Azioni italiane: l’equity domestico potrebbe aumentare la quota dei suoi asset all’interno dei benchmark azionari globali. A colloquio con Giancarlo Sandrin, Deputy head of wholesae distribution Europe di L&G
L’Europa è tornata a essere uno dei best performer azionari a livello mondiale. In questo contesto ritenete opportuno dare più spazio alla Borsa italiana?
Nei mercati, solitamente la narrativa e la storia che si racconta segue l’andamento dei prezzi e non viceversa. Negli ultimi 6 mesi circa il mercato azionario degli Stati Uniti ha iniziato a registrare una serie di risultati al di sotto delle aspettative, dopo molti anni di sovraperformance solide e cospicue rispetto ai suoi omologhi nel mondo.
Per fare un esempio concreto, il Nasdaq – in cui da molto tempo gran parte dei risultati è stabilito dal comparto tecnologico – tra lo scorso ottobre e il momento in cui si scrive ha sottoperformato rispetto all’indice Euro Stoxx 50 di circa il 12%. Ciò ha reso gli investitori globali maggiormente propensi a guardare alle opportunità offerte al di fuori dei confini degli States, dal momento in cui si sono accorti che non è più scontato che questi si posizionino come i primi della classe.
In un contesto come quello appena descritto, l’Italia può attrarre il capitale dei vari player di mercato globali grazie a una serie di caratteristiche peculiari che la contraddistinguono
Innanzitutto, offre delle valutazioni molto convenienti; basta pensare che il trading azionario si attesta al di sotto di 13x rispetto agli utili aziendali. Inoltre, riesce ad approfittare dell’attuale processo di ripresa dell’economia europea attraverso un ammontare elevato di vendite interne; in altre parole, la percentuale di asset venduti denominati in euro è maggiore di quella che si riscontra in altre nazioni europee come Francia e Germania.
Infine, le società finanziarie hanno un peso considerevole nel principale indice nazionale, che corrisponde a circa il 50%. Tutto ciò, unito al fatto che l’Italia ha ottenuto performance superiori alla media negli ultimi anni, ha fatto sicuramente aumentare la quota dei suoi asset all’interno dei benchmark azionari globali ed è quindi probabile che anche gli investitori seguiranno tale trend, andando ad accrescere il peso dell’Italia nei loro portafogli.
Un altro fattore altrettanto importante riguarda il mercato globale, che, come già accennato in precedenza, negli ultimi anni si è fortemente appiattito sui titoli del tech statunitense. Ciò significa che anche una riduzione minima delle posizioni verso quei titoli è in grado di liberare ingenti quote di capitale, che possono poi essere investite altrove.
Quindi, per gli investitori che cercano di diversificare al di fuori degli Stati Uniti, e che al tempo stesso vogliono esporsi alla ripresa del ciclo economico attraverso opzioni con una valutazione conveniente, l’Italia non può che rappresentare un’opzione interessante da prendere in considerazione.
A vostro giudizio, quali sono i fattori che potrebbero in prospettiva fornire una spinta al rialzo al listino italiano e quali invece i rischi da non sottovalutare?
Per quanto riguarda i fattori che possono fornire una spinta, il primo è sicuramente quello discusso prima, ovvero il ribilanciamento globale dei mercati azionari a sfavore degli Stati Uniti.
Oltre a questo, l’Italia trae beneficio da quei trend che interessano tutta l’economia dell’Unione Europea, tra cui una robusta fase di ripresa dalla guerra commerciale scoppiata nel 2025 e una maggiore predisposizione dei governi degli Stati Membri, in particolare della Germania, a sostenere le loro economie attraverso programmi di stimolo fiscale.
Alla luce di ciò, i rischi da non sottovalutare sono rappresentati da tutti quei fattori che possono intralciare, se non addirittura bloccare, questa fase di recupero. Un esempio su tutti è lo scoppio di nuove ostilità in Iran, che in poco tempo si è allargato a tutto il Medio Oriente e che ha già fatto registrare un’impennata dei prezzi di petrolio e gas e, quindi, dell’energia.
Ciò rappresenta un problema particolarmente gravoso per l’Italia e per l’Europa, che deve importare grandi quantità di queste commodity per poter soddisfare il fabbisogno energetico. Un altro potenziale vento contrario da non sottovalutare riguarda la progressiva adozione dell’intelligenza artificiale in tutte le economie sviluppate e questo perché non si sono ancora dissipati i dubbi sull’impatto che questa avrà sui loro mercati del lavoro.

