Aberdeen Standard Investments: «Addio vecchia costruzione di portafoglio»

Risparmiatori e investitori più attenti alle questioni ambientali guardano alle scelte di portafoglio non solo in termini di ritorni finanziari, ma anche di impatto sul pianeta. Fondi & Sicav ne discute con Tommaso Tassi, head of distribution Italy per Aberdeen Standard Investments.

La transizione green subirà nei prossimi anni una grande accelerazione, con risvolti che riguarderanno molteplici ambiti. Come toccherà il mondo del risparmio e degli investimenti? 

«Il cambiamento climatico è un tema che Aberdeen Standard Investments ha analizzato e discusso in modo molto approfondito nell’arco degli ultimi anni e continuerà a farlo anche nel prossimo futuro. Si tratta di un argomento che, oltre a essere molto sentito dai mercati finanziari, occupa ormai un ruolo prioritario nelle agende politiche dei governi ed è ormai entrato a fare parte della vita quotidiana delle persone, vista la maggiore attenzione verso uno sviluppo più sostenibile. In termini di investimento, non si tratta più di essere attenti solo alla generazione degli utili delle società, ma di capire come questi sono prodotti. Ugualmente non si può pensare alla crescita in senso lato senza individuare su quali aspetti dello sviluppo sia opportuno concentrarsi.  A essere cambiato in modo significativo negli ultimi anni è l’impegno da parte dei governi. L’obiettivo comune è ridurre le emissioni di anidride carbonica e prestare particolare attenzione alle politiche ambientali. In questo contesto, noi, come asset manager, siamo chiamati non solo a interpretare i diversi scenari che si propongono, ma anche a ipotizzarne le evoluzioni future. Per questa ragione, c’è forte interesse verso i cambiamenti strutturali, voluti anche da piani programmatici governativi, che prevedono l’investimento di consistenti capitali per la loro realizzazione, con ricadute dirette su alcuni settori e sulle aziende coinvolte».

Si tratta di aspetti che non possono essere ignorati

«In qualità di investitori non possiamo ignorare le dinamiche che questo contesto innesca e impone in termini di rivisitazione delle strategie di investimento. Dobbiamo essere pronti a intercettare i mutamenti nei consumi e negli stili di vita che questa nuova sensibilità sta producendo. Il nostro obiettivo è capire quali opportunità si aprono spinte dalle nuove esigenze, ma soprattutto non dobbiamo correre il rischio di rimanere ancorati a una vecchia costruzione di portafoglio».

Come si traducono i cambiamenti climatici in politiche di investimento e in scelte di portafoglio?

«Come Aberdeen Standard Investments cerchiamo non  solo di dare indicazioni di carattere generale sul tema, ma di entrare nello specifico con la condivisione di modelli per la costruzione dei portafogli che, al loro interno, oltre alle due variabili classiche, rischio e rendimento, incorporino anche la misurazione dell’impatto generato dalle scelte di investimento e la loro sostenibilità. Attualmente stiamo lavorando su portafogli che, a parità di rischio e di rendimento, generino un impatto positivo sull’ambiente, privilegiando emittenti “green” particolarmente attenti a questo aspetto, oppure inserendo nuove asset class come le infrastrutture “rinnovabili” con focus specifico legato alla transizione energetica. L’attuale asset allocation strategica riesce a cogliere le esigenze degli investitori e a rispondere alla necessità di avere portafogli performanti, ma anche più resilienti. Vengono delineati diversi scenari che tengono conto degli effetti causati dal cambiamento climatico e, in base alle stime prodotte, si operano le scelte di investimento».

In che cosa consiste la vostra analisi di scenari climatici?

«Abbiamo sviluppato un approccio solido, trasparente che è unico, perché costruiamo scenari ad hoc in grado di fornire una gamma più plausibile di esiti climatici e utilizziamo un processo rigoroso per determinarne l’impatto finanziario su tutti gli asset che gestiamo. Allo scopo di intercettare le ingenti incertezze sul cambiamento climatico, assegniamo un indice di probabilità a ogni scenario in base a fattori di economia politica e di riduzione delle emissioni e aggiorniamo annualmente le probabilità e gli scenari per cogliere gli sviluppi in atto a livello regolamentare, politico e tecnologico. Ciò fa sì che, come conseguenza di questo processo, alcune aziende, settori o aree geografiche risultino più o meno penalizzate dalle scelte di gestione e subiscano sensibili aumenti o riduzioni di esposizione».

Il cambiamento climatico come ha accelerato le ambizioni di alcuni paesi?

