Il Giappone sta uscendo dalla deflazione

Il Giappone sta uscendo dalla deflazione. I fattori positivi superano quelli negativi nel 2018. Daisuke Nomoto,responsabile azioni giapponesi di Columbia Threadneedle

Malgrado l’inflazione non abbia raggiunto il target del 2% che la BoJ si era data ormai da tempo, la nostra ricerca sul campo suggerisce che l’economia giapponese non sia più in fase deflazionistica; non a caso generi alimentari, tariffe dei taxi, canoni di locazione per uffici, servizi di consegna e ristoranti hanno tutti registrato un incremento dei prezzi. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) giapponese è aumentato costantemente durante lo scorso anno, facendo segnare un +0,9% a/a nel novembre 2017. Per stabilire se l’economia è uscita dalla deflazione, il governo giapponese si è avvalso di quattro indicatori principali: 1) CPI, 2) deflatore del PIL, 3) costi unitari del lavoro e 4) output gap. Tutti questi indicatori si stanno apprestando ad entrare contemporaneamente in territorio positivo, precondizione per ufficializzare la fine della deflazione. Finché i quattro indicatori non daranno letture simultaneamente positive per alcuni trimestri, la politica monetaria accomodante è destinata a continuare.

In questo scenario inflazionistico in evoluzione, le società giapponesi hanno cominciato a rivedere le proprie strategie al fine di vendere prodotti e servizi con prezzi adeguati2 invece di abbassarli al solo scopo di guadagnare quote di mercato. Questo approccio “normale” alla determinazione dei prezzi non si vedeva da un lasso di tempo piuttosto lungo a causa di una mentalità deflazionistica ormai radicata. La normalizzazione della strategia di fissazione dei prezzi dovrebbe contribuire a sostenere tanto i ricavi quanto gli utili e a migliorare ulteriormente i margini delle società giapponesi.

L’attenzione si sposta ora sull’inflazione salariale. Alcuni aumenti delle retribuzioni si sono verificati nella fascia di reddito inferiore, ma nel complesso la crescita dei salari è ancora debole. Stando al sentire comune in Giappone, le società vantano profitti in eccesso ma preferiscono trattenerli come riserva interna piuttosto che erogarli ai dipendenti. Secondo gli investitori, le società nipponiche non corrispondono agli azionisti la liquidità in eccesso nonostante detengano in questa forma oltre 200.000 miliardi di yen (1.800 miliardi di dollari) nei loro bilanci, con tassi d’interesse negativi in termini reali. Ma la situazione sta per cambiare.

Il mercato del lavoro in Giappone è contratto al massimo sia su base storica che a livello globale, pertanto le pressioni salariali non dovrebbero tardare a influire sulla crescita delle retribuzioni. Il Primo ministro giapponese Shinzō Abe si è impegnato a premiare le società che innalzano i salari di oltre il 3%. Tenendo in considerazione le aspettative di un rialzo delle retribuzioni pari al 3% indicato da Abe e l’opinione pubblica, la Keidanren (Federazione giapponese delle imprese) presenterà specifiche proposte in materia, incoraggiando il dibattito tra management e lavoratori in ciascuna azienda. Le decisioni riguardo all’aumento delle retribuzioni saranno lasciate alle singole società, ma la Keidanren chiederà loro di adottare un approccio lungimirante all’innalzamento dei salari per sostenere un ciclo economico virtuoso e il rafforzamento dell’attività dei consumatori.

La probabilità di un ritocco alla politica di controllo sulla curva dei rendimenti sta crescendo. Dovremmo tuttavia tenere a mente che cambiare il target e consentire un irripidimento del tratto a lunga scadenza della curva non equivale a inasprire la politica monetaria. Anche se il Giappone sembra essersi lasciato la deflazione alle spalle, riteniamo che la BoJ continuerà ad attuare un approccio fortemente espansivo per sostenere i positivi sviluppi dell’inflazione. La persistenza della politica monetaria accomodante dovrebbe favorire i mercati azionari e contribuire a mantenere viva la fiducia delle imprese giapponesi, che è prossima ai livelli più alti dalla fine degli anni Ottanta.

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