Amundi «Ottimisti sulle azioni A»

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Claire Huang, Em macro strategist di Amundi, partecipa al Focus Cina.

Nel 2020, la Cina è stata l’unica grande economia che ha contribuito positivamente alla crescita globale. Ritenete che ciò sia ascrivibile solo alla capacità di contrastare la pandemia?

«La capacità di contenimento della pandemia è un driver importante, perché ha permesso all’economia cinese di riaprire in anticipo e più velocemente rispetto al resto del mondo. La forza persistente delle esportazioni, rispecchiata da un aumento delle quote di mercato cinesi in Europa e nelle importazioni statunitensi, è stata il riflesso di questo vantaggio dal lato dell’offerta dovuto al fatto che la Cina è stata sì la prima nazione colpita dal Covid, ma anche la prima ad uscirne. Tuttavia, le rigorose misure di controllo e di prevenzione hanno portato a una ripresa più rapida del settore industriale rispetto ai servizi, in cui le restrizioni selettive sono rimaste in vigore per un periodo di tempo prolungato. L’allentamento delle politiche monetarie, a partire da marzo dello scorso anno, ha rappresentato un altro fattore a sostegno della ripresa della crescita della Cina nel 2020. Subito dopo l’inizio dell’epidemia, la Banca centrale ha reagito rapidamente, abbassando i principali tassi interbancari di 30 punti base in due mesi. Inoltre, politiche per il settore abitativo sono state allentate dai governi locali, il deficit fiscale è stato aumentato all’8,8% nel 2020, rispetto al 5,6% nel 2019, mentre la crescita del credito ha subito una forte accelerazione, portando il rapporto tra debito e Pil al 270,1% al termine del 2020 rispetto al 246,5% di fine 2019. La combinazione di allentamento monetario e stimolo fiscale è stata efficace per rilanciare sia il sentiment, sia le attività economiche».

Il governo di Pechino si attende una crescita  del Pil  “sopra il 6%” nel 2021: come interpreta questo dato?

«L’autorità cinese ritiene che questo obiettivo sia in linea con le aspettative di sviluppo economico della Cina per il 14º piano quinquennale e che sia propizio per una crescita economica stabile e sostenibile. A nostro avviso, questo target riflette la proiezione delle autorità sulla traiettoria di crescita a medio termine e rispecchia la preferenza per una prospettiva di sviluppo moderata e facilmente conseguibile per gestire le aspettative per il 2022 e oltre. Quando il presidente Xi lo scorso anno ha spiegato gli obiettivi di lungo periodo, ha detto che è probabile che la Cina raddoppi il proprio Pil entro il 2035. Sulla base dei nostri calcoli, questo target apre la strada a un rallentamento della crescita del Pil reale cinese da una media del 5,5% nel periodo 202-2025 a poco più del 4% nel quinquennio 2031-2035. Pertanto, anche se la crescita del 2021 potrebbe beneficiare di una base di partenza bassa, il 6% sarà più vicino all’obiettivo di medio termine. Inoltre, mentre le politiche cinesi ritornano alla normalità dopo l’allentamento del 2020, l’ipotesi “sopra il 6%” fornisce maggiore spazio per altre riforme nel 2021. Ciò detto, riteniamo che alcune preoccupazioni per questo basso target siano eccessive: ciò non implica che la politica si inasprirà a costo di un maggiore rallentamento della crescita. Infatti, l’ultima comunicazione del Congresso nazionale dei rappresentati del popolo conferma che non ci sarà alcuna svolta netta nelle politiche macroeconomiche, confermando che la normalizzazione della Cina sarà prudente alla luce del tapering della Fed. Infine, dai dati di bilancio fiscale possiamo ricavare un tasso di crescita del Pil nominale del 9,8%, pertanto l’incremento reale dovrebbe collocarsi intorno all’8%».

Pensa che la Cina si stia muovendo coerentemente verso uno sviluppo più sostenibile?

«La normalizzazione politica cinese da maggio dello scorso anno dimostra che la Cina non ritornerà ad adottare il vecchio approccio di stimolo alla crescita basato su un’espansione eccessiva del credito. Lo sviluppo della domanda interna sarà probabilmente conseguito attraverso un’ulteriore liberalizzazione del mercato e da un allentamento delle restrizioni amministrative per i consumatori, quali ad esempio, quelle sull’auto-registrazione. Il controllo del livello del debito è un chiaro segnale di cambiamento del focus politico con un ritorno alla gestione del rischio. Inoltre, il nuovo obiettivo di neutralità carbonica entro il 2060 fornisce un punto di riferimento dei suoi progressi verso uno sviluppo più sostenibile nel lungo periodo».

Il valore del mercato obbligazionario cinese ha raggiunto 16 mila miliardi di dollari. Considerate le valutazioni attraenti?

«Il mercato obbligazionario cinese si sta aprendo a nuovi investitori e sarà incluso in molti nuovi indici. Tutto ciò determinerà un aumento dell’interesse e dei flussi. I bond cinesi rimangono un’opportunità di investimento a medio termine molto interessante e il titolo di stato decennale offre un rendimento nominale superiore al 3%.  Tuttavia, rimaniamo più cauti nel breve termine, perché la reflazione in Cina potrebbe aggiungere pressioni al rialzo sui rendimenti».

Che cosa ci si può attendere dall’equity cinese per il 2021 e quali sono le prospettive e i temi più importanti nel medio termine?

«Le azioni cinesi hanno corso molto dopo lo shock del Covid a marzo 2020 e ora il mercato delle azioni H appare leggermente costoso. Siamo invece più ottimisti sulle azioni A. In particolare, considerando le valutazioni e i fondamentali, restiamo selettivamente costruttivi sui titoli value e sulle small cap, mentre siamo più cauti sulle aziende growth che hanno guidato finora la ripresa. Nel medio periodo, la neutralità carbonica e la sostituzione interna delle principali tecnologie diventeranno temi interessanti in cui investire, dal momento che le politiche perseguono una maggiore autosufficienza basata sull’offerta domestica e sono rivolte a un percorso di sviluppo più verde».

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