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Non è chiaro quali siano i benefici che il Brasile ha tratto dall’aver ospitato i giochi, oltre all’aver acquisito visibilità a livello mondiale. Riflessioni di strategia a cura di Aletti Gestielle

In occasione della precedente coppa del mondo di calcio sono stati costruiti dodici stadi, del costo di 400 milioni di dollari ciascuno, ad eccezione di quello in Brasilia che è costato 800 milioni. La capitale dello Stato, per la cronaca, ha una propria squadra di calcio che gioca, però, nella terza divisione con qualche migliaio di tifosi per i quali la capienza del nuovo stadio, ottantacinquemila persone, risulta essere eccessiva. Secondo l’economista Andrew Zimbalist, i numeri relativi alle manifestazioni sportive internazionali sono da capogiro: la Cina nel 2008 ha speso 40 miliardi di dollari per le Olimpiadi estive, la Russia 50 miliardi per quelle invernali a Sochi, il Brasile circa 20 miliardi per la coppa del mondo e il Qatar, si stima, ne spenderà 220 per ospitare lo stesso evento nel 2022. Zimbalist nel suo libro “Circus Maximus: The Economic Gamble Behind Hosting the Olympics, and the World Cup” (Brookings Institution Press) sostiene che sia le coppe del mondo sia le Olimpiadi sono considerate come delle occasioni molto vantaggiose per i paesi che le ospitano e la competizione per vedersele aggiudicare è aspra. In particolare le economie emergenti vedono in queste manifestazioni una occasione per balzare alle luci della a ribalta a livello mondiale. In “Circus Maximus” l’autore dimostra come, analizzando gli eventi tenutisi a Barcellona, Sochi, Rio e Londra, non risultino particolari vantaggi per i paesi che li hanno ospitati e se ci sono stati, hanno riguardato solo la fascia di reddito più elevata della popolazione. Ogni Olimpiade, dal 1960, ha sforato il budget previsto (rif Said Business School working papers, Olympic Proportions: Cost and Cost Overrun at the Olympics 1960-2012 – June 2012).

Nel 1976 il caso di Montreal divenne il primo chiaro esempio di quali siano i rischi potenziali nell’ospitare la manifestazione: da spese attese di 124 milioni di dollari si giunse ad una cifra di 2,6 miliardi. Il risultato fu che i cittadini dovettero accollarsi il costo dell’indebitamento, ripagato in quasi trent’anni. Per iniziare ci sono i costi sostenuti dalle singole città per presentare la propria candidatura al Comitato olimpico (CIO): tra i 50-100 milioni di dollari. Una volta scelta, la città ha tempo dieci anni per organizzarsi ad accogliere turisti ed atleti, preparare le strutture sportive e fornirsi di infrastrutture adeguate. Riguardo a quest’ultima voce, si stima che i valori possano aggirarsi tra i 5 e 50 miliardi di dollari. Sembra che solo le Olimpiadi di Los Angeles abbiano prodotto un risultato positivo grazie al fatto che la città riuscì a sfruttare completamente le strutture già esistenti. Oggi il Brasile è in recessione. Il Pil si è contratto del 3,8% nel 2015, è previsto contrarsi del 3,3% nel 2016 e crescere dello 0,5% nel 2017 (fonte FMI). I costi delle Olimpiadi di Rio sono stimati a circa 14 miliardi di dollari, ma è presumibile che questa cifra venga superata e questo è fonte di malcontento e preoccupazione in un paese che, oltre al rallentamento economico, attraversa una fase politica delicata.
Anche lo stato delle finanze pubbliche presenta qualche criticità e Rio de Janeiro non fa eccezione. A meno di due mesi dall’inizio dei giochi il governatore ad interim, Francisco Dornelles, aveva decretato lo stato di calamità pubblica a causa di un ammanco di cassa di oltre 5,6 miliardi di dollari, dichiarando che c’era anche il rischio, in tali condizioni, di non riuscire ad onorare gli impegni presi per l’evento olimpico. Alla fine le Olimpiadi di Rio sono andate meglio di come si preannunciavano alla vigilia, visto il ritardo di completamento di alcune strutture.

