Brexit, una storia senza fine?

Brexit, una storia senza fine? A più di tre anni dal voto e a più di cinque mesi dalla scadenza iniziale, non sembra emergere ancora alcun risultato.  Olivier De Berranger, chief investment officer di La Financière de l’Echiquier

Al termine di un’aspra campagna elettorale tra sostenitori della Brexit e del Bremain, il 26 giugno 2016 le urne emettono questa sentenza: il Regno Unito intende uscire dall’Unione europea (UE). Spetta ai Tories, il partito al potere, portare la missione a termine. Ma i germi delle difficoltà, allo stadio embrionale, si erano profilate ben prima della votazione ed erano troppe perché si riuscisse a trovare una soluzione entro i termini fissati dall’articolo 50, viste le tante fratture presenti tra i conservatori.

Torniamo, ad esempio, alle ultime settimane per valutare la complessità della situazione sia dal punto di vista del processo politico della stessa Brexit che della scena politica britannica. Il 28 agosto scorso, cogliendo tutti di sorpresa, Boris Johnson annuncia la sospensione per oltre un mese del Parlamento, dove il suo partito ha la maggioranza, in modo da avere le mani libere per negoziare un nuovo accordo con Bruxelles e costringere il Parlamento a dibattiti lampo sui risultati della Brexit (cioè dal 14 al 31 ottobre, termine ultimo per il ritiro dopo un primo rinvio). Il governo, con un’azione di forza, sembra aver ripreso il controllo e l’ipotesi di una hard Brexit diventa più probabile.

Non passa neanche una settimana e si assiste, sbigottiti, alla defezione di un deputato Tory filoeuropeo che mette in minoranza il governo di Johnson in Parlamento. Lo stesso giorno, durante una sessione alla Camera dei Comuni che sicuramente rimarrà negli annali parlamentari della “perfida Albione”, un’improbabile compagine di deputati dell’opposizione e della maggioranza riesce a far votare una legge che obbliga il Primo Ministro a negoziare il rinvio di un trimestre se non si dovesse giungere a un accordo entro la fine di ottobre, evitando così una fuoriuscita disordinata. A tutto questo si aggiunge l’esclusione di parte dei rappresentanti eletti dissidenti. La cacofonia politica interna ed esterna raggiunge l’apice. L’ipotesi di una hard Brexit sembra essere stata esclusa questa volta e un rinvio è quindi probabile.

Tra un colpo di scena e l’altro è finalmente l’ipotesi di un rinvio ad infinitum che sembra essere la meno incerta. Infatti, tutte le soluzioni ovvie – una Brexit nell’ambito dell’accordo negoziato con l’UE, una rinegoziazione dello stesso, una hard Brexit, – sono state più e più volte respinte. Solo un big bang politico sembra essere in grado di rimescolare le carte ma, al momento, né il governo né il Parlamento sembrano pronti ad assumersi questo rischio.

Nel frattempo, dopo aver mostrato un fronte dall’apparenza solida fino alla fine di marzo 2019 (l’attività economica è stata temporaneamente sostenuta dagli effetti di stoccaggio legati ai timori di un’uscita repentina), l’economia britannica inizia a sgretolarsi a causa della perdita di fiducia legata alla mancanza di visibilità. Il governo, che ne è ben consapevole, ha appena annunciato la fine di dieci anni di austerità aumentando il suo bilancio di quindici miliardi di euro (+4,1%). Quali che siano le conseguenze della Brexit o se si dovessero organizzare nuove elezioni, i due grandi partiti sembrano essere d’accordo su una cosa almeno: la necessità di condurre una politica fiscale espansiva.

Le azioni britanniche e la sterlina inglese potrebbero quindi destare nuovo interesse per gli investitori stranieri a condizione che questi si rassegnino ad affrontare un periodo di incertezza, per un lasso di tempo molto lungo, ma nel quadro di una politica di rilancio che garantisca un sostegno duraturo.