Amundi: «Sposiamo il modello del capitalismo responsabile»

«La sostenibilità non è una moda, ma un modo di vedere le cose». Ciò è quanto afferma Paolo Proli, head of retail division di Amundi Sgr, che approfondisce ulteriormente l’argomento.

Qual è l’approccio di Amundi in materia di sostenibilità?

«Si tratta di un approccio che ha le sue radici in un impegno pluriennale dell’azienda in questo ambito. Oggi siamo per dimensioni la più grande asset management company in Europa e quella che ha la percentuale più elevata di masse Esg in gestione, circa il 6,5% del mercato di riferimento, che è di quasi 3 mila miliardi di euro, come riportato da Morningstar. Siamo partiti in tempi non sospetti con politiche di impegno ed engagement che risalgono al 1989, con il primo fondo Sri, per poi conoscere uno sviluppo incredibile negli anni. Siamo stati tra i firmatari dei Pri nel 2006 e nel 2014 abbiamo creato la prima portfolio coalition dedicata alla decarbonizzazione, quando nessuno allora parlava ancora di questo tema. Oggi l’argomento è diventato centrale per la maggior parte delle agende politiche dei governi e sarà ulteriormente rafforzato durante la prossima Cop 26 di Glasgow, soprattutto dopo la torrida estate appena trascorsa accompagnata da catastrofi ambientali che sono accadute in diverse parti del mondo».

Danni incalcolabili che non possono lasciare indifferenti…

«Le catastrofi sono in aumento perché c’è una mitigazione ancora non ben coordinata e controllata dei cambiamenti climatici. L’epoca attuale, che viene appunto chiamata Antropocene, ha visto l’essere umano modificare in modo significativo il territorio, con ricadute importanti sul clima, e incidere sui processi geologici più di quanto la natura non abbia fatto nei millenni precedenti. In Amundi siamo impegnati al 100% sulle tematiche ambientali e lo facciamo da anni. Siamo anche la prima società in Europa che ha avuto l’ambizione di dichiarare a ottobre 2018 che entro il 2021 avrebbe integrato i criteri Esg in tutte le gestioni attive dei suoi fondi di investimento, cosa che infatti abbiamo realizzato all’inizio di quest’anno. Questa decisione ci ha posti in una condizione di vantaggio rispetto ai nostri concorrenti nel momento dell’introduzione della Sfdr».

È un modo diverso di guardare agli investimenti?

«Per avere un portafoglio di investimento moderno oggi bisogna guardare anche agli Sdg, gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’Onu, ovvero al mondo di domani. Lo stesso Next generation Eu rappresenta il piano per finanziare la ripartenza di un’economia che sarà più digitale, “green” e più inclusiva, attenta agli impatti sociali dopo una pandemia che ha aumentato le disuguaglianze».

Dalle sue considerazioni si coglie che Amundi è riuscita a leggere questo cambiamento in anticipo. Come è stato possibile?

«Fa parte del nostro Dna ed è una storia di lungo corso, in cui abbiamo continuato a investire. Siamo una società europea, di origine francese, che ha sempre avuto a cuore i temi di carattere ambientale e non a caso Crédit Agricole (il nostro azionista di riferimento) è chiamato la «banque verte». La Francia ha sempre mostrato grande sensibilità, insieme ad altri paesi del nord Europa, verso questi argomenti, inclusi quelli di carattere sociale: Amundi ha fatto suoi questi valori e li ha traslati all’interno dei suoi prodotti. È per questo che, quando parliamo di sostenibilità, risultiamo credibili sul mercato.  A questo proposito, vorrei citare un esempio sull’Italia dove, nel primo semestre di quest’anno, siamo risultati, secondo i dati Assogestioni, la prima società di gestione in termini di raccolta netta (5,439 miliardi di euro), pari al 12% del totale. Il dato è significativo, se si pensa che la quota di mercato di Amundi nel nostro paese è dell’8%. Inoltre, sempre nello stesso periodo, i flussi in entrata solamente nei fondi d’investimento sostenibili sono stati di 6,5 miliardi, di cui oltre 1 miliardo in quelli classificati come articolo 9 (con 650 milioni in fondi specializzati sul criterio sociale). Un simile risultato è stato possibile grazie alla visibilità acquisita e al riconoscimento da parte degli investitori della nostra credibilità soprattutto in materia di sostenibilità». 

Ha parlato di raccolta dei fondi articolo 9; un segnale di interesse nei confronti dei prodotti a impatto.

