Il reflation trade è ancora attivo

Il reflation trade è ancora attivo. L’asset allocation Strategy di febbraio a cura di Benjamin Melman, head of asset allocation and sovereign debt di Edmond de Rothschild AM

Il reflation trade, che ha avuto il via nella primavera del 2016, prima di essere potenziato dalla vittoria elettorale di Donald Trump, è ancora in corso, ma ha perso un po’ di vigore da dicembre. I mercati hanno ascoltato le promesse del candidato e sono ora concentrati su come le politiche del nuovo presidente saranno effettivamente implementate.

Nel frattempo, la crescita globale sta ancora prendendo velocità e gli analisti stanno alzando le stime sugli utili su tutti i maggiori mercati azionari del mondo. In altre parole, i fondamentali si stanno gradualmente adattando alle aspettative degli investitori. Questa è un’ottima notizia e ci permette di mantenere il nostro sovrappeso nel mercato azionario, concentrato sulla zona euro e sui titoli value e di aziende sanitarie degli Stati Uniti.

La stretta monetaria sarà più veloce del previsto
Dal punto di vista economico, le prime dichiarazioni e ordini esecutivi di Trump suggeriscono che la
deregolamentazione sarà in linea alla sua campagna elettorale. Finora, tuttavia, del tema fiscale non si è discusso molto. In realtà, abbiamo bisogno di qualche chiarimento riguardo a se una misura di vasta portata come la «border adjustment tax» dei repubblicani verrà approvata, misura che mira a tassare le importazioni e ad abolire prelievi all’esportazione. Nel complesso, il nuovo stile di comunicazione della Casa Bianca può essere a volte sconcertante, ma non ci sono reali motivi per mettere in discussione l’ottimismo dei mercati finanziari visto nelle ultime settimane.

Dobbiamo, tuttavia, prendere sul serio le implicazioni protezionistiche di questa nuova politica e, specialmente, le idee di Donald Trump e del suo portavoce al commercio, Peter Navarro, riguardo la Cina, il Giappone e
la Germania e il fatto che abbiano condizionato le valute. È ovviamente difficile quantificare la portata e le tempistiche di qualsiasi provvedimento protezionistico.
Se il protezionismo è infatti all’ordine del giorno, pensiamo che Washington affronterà per prima la «border adjustment tax», programma che sarebbe molto positivo per un ulteriore apprezzamento del dollaro statunitense. Quello, insieme alla possibilità che la Fed possa attuare la stretta più velocemente di quanto si aspettino i mercati, ci ha portato ad aumentare leggermente l’esposizione in dollari USA nei nostri portafogli.


Ci stiamo avvicinando alla fine del Quantitative Easing?

Sui mercati obbligazionari, abbiamo ridotto i rating sui bond investment grade e sul debito pubblico europeo, anche se non ci aspettiamo un aumento significativo dei tassi d’interesse. Siamo convinti che la BCE rimarrà ancora
accomodante per qualche tempo a venire, ma, nell’ambiente reflazionistico di oggi, i mercati potrebbero iniziare a
speculare sulla fine del QE nel 2018. I mercati obbligazionari europei sono costosi e quindi offrono poco rendimento per compensare un aumento del rischio di volatilità. Se la BCE dovesse arrivare a concludere il suo Quantitative Easing, i mercati obbligazionari potrebbero crollare, trascinando probabilmente verso il basso anche i mercati azionari. E qualsiasi aggravamento del rischio politico europeo avrebbe anche un impatto negativo sulle
obbligazioni europee. In generale, ci troviamo in un ambiente in cui ogni nuova tensione sui mercati obbligazionari
potrebbe intaccare anche quelli azionari. Questo significa che le coperture sull’ asset allocation obbligazionaria non offrono tanto valore di protezione e diversificazione. Abbiamo, di conseguenza, ridotto l’esposizione alle obbligazioni nei portafogli, ma continuiamo a vedere opportunità nei financial bond, high yield e nel debito europeo investment grade.

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