I costi effettivi non sono ancora chiari. Diverse sono state le proteste da parte dei cittadini esasperati dai continui cantieri aperti nella città, sfiduciati a causa degli scandali che hanno coinvolto la classe politica del paese e arrabbiati per l’inadeguatezza di quest’ultima nell’affrontare le difficile situazione economica. Per circa tre settimane gli occhi del mondo hanno guardato al Brasile che aveva proposto la candidatura di Rio de Janeiro nel 2007. Per l’allora presidente Luis Inàcio Lula da Silva si era trattato di un doppio successo: il Brasile aveva vinto sia l’assegnazione della coppa del mondo che delle Olimpiadi. Durante i due mandati di Lula, il paese aveva conosciuto una vera e propria metamorfosi, diventando quasi un modello di cambiamento: una forte crescita economica accompagnata da importanti mutamenti politici, con l’obiettivo di ridurre la povertà e i fenomeni di emarginazione sociale. Il contesto macroeconomico in quegli anni aveva favorito il paese ricco di materie prime e con una mano d’opera giovane, liberando delle potenzialità che gli permisero di arrivare a ricoprire un ruolo importante, non solo nel continente americano, ma anche internazionale. Ospitare le Olimpiadi, per il Brasile di Lula, era un obiettivo importante: simboleggiava le aspirazioni del paese di diventare una delle maggiori potenze economiche. Durante l’amministrazione Lula, il Brasile aveva aumentato il proprio peso nella regione, ma non solo. Il suo ruolo, a livello diplomatico era gradualmente cresciuto in organizzazioni internazionali come il WTO e la FAO, tanto da cercare poi un seggio permanente all’ONU. Il Brasile di allora aveva cercato di dare un contenuto all’acronimo BRICS, che servisse a dare peso e voce ai paesi lì rappresentati. La vittoria nel 2013 del candidato brasiliano, Roberto Azevêdo, alla direzione generale del WTO è il risultato di questo lungo processo.

Alla scadenza dell’appuntamento olimpico il paese offre un’immagine completamente diversa: economia in recessione, scandali, tensioni sociali e un ex presidente, Dilma Rousseff, che il 31 agosto è stata destituita dalla presidenza per aver manipolato i conti pubblici. Lo scorso 15 dicembre la Camera dei deputati aveva iniziato la procedura di “impeachment” nei confronti della Rousseff. A maggio il Senato l’aveva sospesa dalla carica e nominato Michel Temer presidente ad itinere. La difficile situazione brasiliana e il precario contesto politico con un presidente, Michel Temer, membro di un partito centrista, il PMDB, che non ha mai vinto un’elezione ma è stato determinate per le alleanze governative, non ha però spaventato i mercati finanziari brasiliani. Dall’inizio dell’anno il mercato azionario è salito del 33,5% in valuta locale, il decennale governativo ha visto il rendimento passare da 16,5% a 12% e il real si è apprezzato di oltre il 20% nei confronti del dollaro. Hanno probabilmente iniziato a scontare un cambio di rotta significativo per il Paese, con la fine di circa tredici anni di governo del Partito dei lavoratori, finiti in una nuvola di polvere in cui è finito anche il sogno rappresentato da Lula, sindacalista metalmeccanico diventato Presidente di uno degli stati più importanti del sud America. In un recente commento (1° agosto) l’agenzia di rating Moody’s parla di condizioni del credito (Ba2 negativo) che si sono stabilizzate ma rimarranno deboli sino al 2017, a causa della recessione economica e dell’incertezza politica. Gli investimenti stanno rallentando, il debito delle famiglie sale, l’inflazione accelera e la disoccupazione rimane elevata. Tutti questi sono elementi che pesano sul contesto economico, anche se non sono previsti ulteriori deterioramenti.

La situazione politica, inoltre, complica l’implementazione delle riforme e l’adozione di misure per affrontare il problema del debito. La fiducia è aumentata dopo le dimissioni di Dilma Rousseff ma non sono ancora chiare le capacità del nuovo Governo. Ai mercati, però, il cambiamento è piaciuto, soprattutto con l’inserimento nell’esecutivo di alcune figure considerate “market friendly” e con la prospettiva di cambiamenti significativi all’orizzonte. Era già successo in India, in una situazione sia politica che economica completamente diversa quando il BJP decise di sostenere Narendra Modi come proprio candidato alla carica di primo ministro. Nel 2014 Modi portò il BJP alla vittoria mandando, così, all’opposizione il Partito del congresso che aveva governato la nazione per ben dieci anni. Il Paese si trovava, allora, in una fase di stallo e la voglia di cambiamento trovò in Modi un politico su cui puntare. Anche allora i mercati finanziari cominciarono a scontare in anticipo il possibile cambiamento, con aspettative da parte degli investitori particolarmente elevate concentrate su una rivitalizzazione degli investimenti, un miglioramento del disavanzo fiscale, una riduzione dei sussidi e un maggior controllo dell’inflazione. Dopo due anni, guardando una serie di indicatori, l’economia indiana sembra in condizioni migliori rispetto a prima che Modi diventasse primo ministro. Per l’anno fiscale chiusosi a marzo 2016 il Pil è cresciuto del 7,6% rispetto a 6,6% del 2014, l’inflazione è scesa a 4,91% vs 9,46%, la produzione industriale è salita del 2,4% vs -0,1%, il disavanzo fiscale è passato da 4,4% a 3,9% del Pil e gli investimenti diretti sono aumentati da 24,3 miliardi di dollari a 40 miliardi.