«Siamo in una situazione in cui tanti paesi hanno modificato il loro approccio alle questioni ambientali e stanno impostando la loro agenda e il loro piano di sviluppo per raggiungere determinati obiettivi, come la riduzione di emissioni di carbonio. Da questo punto di vista, ci sono realtà come la Cina che hanno conosciuto negli anni una crescita esplosiva, mai discussa, nei fatti, in termini di impatto generato sull’ecosistema. Ora la “Terra di mezzo” si è data l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality entro il 2060 ed è diventata uno dei paesi alla guida della transizione energetica. Gli stessi Stati Uniti, con la nuova amministrazione, mostrano di avere molto più a cuore le questioni ambientali e di impegnarsi per lo sviluppo di un’economia verde. E poi c’è l’Europa che, in questo campo, ha una netta posizione di leadership, sia per le decisioni politiche prese dalla Commissione europea, sia per le scelte storiche fatte già da tempo da alcuni dei suoi membri sui temi legati all’ambiente e al clima. Riteniamo, comunque, che l’aspetto più rilevante sia appunto la posizione assunta dalla Cina e la sua dichiarata consapevolezza che bisogna puntare a una crescita sostenibile, diversa da quella degli anni passati. Si tratta di una decisione che ha significative ricadute in termini di investimento e di sviluppo che non possono essere ignorate e che riguardano in particolare alcune società e alcuni settori».

Pensate quindi che anche gli altri paesi emergenti si muovano nella stessa direzione della Cina?

«Auspichiamo che ciò avvenga, nonostante a volte possa risultare economicamente più vantaggioso continuare a utilizzare vecchi metodi produttivi, piuttosto che introdurne di nuovi. Abbiamo però rilevato molta attenzione al tema da parte delle società di questi paesi. Le ragioni di ciò sono da ricercare nelle maggiori sollecitazioni esterne cui sono sottoposte, soprattutto se operano sui mercati internazionali e rispondono del loro operato a investitori esteri, come ad esempio Aberdeen Standard Investments che è molto attiva, sia nell’attività di engagement, sia di stewardship. In questo caso, le aziende, per continuare a essere competitive e operative, non hanno altra scelta che adottare i criteri di sostenibilità nella gestione e risultare conformi agli standard richiesti dagli stessi investitori internazionali per potere accedere al mercato dei capitali».

C’è un’ampia offerta sul mercato di fondi sostenibili. Intravede rischi di green washing?

«Il rischio rimane, nonostante l’introduzione della Sfdr; ciò significa che bisogna andare oltre le etichette per verificare se si è di fronte a un’operazione virtuosa o a un puro maquillage. Per questo motivo vanno analizzati con attenzione i singoli strumenti. Noi siamo stati molto cauti nell’etichettare i nostri fondi in base alla nuova normativa, perché abbiamo prima voluto comprenderla in profondità. Entro la fine di quest’anno e con l’inizio del prossimo, ci saranno  ulteriori fondi della nostra gamma che saranno riclassificati come articolo 8 e 9. In aggiunta ai prodotti esistenti lo scorso giugno, abbiamo lanciato tre nuovi strumenti con uno specifico focus Net Zero Emission: Climate Transition Bond Fund, Global Climate and Environment Equity Fund e Multi-Asset Climate Opportunities Fund. Tutti e tre sono classificati come articolo 9 sotto la nuova normativa».

Che cosa vi distingue dagli altri asset manager?

«Il fatto di non avere stravolto il nostro processo di investimento. La normativa ha premiato chi si era già mosso in questo senso e noi ci occupiamo di Esg sin dagli inizi degli anni ’90, con team dedicati e una comunicazione completa e mirata. Ogni trimestre produciamo diversi report che rendicontano agli investitori le nostre attività: che cosa facciamo, quali aziende visitiamo, gli incontri con i management, l’attività di engagement, come abbiamo votato in assemblea. Si tratta della nostra reputazione e, per questo motivo, vogliamo usare la massima trasparenza e un alto livello di informazione. Auspico che tutti operino in modo corretto, perché ciò va a beneficio dell’investitore e dell’industria. In ogni caso Aberdeen Standard Investments tratterà questi temi in maniera più approfondita durante il Salone del Risparmio 2021 il 16 settembre alle ore 14:00: “La Geopolitica del cambiamento” è il titolo della conferenza cui interverranno Paolo Magri, vicepresidente dell’Ispi, uno dei massimi esper ti italiani di scenari geopolitici globali, per raccontare i nuovi rapporti di forza fra paesi e regioni che imprimeranno un’accelerazione alla transizione energetica. Craig Mackenzie, head of strategic asset allocation, che illustrerà il ruolo del mondo del risparmio e degli investimenti in questo importante processo di transizione e spiegherà come la geopolitica del cambiamento, principalmente climatico, potrà avere un impatto sulle scelte d’investimento e di asset allocation».

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