«Sono ancora pochi sul mercato i fondi di investimento con politiche esplicite d’impatto, ma all’interno di Amundi c’è un track record importante grazie alla sicav Cpr Invest, (gestita dalla nostra società tematica specializzata Cpr Asset Management), che in gran parte ricade sotto l’articolo 9. Tra questi c’è, ad esempio, Cpr Invest-Social Impact, che è stato il primo fondo Ucits a impatto sociale autorizzato al collocamento in Italia. Questo strumento investe in un tema che è di grande attualità, visto che l’1% più ricco della popolazione mondiale detiene praticamente la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone (il 50% della popolazione globale) e la situazione di recente è ulteriormente peggiorata. È stato calcolato che, se Jeff Bezos dovesse elargire un bonus di 105 mila dollari a ciascuno dei suoi 876 mila dipendenti, il suo patrimonio rimarrebbe lo stesso di quello detenuto all’origine della pandemia». 

Cosa vi offre questo tipo di esperienza nei prodotti a impatto?

«Ci offre oggi un vantaggio competitivo, con una traiettoria di crescita forse superiore al passato, perché siamo in grado di soddisfare le richieste di investimento sostenibile anche con questa tipologia di fondi. Il fatto di non essere solo una fabbrica di prodotti finanziari, ma di potere offrire anche competenze frutto di una lunga esperienza, ci consente di essere pronti a soddisfare la domanda che arriva da un nuovo contesto economico animato da dinamiche fortemente legate alla dimensione della sostenibilità e dove si ricerca la prosperità invece dell’avidità e la circolarità al posto della linearità del modello di sviluppo. La sostenibilità diventerà così centrale da richiedere un’ulteriore diversificazione delle strategie di investimento attraverso le politiche di impatto. Amundi ha lanciato fondi come Cpr Invest-Education, il cui portafoglio, lo scorso anno, ha generato l’accesso all’istruzione secondaria a più di 67 mila persone nel mondo. Non si parla quindi solo di ritorni in termini di rendimento finanziario (da questo punto di vista la gestione ha prodotto risultati più che soddisfacenti), ma anche di benefici per la collettività: si può investire con soddisfazione facendo contestualmente del bene. Sempre attraverso Cpr Am, oltre al fondo sull’educazione, abbiamo lanciato altre soluzioni innovative come Cpr Invest-Food For Generations e Cpr Invest-Climate Action. Infine voglio ricordare il recente lancio di Amundi Responsible Investing-Just Transition For Climate1».

È una presenza molto attiva quella di Amundi nell’impact investing?

«Siamo tra i principali operatori e nelle nostre decisioni sulle politiche di investimento abbiamo ben chiare le finalità degli Sdg, sulle quali è stata operata una sintesi attraverso due importanti pilastri: la transizione energetica e la coesione sociale. Operando in questo modo, sposiamo il modello del capitalismo responsabile, che è l’unica soluzione che permetterà la continua evoluzione e la prosperità dell’essere umano sul pianeta. In quest’ottica, un fondo a impatto non solo investe secondo i criteri di sostenibilità, ma rende conto anche degli effetti generati dalle scelte aziendali e li misura per verificarne la coerenza con gli obiettivi prefissati. Il nuovo modello, come dice Ronald Cohen, non sarà più basato sul risk return, ovvero maggiore è il rischio più grande è il ritorno finanziario, ma sull’impact return: maggiore è l’impatto positivo, più resiliente è il ritorno per l’investitore e per la collettività». 

Quindi bisogna investire negli Esg leader o nei cosiddetti improver?

«Bisogna guardare anche agli improver, perché significa individuare le aziende che sono in fase di miglioramento. Ovviamente, per fare ciò è necessario possedere capacità di analisi, essere strutturati in modo adeguato, esaminare con attenzione le singole società e fare attività di engagement.  Amundi si concentra sui due temi già citati, cioè la transizione energetica e la coesione sociale, chiedendo riscontri tangibili e stimolando il management là dove emergono opportunità o contraddizioni. Ci mettiamo a fianco delle aziende per aiutarle a trovare una linea guida che permetta di realizzare i loro progetti in coerenza con i principi di sostenibilità. Investire negli improver significa trovare le aziende che sono in fase di transizione e ciò non si può cogliere da una lettura asettica dei numeri finanziari. Occorre un lavoro costante, analitico, che sappia comprendere i punti di svolta o i rischi reputazionali in cui si può incorrere. Inoltre, puntare sugli improver significa generare alfa per il portafoglio, perché tra questi ci saranno proprio i leader di domani, in molti casi ancora non scoperti».

1 Fondo attualmente disponibile per investitori istituzionali.

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