Axa Investment Managers: «Un’inflazione anomala che non durerà a lungo»

Pensate che arriveremo a vedere aspettative di inflazione sistematicamente più elevate sul lungo termine?

«La crescente domanda al consumo, la carenza di materie prime e le prolungate interruzioni della supply chain hanno contribuito a mantenere un’inflazione anomala, ma siamo certi che questo stato di cose non durerà a lungo. Gli economisti pensavano che il picco inflativo negli Stati Uniti sarebbe stato durante l’estate, ma ora sembra che i prezzi siano destinati ad aumentare ulteriormente. I listini delle auto usate hanno recentemente raggiunto nuovi massimi e gli affitti, che rappresentano il 30% dell’inflazione di base, dovrebbero accelerare a causa della crescente domanda sul mercato. Nell’Eurozona, l’inflazione (yoy) dovrebbe aumentare oltre il 4% alla fine dell’anno, il livello più alto da 13 anni. La Banca Centrale Europea ha sostenuto che responsabili di gran parte di questa impennata sono fattori una tantum, come i colli di bottiglia sul lato dell’offerta, e che la crescita dei prezzi dovrebbe moderarsi all’inizio del 2022, ma è probabile che lo shock inflazionistico durerà più a lungo del previsto. Prevediamo che l’inflazione negli Stati Uniti persisterà sopra il 5% prima di ritracciare alla fine del primo trimestre del 2022. Siamo convinti, inoltre, che l’incremento dei prezzi dell’area dell’euro rimarrà vicino al 3% per la maggior parte della prima metà del 2022, per poi iniziare ad attenuarsi in seguito, man mano che i problemi della catena di approvvigionamento caleranno e la domanda si normalizzerà».

Qual è la vostra lettura del contesto economico globale?

«Seppure convinti che l’inflazione sia transitoria, riteniamo importante monitorare i rischi. Prevedere l’andamento dell’inflazione è di per sé difficile, anche per gli esperti. I prezzi possono essere deviati da fattori isolati o imprevisti, ad esempio da eventi climatici estremi o da carenze improvvise, ma occorre considerare anche altri rischi di alto livello. Per qualche tempo, prima che scoppiasse la pandemia da coronavirus, molte economie avevano sperimentato un periodo di crescita modesta e di inflazione moderata. Le imprese potevano prevedere a più lungo termine la possibile evoluzione delle condizioni di mercato e, di conseguenza, i cicli economici erano più lunghi. La pandemia ha però stravolto tutto e la graduale uscita delle economie dai lockdown è stata soggetta a periodi di ‘stop and go’, che hanno reso molte aziende riluttanti a espandere la propria capacità produttiva, con il risultato di una maggiore volatilità delle prospettive economiche e d’inflazione. Allo stesso tempo, la spinta verso una ricostruzione migliorativa e la concentrazione sulla transizione ecologica verso un mondo a basse emissioni potrebbero spingere al rialzo i prezzi di alcune materie prime. Tuttavia, i dati sull’inflazione devono essere valutati tenendo conto del fatto che il rincaro di alcuni prodotti talvolta può implicare un miglioramento della qualità. Se, ad esempio, i veicoli elettrici utilizzano tecnologie più avanzate, ma a parità di costo, l’inflazione tenderà a scendere. Un altro rischio per l’inflazione su scala globale è dato dall’evoluzione della politica monetaria della Cina, la seconda più grande economia mondiale. Ora che la Cina inizia a spostare l’orientamento del suo modello di crescita dall’esportazione ai consumi, il suo ruolo di fabbrica del mondo potrebbe diminuire, con un possibile impatto significativo sui prezzi.  Allo stesso tempo, l’attuale carenza di energia nel paese sta obbligando alcune fabbriche a limitare la produzione e anche questo fatto ha un impatto inflazionistico. Il principale rischio di inflazione a breve termine in questa fase in cui le economie superano i lockdown, a mio modo di vedere, sta nel loop salario-prezzi. I salari in molti settori aumentano per stimolare il rientro della forza lavoro e l’aumento del reddito disponibile tende a fare lievitare la domanda di beni e servizi, facendo salire i prezzi. I rincari a loro volta fanno aumentare la domanda di aumenti salariali, innescando un loop tra prezzi e salari che potenzialmente si conclude solo nel momento in cui aumentano i tassi d’interesse».

Le attese legate all’inflazione continuano a persistere sul mercato. Quali strategie consigliate?

«Mentre continuiamo ad aspettarci che l’attuale shock d’inflazione si dimostri transitorio, dobbiamo ammettere che il concetto di “transitorietà” è diventato più difficile da definire a fronte delle sorprese al rialzo dell’inflazione. Il contesto sembra propizio a una normalizzazione delle politiche monetarie da parte delle banche centrali: l’inflazione, in questo momento, è di fatto più alta che nei precedenti periodi di stretta monetaria. Si prevede che, in occasione dell’incontro di politica monetaria di novembre, la Federal Reserve annunci un rallentamento negli acquisti di asset, con conseguente avvio del processo di tapering, che si concluderà entro la metà dell’anno prossimo. C’è inoltre stato uno spostamento in avanti nelle previsioni sui tassi d’interesse dell’apposito comitato della Fed, con un primo potenziale rialzo nel 2022. Infine, in occasione dell’incontro di politica monetaria di settembre, la Bank of England ha annunciato che potrebbe essere la prima delle grandi banche centrali ad aumentare i tassi, probabilmente entro fine anno, anche se riteniamo più probabile un primo intervento nel 2022. In generale, in questo contesto, preferisco tenere in portafoglio obbligazioni inflation-linked sul front end della curva dei rendimenti, il segmento con le scadenze più brevi, potenzialmente più protette in caso di aumenti dei tassi d’interesse. Una caratteristica molto interessante di questi titoli è che hanno storicamente dimostrato una maggiore sensibilità ai prezzi delle commodity. Inoltre, in termini di total return, sono più correlate all’indicizzazione all’inflazione, che dovrebbe restare favorevole nei prossimi mesi, quando l’inflazione si confermerà un tema caldo. Nell’Eurozona, sembra che il quantitative easing sia un tratto permanente della politica monetaria e che l’inflazione resti abbastanza sotto controllo. C’è tuttavia il rischio che, prima o poi, anche la politica monetaria della Bce dovrà cambiare. L’esposizione a linker francesi, italiani e tedeschi a breve scadenza può contemplare breakeven d’inflazione più alti  (la differenza tra il rendimento nominale di un investimento a tasso fisso e il rendimento reale di un’obbligazione indicizzata all’inflazione) e al tempo stesso fungere da protezione in caso di svolta della politica monetaria. Negli Stati Uniti, preferisco detenere Tips a uno-due anni, che offrono un carry positivo grazie all’indicizzazione all’inflazione, ma preferirei restare sottopesato in Tips a cinque e più anni, che mi sembrano più esposti alla graduale riduzione degli acquisti di asset. Riconsiderando il 2021 da inizio anno a questo momento, lo shock d’inflazione è stato enorme. Nella prima parte di quest’anno, gli economisti si aspettavano un picco nell’area euro dell’1,5%, mentre ora si prospetta un possibile picco ben oltre il 4%. In ultima analisi, siamo certi che l’inflazione si dimostrerà transitoria, ma quest’anno dimostra che ci possono essere sorprese al rialzo senza avvisaglie. Per il momento, il mantenimento di un idoneo livello di protezione del portafoglio dall’inflazione sembra una delle strategie potenzialmente migliori, anche a fronte della prevista imminente normalizzazione delle politiche monetarie».

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