abrdn: «Puntiamo sui prodotti flessibili»

Qual è per voi il quadro macro attuale?

«Sono nel campo della gestione di portafogli in reddito fisso da circa il 1997 e devo dire che in 24 anni non ho mai trovato un quadro di più difficile lettura di questo. Grazie agli stimoli monetari e fiscali, oltre che ovviamente ai vaccini, l’economia si è ripresa con una forza e una rapidità tali da avere sorpreso molti osservatori e addetti ai lavoratori. Il risultato è quello che vediamo, caratterizzato da inflazione in ripresa e colli di bottiglia lungo diverse filiere chiave. La possibilità che la recrudescenza dell’aumento dei prezzi possa costituire un fenomeno duraturo sta rendendo estremamente nervosi gli investitori. Questi ultimi, tra l’altro, temono che il forte processo di crescita visto di recente possa arrestarsi altrettanto bruscamente, specialmente se si dovesse avere una ripresa del Covid. Finora, per fortuna, siamo piuttosto lontani da un simile scenario. Inoltre, sicuramente le banche centrali non sono in una posizione facile, visto che devono riuscire a tenere sotto controllo il fenomeno senza stroncare la crescita. Da questo punto di vista, vi è anche un certo disallineamento geografico. Stati Uniti e Regno Unito sono infatti vicini a ricominciare a normalizzare le proprie politiche monetarie, mentre l’Europa si trova molto indietro nel ciclo economico. Infine, la Cina potrebbe addirittura essere nella posizione di dovere attuare misure di allentamento. Peraltro la Pboc ha ampio margine di manovra per muoversi in questo senso, viste le condizioni creditizie rigide che tuttora permangono nel Paese e i tassi reali locali piuttosto elevati».

Quali sono le occasioni oggi disponibili per gli investitori nel reddito fisso emergente e in quello sviluppato?

«Per riuscire a rispondere a questa domanda è necessario partire da una premessa: il reddito fisso è un insieme costituito da differenti asset class fra loro incredibilmente diversificate. Ciò consente una varietà quasi infinita di strategie, che si adattano a necessità diverse lungo tutto il ciclo economico e delle politiche monetarie. Nelle condizioni attuali, senz’altro mi sentirei di raccomandare di investire, almeno parzialmente, in prodotti flessibili. Si tratta, peraltro, di un tipo di soluzioni che abrdn offre da diverso tempo. Detto ciò, non si può fare a meno di considerare che è dagli anni ‘80 che tassi di interesse e rendimenti obbligazionari hanno preso a scendere. In questo lungo lasso di tempo abbiamo visto rapide e violente fasi di rialzo, che però si sono sempre rivelate temporanee. Per tale ragione non credo che il fixed income europeo, nonostante le valutazioni elevate, sia a rischio di andare incontro a un periodo di sell-off duraturo e intenso. La base di investitori in questo ambito è, nelle nazioni più avanzate, caratterizzata da dimensioni enormi.  A fronte di yield decisamente più convenienti, essi approfitterebbero della situazione per garantirsi rendimenti più elevati per i propri portafogli, limitando dunque i crolli. In particolar modo basta pensare alla situazione europea, dove la quota delle attività degli istituzionali collocata in obbligazionario è molto elevata e dove vi è una grandissima quantità di emissioni che scambia con Ytd negativi. Per quanto riguarda il mondo dell’obbligazionario emergente, allo stato attuale c’è un certo nervosismo per una serie di fattori, fra cui ovviamente la situazione cinese e l’incertezza sugli effetti del tapering e del rialzo dei tassi che la Federal Reserve dovrebbe operare l’anno prossimo. Sicuramente, man mano che questi eventi si avvicineranno, si verificheranno periodi di instabilità anche più intensi rispetto a quelli di adesso. In ogni caso, il fixed income emergente è un’asset class cui noi da diverso tempo guardiamo con grande attenzione. Infatti, si tratta di un insieme di titoli che storicamente ha sempre fornito ottime soddisfazioni agli investitori, in particolar modo quando i corsi sono convenienti come allo stato attuale. Pertanto consideriamo ogni periodo di volatilità come un’occasione per aggiungere altri bond alle nostre posizioni. In particolare vediamo opportunità fra alcune emissioni corporate dei paesi emergenti denominate in dollari, che offrono buoni rendimenti rimuovendo al contempo il rischio di cambio». 

Pensate che la crisi dell’immobiliare cinese possa generare fenomeni di contagio nel resto del reddito fisso emergente?

«Sicuramente la Cina oggi è un elemento che pesa, anche se però non va sopravvalutata la sua portata. Innanzitutto l’obbligazionario al di fuori delle economie sviluppate non si riduce all’Asia, dove si sta verificando il maggiore aumento di volatilità, generato dalla crisi di Evergrande. In particolar modo, non sorprendentemente quest’ultima sta impattando duramente sul comparto immobiliare cinese. All’interno di esso, peraltro, già adesso si presentano alcune occasioni di acquisto molto valide. Ovvio che alla base bisogna disporre di valide competenze di picking, però i periodi caratterizzati da vendite indiscriminate sono l’ideale per cogliere opportunità a valutazioni contenute. Dall’altra parte guardiamo con molto interesse ai bond governativi cinesi, che offrono rendimenti che non hanno uguali (circa il 3% sul decennale) fra le alternative di simile qualità creditizia. Inoltre, essi possono generare notevoli benefici in termini di diversificazione al proprio portafoglio, perché presentano un elevato grado di decorrelazione rispetto al complesso delle emissioni governative. Un po’ in tutto il continente asiatico vi sono, comunque, investimenti interessanti, tanto che, fra le strategie in reddito fisso che lanceremo l’anno prossimo, circa la metà è dedicata ai bond asiatici».

Quando finalmente si arriverà a politiche monetarie più normalizzate, temete che si verificherà un forte impatto su quei gruppi caratterizzati da maggiore leva?

«Riteniamo che in effetti la questione delle cosiddette aziende zombie rappresenti un problema non da poco e uno degli elementi chiave di cui le banche centrali devono tenere conto. Infatti, è ormai dai tempi della crisi finanziaria che quantità sempre più imponenti di soldi vengono periodicamente iniettate nel sistema. Chiaramente, il processo teso alla rimozione di parte di questa liquidità dovrà avvenire nella maniera più ordinata possibile. Va assolutamente evitato, infatti, che si diffondano nervosismo e volatilità, che potrebbero tramutarsi in una valanga nei segmenti a maggiore leva del credito aziendale. Quest’ultimo e gli high yield in generale sono un segmento caratterizzato da una forte sensibilità nei confronti del ciclo economico. Va detto che esso tende a riprendersi anche piuttosto rapidamente: basti pensare a quanto verificatosi dopo le crisi del 2001-2002 e del 2008-2009. Di conseguenza possiamo affermare che siamo nelle mani delle banche centrali e della loro capacità di gestire la transizione».

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