Per quanto riguarda, invece, il piano di riforme la sensazione è che si proceda in modo graduale anche se un importante passo è stato compiuto nell’approvazione, il 4 agosto, della legge riguardo la tassa su beni e servizi (GST). La GST renderà uniforme il sistema delle imposte in India, creando un unico mercato, mettendo fine a tutta una serie di balzelli che esistevano tra i singoli stati con un conseguente aumento dei costi e spreco di denaro. La forza dell’economia indiana è merito di Modi? No. Esistono fattori congiunturali nei confronti nei quali il contributo di un primo ministro è limitato. Dilma Rousseff non può essere certo ritenuta responsabile per il crollo del prezzo delle materie prime che ha causato ripercussioni importanti sull’economia brasiliana, ma possono essere messe in discussione le scelte pregresse e le modalità con cui ha affrontato la crisi. La storia insegna che, soprattutto per i mercati emergenti, l’orientamento politico ha un impatto effettivo sia sul contesto macro che sui mercati.

Dall’inizio dell’anno i mercati emergenti, nel loro complesso, hanno avuto una performance superiore a quella dei mercati sviluppati. In un contesto di tassi di interesse bassi, dollaro relativamente stabile con attese ancora molto contenute per un rialzo prossimo dei tassi da parte della Fed, le materie prime in recupero, l’universo emergente si è rivelato una opportunità interessante per gli investitori. La ricerca di rendimento ha fatto registrare, nel mese di luglio, importanti flussi in entrata nell’area: si parla di circa 13 miliardi di dollari per i fondi obbligazionari e 10 miliardi per quelli azionari dedicati. Alcuni dati mostrerebbero, poi, anche un interesse crescente da parte degli investitori globali. Valutazioni contenute, fondamentali in miglioramento e, soprattutto, necessità di allargare l’universo investibile in un contesto in cui i tassi di interesse continuano a scendere hanno riportato gradualmente l’attenzione verso gli emergenti che, soprattutto nella componente azionaria, avevano offerto delle performance deludenti. Se si tratta di un semplice recupero dei corsi dopo un lunga disaffezione da parte degli investitori nei confronti di questa asset class è ancora presto per dirlo. Al risultato positivo di questa parte dell’anno manca ancora all’appello il mercato cinese, dove i segnali puntano ad una sostanziale stabilizzazione dell’andamento economico.

Il Governo, dall’altro lato, appare pronto ad intervenire con stimoli fiscali a sostegno della crescita, quando necessario, e proseguire con le riforme, eliminando gli eccessi di capacità sul mercato e regolamentando il mercato dei prodotti finanziari (WMP). Permangono le preoccupazioni legate al livello del debito, soprattutto privato, ed allo stato di salute dei bilanci delle banche che le autorità competenti però non paiono ignorare. Anche negli altri paesi emergenti la situazione, tranne qualche eccezione, sta gradualmente migliorando sia da un punto di vista della stabilità economica che fiscale, ma non si è più di fronte a quella forza dirompente e capacità di crescita che queste economie avevano mostrato lo scorso decennio. La loro nuova fase di sviluppo ha dinamiche diverse da quelle precedenti e avviene in un nuovo contesto globale, in cui diventa imprescindibile guardare alle dinamiche dei singoli e, soprattutto, alla capacità e determinazione nel rinnovarsi e riformarsi.

Nel 2007 con la candidatura di Rio il presidente Lula inseguiva il sogno di avere il suo paese protagonista sulla ribalta internazionale. Da lì a qualche anno, i rappresentanti dei BRICS facevano sentire, sempre di più, la propria presenza e chiedevano maggior voce in capitolo nelle organizzazioni internazionali, FMI compreso. Nel 2008 Pechino mostrò al mondo la sua potenza e forza, organizzando le Olimpiadi più costose che sino ad allora fossero mai state organizzate. La Cina era diventata la seconda economia mondiale. Nel 2014 Putin trasformò una località sciistica dei monti caucasici in un palcoscenico per una manifestazione internazionale, con la realizzazione di infrastrutture che sono cattedrali nel deserto. E’ stata la volontà di ribadire al mondo il peso e l’importanza del ruolo politico della Russia. Nel 2016 è stata la volta di Rio, con l’economia globale in fase di stabilizzazione ed un contesto internazionale con ricorrenti elementi di incertezza, alla ricerca di nuovi equilibri.

Il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi c’erano circa settantamila persone al Maracanà a seguire la cerimonia. Fuori dallo stadio c’è però un altro mondo; che le Olimpiadi hanno escluso. Il direttore di Amnesty International Brasile, Atila Pereira Roque, ha criticato l’organizzazione dei giochi che ritiene sia stata “accompagnata da una guerra contro i poveri, una guerra contro le favelas”. Ora, spenti i riflettori, il Brasile deve tornare a fare i conti con una malcontento crescente della popolazione, dove la crisi ha ritornato a fa sentire più acute le differenze sociali.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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