Australia, fine di un periodo felice?

A cura di Rocki Gialanella

Il calo della domanda di materie prime, la svalutazione della divisa locale e la corsa del deficit commerciale mettono in evidenza i rischi legati all’eccessiva dipendenza dall’export delle commodities. Il debito pubblico è sotto controllo ma quello privato??

La svalutazione accumulata dal dollaro australiano -più del 22% nel suo cambio con il dollaro statunitense negli ultimi dodici mesi, fino a quota 0,73- e il parallelo collasso delle materie prime hanno fatto lievitare i timori sulle prospettive del paese che, fino a pochi mesi fa, grazie al superciclo delle commodities e agli acquisti massicci di materie prime provenienti dalla Cina, si presentava come un’oasi nel mezzo della tempesta scatenata dalla crisi finanziaria internazionale.

La forte dipendenza dell’economia australiana dalle esportazioni di materie prime sta mostrando l’altra faccia della medaglia in una fase in cui il più importante socio commerciale del paese dopo il Giappone, la Cina, sta evidenziando qualche scricchiolio preoccupante. Tutti i principali indici delle materie prime sono ai minimi degli ultimi anni, pilotati al ribasso dalla caduta delle quotazioni di ferro, rame e oro. Il prezzo della tonnellata di ferro è passato dai 180 dollari del 2011 ai 50 usd. La quotazione del carbone è passata dai 150 usd al minimo di 60 usd in appena quattro anni.

I riflessi di questo trend si sono fatti sentire sulle quotazioni delle principali mining companies australiane: Arrium accumula perdite superiori al 40% negli ultimi dodici mesi, Bluescope Steel del 39%, Fortescue Metals del 36% e Mineral Resources del 23%.

Molte società hanno messo i propri dipendenti dinanzi ad una scelta a senso unico: accettare riduzioni dei compensi del 10% o andare incontro ad un’ondata di licenziamenti in un futuro non molto lontano.

Attualmente i dubbi degli esperti sull’Australia si concentrano sulle probabilità che ha il paese di raddrizzare la situazione o su quelle che lo vedrebbero costretto a rivolgersi alla Cina come prestatore di ultima istanza (come accaduto alla Grecia in Europa). Gli ultimi dati confermano che il deficit commerciale australiano si è impennato fino al nuovo record di 4.140 mln di dollari australiani -circa 2.800 mln di euro- e le attese sono per un ulteriore incremento. Se la galoppata del deficit dovesse non trovare un floor, gli esperti dell’area Pacifico si aspettano che l’Australia corra il rischio di trasformarsi in una mina vagante.

Il problema principale del paese è dato dalla scarsa diversificazione della sua economia. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni per migliorare la composizione del tessuto produttivo locale, la dipendenza dalle materie prime è rimasta su livelli elevati. A differenza dei paesi del Medio Oriente, l’Australia non può fare affidamento su riserve di valuta estera in grado di fronteggiare un’eventuale fuga dei capitali dal paese. Al contrario, gli australiani si sono indebitati fino al collo per mantenere un tenore di consumi ai quali si sono abituati nel lungo periodo di vento a favore. Vi dice qualcosa?

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.