Allianz GI «Cinque motivi che spingono il mercato azionario»

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Filippo Battistini head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors partecipa al Focus Cina.

Nel 2020, la Cina è stata l’unica grande economia che ha contribuito positivamente alla crescita globale. Ritenete che ciò sia ascrivibile solo alla capacità di contrastare la pandemia?

«La Cina ha sicuramente dimostrato una grande capacità di contrastare la pandemia, ma siamo convinti che ci siano altri fattori che spiegano la tenuta del tessuto economico. Innanzitutto, seppure con una portata dimensionalmente diversa rispetto a ciò che si è visto nei mercati sviluppati, ci sono stati aiuti stanziati dal  governo, soprattutto nella fase iniziale della pandemia.

In secondo luogo, l’adozione di un modello a doppia circolazione (dual circulation strategy), con la finalità di rendere la propria economia più indipendente, ha visto Pechino porre molta enfasi sull’economia domestica, in altre parole sul ciclo interno di produzione, distribuzione e consumo per il proprio sviluppo. La finalità di questa decisione è da ricercare nella volontà di ridurre la dipendenza dagli altri mercati, soprattutto da un punto di vista tecnologico, con la sostituzione dei prodotti importati con quelli realizzati in loco.

In terzo luogo, la Cina ha ulteriormente rafforzato il proprio impegno verso uno sviluppo sostenibile, non solo dandosi l’obiettivo di raggiungere zero emissioni entro il 2060, ma impiegando sempre più risorse nello sviluppo delle rinnovabili, nell’utilizzo dell’idrogeno pulito, nella diffusione di veicoli elettrici e di altre forme di energia pulita.

Infine, è sempre più evidente la volontà di Pechino di emanciparsi dagli Stati Uniti, a causa anche di una serie di fratture che si sono aperte negli anni, affermando in modo deciso la propria indipendenza e leadership a livello mondiale».

Lo scontro con gli Usa non sembra scemare. Vedete cambiamenti all’orizzonte?

«Non si registra un vero e proprio cambio di passo tra la precedente amministrazione Usa e quella attualmente in carica, né si vede, da parte cinese, la volontà esplicita di abbassare i toni del confronto tra le due grandi potenze. L’incontro ad alto livello diplomatico dello scorso marzo, tenutosi in Alaska, anche se viziato dalla volontà da parte dei due paesi di mostrare i muscoli, non solo non ha prodotto alcuna mitigazione dei punti di contrasto tra Cina e Stati Uniti, ma si è trasformato in un duro scambio di accuse.

Dopo quattro anni di guerre commerciali, quella che poteva diventare un’occasione di ripartenza, si è rivelata un momento di ulteriore inasprimento dello scontro, dove le due nazioni hanno rivendicato il proprio protagonismo. Nel breve periodo, non intravediamo nessun cambiamento sostanziale ed emerge con maggiore vigore la volontà della Cina di muoversi con grande decisione nello stringere accordi commerciali con altri paesi.

È con quest’ottica che vanno letti, sia il partenariato globale regionale che Pechino ha firmato con 15 stati della regione Asia-Pacifico, sia il Comprehensive investment agreement, siglato con l’Unione Europea. Il  primo, il Regional comprehensive economic partnership (Rcep), alla cui firma si è giunti dopo otto anni di negoziati, è il più grande accordo commerciale del mondo. Nel secondo, la Cina si è impegnata a concedere un accesso al mercato di livello più elevato ed equo agli investitori e alle aziende europee, creando i presupposti per un migliore equilibrio nelle relazioni commerciali tra le due controparti. Riteniamo che l’Impero di mezzo sia percepito da Washington come una minaccia incombente e non prevediamo un drastico cambiamento nei loro rapporti.

A livello geopolitico, stiamo assistendo a una partita a scacchi con i due avversari impegnati a imporsi quale prima potenza a livello globale. Gli accordi sopra citati vanno in questa direzione, così come, per fare un altro esempio, la supposta prodigalità cinese nel fornire il vaccino contro il Covid-19 ai paesi indigenti, con la finalità recondita di aumentare la propria sfera di influenza».

Il valore del mercato obbligazionario cinese ha raggiunto 16 mila miliardi di dollari. Considerate le valutazioni attraenti?

«Pensiamo che le valutazioni del mercato obbligazionario cinese siano attraenti, soprattutto se si guarda ai rendimenti offerti rispetto a quelli dei paesi sviluppati ed emergenti. La diversificazione valutaria è un altro aspetto importante da prendere in considerazione, soprattutto perché riteniamo che il Rmb sarà riconosciuto come la terza più importante valuta a livello mondiale e, anche per questa ragione, vediamo spazi di apprezzamento. 

Gli investitori esteri hanno aumentato la loro partecipazione al mercato, che si attesta, però, solo intorno al 3%, lasciando così intravedere ampi spazi di crescita. Non va poi sottovalutata la domanda che potrebbe arrivare dalla presenza della Cina negli indici obbligazionari di riferimento. Oltre ai titoli governativi, guardiamo con interesse anche ai corporate bond che, oltre a rendimenti appetibili, mostrano tassi di default bassi, circa l’1,5%. 

A tendere, prevediamo che ci saranno ulteriori allentamenti delle restrizioni imposte dal regolatore cinese verso gli investitori stranieri, per facilitarne l’afflusso sul mercato dei capitali privati».

Che cosa ci si può attendere dall’equity cinese per il 2021 e quali sono le prospettive e i temi più importanti nel medio termine?

«Se nel breve periodo rimangono alcune incognite legate a possibili prese di beneficio e alla volatilità derivante dal contesto internazionale, con il rischio inflazione che crea tensione sui corsi (pensiamo, però, che si ridimensionerà), in un’ottica di più ampio respiro il mercato azionario cinese risulta molto interessante. Sono cinque le motivazioni di fondo che, a tale proposito, meritano di essere menzionate.

La prima riguarda la struttura stessa dell’economia cinese, dove l’impresa privata ha un peso sempre più rilevante rispetto a quella pubblica: nell’arco di 15 anni il contributo delle Soe (State owned enterprise) al Pil è passato dal 50% al 30%. Lo scorso anno, sulle piazze di Shanghai e Shenzhen sono state quotate 118 aziende private per un ammontare di  20 miliardi di dollari.

La seconda è il miglioramento generalizzato della corporate governance, sia nella gestione, sia nell’amministrazione delle aziende private, il cui apporto al Pil è il 60%, all’innovazione il 70%, allo sviluppo urbano l’80% e alla creazione di posti di lavoro il 90%. 

In terzo luogo c’è la forte crescita dei mercati finanziari, con la borsa di Shanghai che è diventata per dimensioni la più grande al mondo. La quarta motivazione è l’aumento dell’importanza della Cina nei benchmark di riferimento: nell’arco di cinque anni, il peso nell’indice Msci Asia Pacific ex Japan è passato dal 20% al 40%. Infine, si sta registrando una crescente presenza dei brand locali a discapito di quelli esteri, a testimonianza di una maggiore capacità dei primi di essere presenti e competitivi sul mercato.

Se si guarda, ad esempio, agli smartphone in Cina, si vede che nel 2008 il 90% dei marchi era straniero, mentre oggi otto tra i primi 10 sono domestici. Crediamo che sia ormai superato lo stereotipo per cui il “dragone rosso” sia il paese capace solo di copiare dagli altri: ci sono molteplici esempi, che riguardano trasversalmente i settori, dove ci si trova di fronte ad aziende che sono diventate esempi da imitare».

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