Borse, non sempre salgono nel lungo termine

Borse, non sempre salgono nel lungo termine. Ricordate l’euforia contagiosa per il ‘rialzo senza inversione di marcia’’ dei mercati immobiliare di qualche anno fa? Quella per il rialzo dei listini azionari è altrettanto pericolosa

A qualcuno suona familiare la frase ‘il prezzo delle case non scenderà mai’? Oggi non viene più pronunciata, ma un decennio addietro era molto in voga, talmente in voga da considerare accademico e fuori contesto chi si spingeva ad affermava il contrario. Allo stesso modo c’è chi ora sostiene che ‘le Borse siano destinate a crescere sempre nel lungo termine’. Destinare risorse ai listini azionari se il nostro orizzonte temporale è lungo rappresenta sicuramente una buona idea,a patto di essere coscienti dei rischi che corriamo….e che perdere denaro è una possibilità concreta, anche nel lungo termine.

Uno degli investitori che può essere preso ad esempio per sviluppare riflessioni sul lungo termine è sicuramente Jeremy Grantham, fondatore e gestore di GMO, una delle società di gestione più grandi del mondo con oltre centomila milioni di usd in gestione. Due anni fa, Grantham ha sostenuto che il ciclo rialzista di Wall Street era destinato a chiudersi con le elezioni presidenziali perché il lungo trend a cui abbiamo assistito era tipico di un ‘ciclo presidenziale’ (nel caso specifico quello di Barack Obama). Poco prima delle presidenziali, Grantham ha cambiato idea ed ha sostenuto che il trend godeva di buona salute perché manipolato dall’operato delle Banche centrali.

In un articolo pubblicato dal Financial Times, la stessa casa d’investimento pronostica, per i prossimi sette anni, rendimenti negativi annualizzati del 3,7% per coloro che prediligono le azioni e del -2,1% per i patiti dei bond. Questo nel caso in cui decidessimo di entrare in questo periodo sui mercati azionari e obbligazionari statunitensi. I rendimento prospettati dal team sono stati calcolati tenendo in debita considerazione l’inflazione (che sarebbe la principale responsabile di queste performance poco esaltanti).

Siano corrette o no le previsioni della casa di Boston, i dati devono servire da avviso ai naviganti: in Borsa si può perdere denaro, anche se si diversifica e anche se l’orizzonte temporale non è breve. Oppure, detta in altro modo, i rendimenti passati non garantiscono in alcun modo il conseguimento di rendimenti simili in futuro. Non vi è alcuna ragione per cui il futuro debba o possa essere una ripetizione di quanto accaduto nel recente passato.
Ovviamente non tutti la pensano allo stesso modo. Nel report ‘2017 Long Term Capital Market Assunptions’ di JP Morgan AM, si sostiene che, in un orizzonte temporale di 10-15 anni e includendo l’effetto inflazione, sia possibile ottenere una performance annua del 7% nel segmento delle small caps Usa, del 6,25% in quello delle large caps, del 5,75% per gli High Yield bond, del 3,25% per le obbligazioni investment grade, del 2,25 per i titoli di stato e del 2% optando per la liquidità (conti deposito).

A prima vista possono sembrare performance molto allettanti, ma se le analizziamo nello specifico si traducono in prospettive di rivalutazione medie del 4-5% per i titoli di rischio e del 2-3% per i titoli di debito all’interno di un orizzonte temporale molto lungo. Alla stessa conclusione si perviene in un report curato dal team di Mckinsey. Per i prossimi venti anni, la società si aspetta rendimenti annualizzati del 4-6,5% per le azioni e del 0-2% per le obbligazioni. Tenendo conto che anche altri report di recente pubblicazione tendono a muovere verso il basso il range delle potenziali performance, possiamo affermare che gli investitori dovranno abituarsi a ottenere rendimenti mediamente molto più bassi rispetto a quelli del passato.

Un report di recente pubblicazione targato Morningstar, focalizza l’attenzione sul rapporto tra il ratio Prezzo/utili e le performance conseguite dai listini azionari. Per un P/e compreso tra 18,3 e 23,1 (come quello attuale), la performance media annualizzata a dieci anni sarebbe del 6,9%. Se decidessimo di utilizzare il P/e come indicatore per guidare i nostri investimenti in azioni, dovremmo prestare molta attenzione al superamento del livello 23,1, che porterebbe la performance attesa al 2,2% e farebbe impennare la probabilità di accusare perdite al 33%.

Sembra pertanto chiaro che, anche se le azioni sono uno degli asset più redditizi tra le alternative offerte dall’universo degli investimenti, le possibilità di perdere denaro esistono, anche nel lungo termine. Allo stesso tempo, è indubbio che la ricerca di performance medio-alte implica l’assunzione di rischi più elevati. La lezione che si può trarre da questi dati è che l’unica cosa di cui l’investitore non può fare assolutamente a meno è una strategia d’investimento che tenga conto della propria propensione al rischio (tradotto: capacità di sopportare un certo livello di perdite, anche per periodi di tempo lunghi).

La strategia è fondamentale per stabilire i livelli di esposizione alle singole asset class e rivederli nel tempo in funzione del mutato contesto di mercato. Volete un esempio di strategia prudente che si adatta al mercato rialzista? Il grande investitore statunitense Warren Buffett ha recentemente affermato che sta approfittando degli strappi al rialzo delle Borse per aumentare progressivamente il livello di liquidità all’interno del proprio portafoglio.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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