza e ripresi tra le priorità legislative che il Consiglio si è dato per il 2017. L’Europa “sicura”, pochi giorni dopo la firma del comunicato di Roma, è quella che vede l’Austria chiedere di non essere inclusa nella riallocazione dei migranti, anche se nessun paese può decidere unilateralmente di non accettare le decisioni del Consiglio europeo. La politica europea sui migranti, che si basa sulla solidarietà, viene ancora una volta messa in discussione e rivela come gli attriti e le divergenze tra i membri rimangano cogenti. La prosperità del continente e la sua sostenibilità sono un obiettivo importante ma richiede, verosimilmente, degli aggiustamenti rispetto a quanto sino ad ora è stato fatto sia per la crescita che per l’occupazione, alla ricerca di una maggior convergenza tra le economie che, da quest’ultimo punto di vista, sta solo recentemente offrendo segnali incoraggianti. La necessità di favorire, poi, il progresso sociale diventa un obiettivo imprescindibile viste le pesanti ripercussioni che la grande crisi ha avuto sugli strati più deboli della popolazione e che ha tolto ai giovani la possibilità di contare e di decidere del proprio futuro.

Il 2017, al di là delle commemorazioni degli anniversari, potrebbe essere un anno decisivo per l’Europa e per il rafforzamento dell’Unione, soprattutto per gli appuntamenti elettorali che riguardano due dei suoi membri fondatori: la Francia e la Germania. Lo scenario politico all’interno dei due Paesi è completamente diverso. In Francia c’è la possibilità che sia messa in seria discussione la continuità dell’Unione, così come era stata concepita e anche quella dell’euro. In Germania i due maggiori schieramenti che si contrapporranno, pur con i debiti distinguo, non mettono in discussione l’appartenenza all’Unione. In Francia, secondo i sondaggi, il primo turno elettorale potrebbe essere vinto
da Marine Le Pen che si troverebbe o contro Macron o contro Fillon al ballottaggio di maggio. Ciononostante, rimane bassa la probabilità che la Presidente del Front National possa conquistare la poltrona dell’Eliseo. Il suo partito è cresciuto, negli anni, in modo significativo ma sembra difficile che riesca a raccogliere ulteriore consenso. Se questa previsione dovesse rivelarsi corretta, allora la scelta potrebbe essere tra Macron o Fillon, con il primo che rappresenta una vera e propria novità per la base politica che lo sostiene, per l’assenza di posizioni eccessivamente estreme e perché egli stesso è un fermo sostenitore dell’Unione. Le elezioni in Germania vedranno contrapposti, come principali pretendenti, Angela Merkel e Martin Schulz, con la possibilità che quest’ultimo, visto la lunga esperienza politica e la forte personalità, possa seriamente contendere la poltrona di Primo ministro alla Cancelliera uscente. E’ pur vero che, chiunque sia eletto, si troverà probabilmente a capo di un governo di coalizione con cui dovrà fare i conti e trovare un compromesso rispetto al proprio manifesto politico, dovrà confrontarsi con le istituzioni ma, soprattutto, non potrà ignorare dovrà fare i conti con lo spirito che permea la nazione tedesca. In Germania, inoltre, non ci sono forze antieuropeiste che possano seriamente conquistare un tale consenso da poter mettere in discussione l’adesione del Paese alla Ue.

Che cosa attendersi allora nelle prossime settimane/ mesi? Le elezioni del 16 marzo in Olanda hanno mostrato un contenimento del partito più oltranzista e antieuropeista PVV, grazie alla vittoria del partito di centrodestra. Per quanto in questi ultimi anni in Europa i partiti e movimenti definiti sommariamente “populisti” si siano rafforzati, non sembra riescano raggiungere una forza tale da permettergli di governare. Un evento simile si era registrato in Austria lo scorso anno con la vittoria del verde ed europeista Van Der Bellen contro il rappresentante del partito nazionalista di destra Norber Hofer. In Francia si potrebbe ripetere lo stesso fenomeno, con una sconfitta finale di Marine Le Pen da cui i mercati finanziari troverebbero giovamento, visto che l’incognita delle elezioni francesi pesa, comunque, sui corsi delle diverse asset class. Ma non solo. La sconfitta del Front National potrebbe creare un’opportunità per ripensare ad un rinnovato modello per l’Europa. Nell’incontro di Roma dei 27 membri, oltre all’affermazione che l’Unione è indivisibile, è stato ribadito il concetto che si agirà congiuntamente “a ritmi e con intensità diversi se necessario”, di fatto sottolineando come ci possano essere gruppi di Paesi che procedano a diverse velocità. (vedi riferimento giuridico art. 20 del Trattato di Lisbona). Come tale concetto potrà trovare applicazione, per chi scrive, rimane ancora poco chiaro, soprattutto su come ciò potrà avvenire senza creare ulteriori divisioni all’interno dell’Unione. E quest’ultimo aspetto non è certo da trascurare in un’Europa che sta attraversando un momento particolarmente delicato, di crisi, che se non adeguatamente affrontato potrebbe generare altri “buchi della memoria”.

“Winston dava le spalle al teleschermo. (…). A un chilometro di distanza, immenso e bianco nel sudicio panorama, si ergeva il Ministero della Verità, il luogo dove lui lavorava (…). Il Ministero della Verità (Miniver, in neolingua) differiva in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza dopo terrazza, fino all’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito: LA GUERRA È PACE, LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ, L’IGNORANZA È FORZA” (“1984”, George Orwell)

Ma, comunque, il paradigma sociale e quello economico e finanziario non vanno nella stessa direzione.

Stefania Basso
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.