Il populismo sbaglia strada

“L’avvento delle politiche di Trump non produrrà una nuova ondata rialzista. Accontentatevi di rendimenti globalmente diversificati del 3-5%”, avverte Bill Gross, Janus

La volpe Trump è entrata nel pollaio populista, non tanto con un sotterfugio, ma per l’errore di giudizio della classe media americana in merito a cosa riuscirà a rendere di nuovo grande l’America.  Non avendo votato per nessuno dei candidati dei partiti della casta , posso esprimere il mio stupore, lo sconcerto quasi divertito per quello che gli elettori americani hanno fatto a loro stessi.  Un sondaggio effettuato nel giorno delle elezioni da Reuters/Ipsos su 10.000 votanti ha rivelato la straordinaria rabbia del movimento populista americano.  Quasi il 72% concorda sul fatto che “l’economia americana è costruita per avvantaggiare i ricchi ed i potenti”.  Anche io concordo, eppure votando per chiudere a Hillary Clinton la porta del pollaio, hanno “inconsapevolmente ” (e con scarso acume) lasciato entrare Donald Trump dall’ingresso laterale.  Il suo mandato durerà appena quattro anni, ma rischia di arrecare molti danni agli elettori americani disoccupati e a basso reddito,  proprio coloro che hanno dato a Trump la forza per trasformare il Midwest in un collegio elettorale repubblicano.  Eppure, mentre la Volpe prometteva posti di
lavoro e di rendere nuovamente grande l’America, le sue politiche di aumento delle spese per la difesa e le infrastrutture, sommate alla riduzione delle imposte sulle imprese per rafforzare il settore privato, continuano a favorire il capitale rispetto al lavoro, i mercati rispetto ai salari, e a promuovere la prosecuzione dello status quo.

Ad esempio, l’appello dei repubblicani ad adottare una riforma fiscale è centrato attorno all’affermazione che le imposte sulle imprese negli Stati Uniti sono tra le più alte al mondo, con un’aliquota del 35%. Le cose stanno diversamente.  Per le prime 50 società dell’S&P 500, l’aliquota fiscale media (comprensiva di imposte statali, locali ed estere) è del 24%.  Le società statunitensi sono quindi tra le meno tassate al mondo, non le più tartassate.  Le politiche di Trump sembrano inoltre voler favorire il rimpatrio di migliaia di miliardi di dollari di utili dall’estero a un costo molto basso, affermando che il denaro sarà speso per gli investimenti negli Usa. Improbabile.  L’ultima volta che è stato approvato un tale condono fiscale nel 2004, non abbiamo assistito ad alcun incremento significativo degli investimenti. Dei 362 miliardi di dollari  che quell’anno hanno ottenuto una esenzione fiscale, la maggior parte è finita in dividendi, bonus aziendali, e operazioni di riacquisto di azioni proprie.  Apple, o qualsiasi altra grande società Usa, può ottenere in prestito il denaro per finanziare gli investimenti qui negli Usa, a tassi d’interesse storicamente bassi.   Alcuni lo hanno fatto, ma negli ultimi anni oltre 500 miliardi di dollari all’anno sono stati utilizzati per riacquistare azioni proprie e per accrescere l’utile per azione, anziché accrescere gli utili e il Pil.  Perché dovrebbero aver bisogno di rimpatriare denaro da investire nell’economia reale? Ma una Amministrazione Clinton avrebbe potuto fare meglio?  Probabilmente no.  I
democratici di Clinton e quasi tutti i repubblicani rappresentano lo status quo delle grandi imprese, che privilegia i mercati rispetto ai salari, Wall Street rispetto all’economia reale.  Per questo motivo il pubblico americano e i cittadini del mondo continueranno a sbagliare strada neltentativo di neutralizzare la casta  e recuperare il terreno perso dai salari reali rispetto ai profitti reali nei decenni.
Nessuno dei due partiti presenta in questa fase storica politiche coraggiose e indipendenti dai lobbisti di Washington.  Io ritengo che esistanosoluzioni migliori delle piattaforme elettorali di entrambi i partiti, come un Job Corps alla Keynes/Roosevelt o un AmeriCorps alla Kennedy che faccia lavorare le persone per aiutare gli altri.

Questi programmi non sono mai stati enfatizzati da nessuno dei due candidati.  Perché invece non integriamo il welfare con un patriotticoprogramma di creazione di lavoro “Help America”, anche se organizzato dal governo?  Sarebbe efficiente alla pari di un programma
avviato dalle imprese?  Naturalmente no, ma le imprese stanno facendo i conti con difficoltà strutturali, come l’invecchiamento demografico, la sostituzione dei lavoratori con la tecnologia/robotizzazione, la deglobalizzazione, e l’eccessivo indebitamento delle imprese.  Puntano  la loro attenzione sui profitti più che sul welfare.

Il governo deve intervenire, non attraverso una riduzione delle imposte, che finisce solo per accrescere i profitti a scapito del lavoro, ma subentrando come datore di lavoro di ultima istanza, auspicabilmente in modo produttivo. Il populismo è in marcia, e la vittoria di Trump potrà fare ben poco per fermare la sua avanzata nei prossimi decenni.  Se non altro, è ormai demograficamente inevitabile.  Come ha astutamente
dichiarato The Economist, gli investitori rischiano di essere bloccati in un impasse.  A meno che la quota del Pil dei lavoratori non inverta il proprio trend discendente, e la quota del capitale non smetta di aumentare, i populisti nel mondo rifiuteranno i partiti della casta  in quasi tutti i futuri appuntamenti elettorali – avviando in alcuni casi politiche di crescita negativa imperniate su commercio, immigrazione e – sì, nel caso di Trump – una riduzione delle imposte che potrà solo ridurre la crescita del Pil, e non aumentarla.  Il populismo globale è l’onda del futuro, ma in America ha preso la strada sbagliata.  Gli investitori devono guidare con cautela, comprendendo che i maggiori disavanzi risultanti dalla riduzione delle imposte accrescono i tassi d’interesse e l’inflazione, che a loro volta possono comprimere gli utili e i P/e.  L’avvento delle politiche di Trump non produrrà una nuova ondata rialzista.  Accontentatevi di rendimenti globalmente diversificati del 3-5%.  L’egemonia della  finanza, di Wall Street, sta sbiadendo.  L’alba populista è appena spuntata all’orizzonte.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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