Anni di gloria per la gestione passiva

A cura di Rocki Gialanella

Quello che si estende dal 2011 a qualche settimana fa e’ stato uno dei migliori periodi per la gestione passiva. Ma ora le cose potrebbero cambiare

Negli ultimi quattro anni, la strategia d’investimento basata sulla replica dell’andamento di indici di mercato ha offerto risultati molto soddisfacenti in scia al trend positivo seguito dalle azioni e dalle obbligazioni. Tuttavia, questa lunga fase positiva ha comportato anche delle conseguenze sull’approccio agli investimenti da parte degli investitori. Storditi da performance eccellenti e da un’euforia contagiosa, molti investitori hanno perso di vista due elementi fondamentali per la sostenibilità dei portafogli nel lungo termine: il controllo dei rischi e la disciplina. La festa ha relegato in secondo piano il concetto di volatilità, inteso come ‘costo’ da accollarsi nel momento in cui si chiede ad un asset class il potenziale conseguimento di una performance.

Uno dei metodi di calcolo per misurare il rapporto rendimento/rischio è offerto dallo sharpe ratio. Questo ratio misura il rendimento aggiuntivo ottenuto rispetto agli assets che vengono considerati privi di rischio (risk free), in relazione al rischio assunto. Quanto più elevato è il ratio, tanto maggiore sarà il rendimento offerto dall’asset in relazione al livello di rischio che ci siamo assunti. Se il ratio è negativo, il rendimento sarà minore rispetto a quello offerto dall’asset privo di rischio e se il ratio risulta minore di 1 significa che il rendimento dell’asset è inferiore rispetto al rischio assunto.

Lo S&P 500 non è un deposito a termine. Le 179 settimane di trend rialzista -il secondo ciclo rialzista della sua storia per durata- non garantiscono nulla sul futuro dell’indice. L’investitore che abbia realizzato un acquisto dello S&P alla fine di qualsiasi settimana a partire da agosto 2011 e abbia mantenuto l’investimento per almeno sei mesi, ha portato a casa rendimenti positivi nel 100% dei casi.

Se proviamo ad analizzare in breve lo sharpe ratio dell’indice Standard and Poor’s 500 su un periodo di tre anni, vediamo che ha toccato valori massimi (superando anche quelli raggiunti nel 1987-1988), collocandosi intorno a 1,7. L’analisi del ratio e delle performance registrate dall’indice evidenzia come i migliori rendimenti non coincidano sempre con i massimi raggiunti dallo sharpe ratio.

Questa relazione potrebbe aiutarci a capire quanta parte del mercato rialzista nordamericano sia da imputare all’euforia degli investitori più che alla reale sostenibilità di lungo termine del mercato azionario Usa. In effetti, il mantenimento di elevati livelli di sharpe ratio per lunghi periodi di tempo rappresenta spesso un’anomalia. I fondi gestiti da Madoff, per esempio, presentavano uno sharpe ratio di 2,7 che evidenziava la presenza di anomalie.

Non si tratta della tragedia greca (che ha il suo impatto) o del crollo della Borsa cinese, ma del livello di valutazioni raggiunte (lo S&P 500 viaggia sui livelli più alti di sempre in termini di P/e e di prezzi/vendite). Gli utili societari non sono quelli attesi e l’espansione quantitativa che li ha sostenuti negli ultimi anni è paralizzata. Anche se i tassi Usa sembrano destinati a non aumentare nel 2015, lo faranno sicuramente nel 2016 con il loro impatto inevitabile sulle quotazioni delle società.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.