Concentrazione del listino su finanziari ed energetici e sensibilità al debito pubblico tra i fattori di rischio. A colloquio con Ruben Dalfovo, Investment Strategist BG SAXO e Saxo Bank

L’Europa è tornata a essere uno dei best performer azionari a livello mondiale. In questo contesto ritenete opportuno dare più spazio alla Borsa italiana?
È una strada percorribile, ma solo se la scelta è fatta con equilibrio e con un obiettivo preciso. La domanda da porsi dovrebbe essere: quale funzione potrebbe avere l’Italia dentro un portafoglio azionario diversificato?
Negli ultimi mesi l’Europa è tornata sotto i riflettori perché molti investitori cercano valutazioni più equilibrate e una maggiore diversificazione dopo anni di leadership statunitense. Questo, però, non significa che la scelta migliore sia spostarsi “in blocco” su un solo Paese. Il mercato italiano può offrire opportunità interessanti, ma è più concentrato di altri: la finanza pesa molto, energia e utility hanno un ruolo importante, e poche grandi storie industriali possono influenzare l’andamento di Piazza Affari. In pratica, l’Italia può dare soddisfazioni, ma tende a muoversi con maggiore intensità, sia quando il contesto è favorevole sia quando si complica.
Per un investitore di lungo periodo, un aumento dell’esposizione può avere senso in tre casi ricorrenti. Primo, quando esiste già una base globale o europea ben diversificata e l’Italia viene aggiunta come scelta mirata, senza trasformarla in una scommessa “tutto o niente”. Secondo, quando si vuole dare più peso a settori più presenti in Italia, come banche, energia e infrastrutture, sulla base di una lettura macro di medio periodo, sapendo che resta un’ipotesi ragionata e non una certezza. Terzo, quando si individuano alcune aziende italiane di qualità e si adotta un orizzonte paziente, accettando volatilità e ciclicità come parte del percorso.
In sintesi, il contesto italiano si rivela più efficace se considerato come un’integrazione per avere un portafoglio diversificato, piuttosto che come elemento centrale. Quando aumentano le incertezze, Europa e Italia reagiscono in fretta perché i flussi di capitale possono cambiare direzione rapidamente e i prezzi diventano più sensibili all’umore del mercato. Non è un difetto del listino, ma una caratteristica di mercati in cui contano variabili come fiducia degli investitori, prezzi dell’energia e andamento dei tassi.
A vostro giudizio, quali sono i fattori che potrebbero in prospettiva fornire una spinta al rialzo al listino italiano e quali invece i rischi da non sottovalutare?
Un primo motore è il ciclo dei tassi. Se l’inflazione rallenta e i tassi scendono gradualmente, molte aziende respirano: il capitale costa meno, alcuni investimenti tornano più convenienti e il mercato tende a premiare utili e crescita più “vicini” nel tempo. In Italia il tema pesa ancora di più perché le banche hanno un ruolo centrale nel listino: dopo anni in cui i tassi alti hanno sostenuto i margini, l’attenzione si sposta su qualità del credito, efficienza e ricavi da commissioni, cioè la capacità di reggere anche con un contesto macroeconomico meno favorevole.
Un secondo motore riguarda investimenti e riforme legati al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non è una bacchetta magica, ma può diventare un acceleratore se le risorse si trasformano in progetti concreti e completati, con ricadute positive su infrastrutture, digitalizzazione e filiere industriali.
Un terzo motore è la nuova agenda europea su energia, sicurezza e resilienza delle catene di fornitura. Sono temi che spingono investimenti e ordini nei settori considerati strategici, e alcune grandi aziende italiane sono posizionate proprio lì. Questo può aumentare la visibilità e sostenere la domanda di beni e servizi, anche se resta un trend da seguire con realismo: aiuta, ma non rende immuni da cicli e sorprese.
Infine, contano valutazioni e dividendi. Dopo anni in cui gli Stati Uniti hanno dominato la scena finanziaria globale, molti investitori guardano all’Europa anche perché, in media, appare meno cara in termini di valutazioni. Non è una garanzia di rendimento, ma può rendere più facile costruire un’esposizione con aspettative più ragionevoli, soprattutto quando una parte del ritorno arriva dai dividendi e non solo dall’aumento dei prezzi.
Il rischio principale è la concentrazione: investire in Italia significa, in parte, essere esposti a due leve che pesano molto sul listino, cioè tassi e banche da un lato, energia (prezzi e regole del settore) dall’altro. Se questi pilastri si indeboliscono, l’indice può soffrire anche quando le singole aziende tengono bene. C’è poi la sensibilità al debito pubblico: quando aumenta l’incertezza, i mercati possono chiedere più premio per il rischio, con effetti su spread e costo del capitale. Infine, contano esecuzione del PNRR e shock esterni: se i progetti rallentano o se energia e geopolitica peggiorano, il sentiment può cambiare in fretta e, nel breve periodo, i prezzi possono muoversi più per paura o entusiasmo che per i risultati delle aziende.
Un eventuale aumento dell’esposizione all’Italia può essere gestito con regole semplici. Una quota massima aiuta a limitare il rischio di concentrazione, mentre ingressi graduali nel tempo riducono la dipendenza dal “giorno perfetto”. In genere, una base globale ben diversificata resta il punto di partenza, con l’Italia come componente aggiuntiva. Se si selezionano singoli titoli, criteri come modello di business comprensibile, solidità di bilancio e capacità di reggere anche nelle fasi di rallentamento economico rendono la scelta più robusta.

