Cina 3.0, decenni di rallentamento strutturale

A cura di Stefania Basso

Secondo Amy Yuan Zhuang, Senior Analyst Nordea, a pagarne le conseguenze saranno il commercio globale e i mercati delle commodity

Negli ultimi tre decenni la Cina ha subito una forte trasformazione, da economia chiusa piccola si è trasformata nel maggior paese esportatore e consumatore di materie prime al mondo. L’economia è cresciuta senza precedenti ma oggi non è più così. Negli ultimi tre anni la domanda cinese è rallentata. La decelerazione rispecchia un cambiamento strutturale, così come un atteggiamento differente riguardo al modello di crescita. La Cina è entrata nella terza fase del suo sviluppo e fronteggerà decenni di rallentamento strutturale.

Per comprendere il rallentamento strutturale della Cina è importante identificare i fattori strutturali e riconoscere l’atteggiamento delle autorità rispetto alla crescita. La stima del FMI sulla crescita potenziale è iniziata a scendere già nel 2006, ma sino al 2012 la crescita reale non è calata in modo sostenuto. La spiegazione è ovvia. La precedente amministrazione non era pronta a sostenere il rallentamento e ha scelto di sovrastimolare l’economia immettendo un credito a buon mercato nelle aziende di proprietà dello Stato (SOE) che investivano nei settori dell’industria pesante. La crescita è stata mantenuta artificiosamente elevata ma successivamente sono emersi alcuni problemi inaspettati.

L’eccessiva dipendenza dal settore manifatturiero ha lasciato molte province inquinate, sia a livello atmosferico sia idrico. Secondo il rapporto Cina 2030 redatto dalla Banca Mondiale, il degrado ambientale e l’esaurimento delle risorse in Cina sono costati circa il 10% del pil. Un altro studio ha rivelato che lo smog potrebbe ridurre l’aspettativa di vita media di 5,5 anni nel nord della Cina. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è un altro risvolto indesiderato del dominio industriale. Le famiglie hanno finanziato indirettamente per anni gli investimenti pubblici nel settore manifatturiero attraverso i tassi sui depositi artificiosamente bassi. Questo ha generato un’ineguale distribuzione del benessere e tensioni tra le famiglie e le SOE. Il Governo, ossessionato dalla stabilità sociale, non può permettersi di ignorare gli elementi che generano insoddisfazione nella popolazione. Dovrà quindi tollerare una crescita più bassa e continuare a promuovere la trasformazione dall’industria ai servizi e dagli investimenti ai consumi.

Quali sono le implicazioni a livello mondiale? Come seconda maggiore economia mondiale che contribuisce per un terzo alla crescita globale, il rallentamento strutturale della Cina avrà inevitabili implicazioni a livello mondiale. Il commercio globale e i mercati delle commodity potrebbero risentire dell’impatto maggiore.

La Cina è uno dei maggiori mercati di esportazione per gran parte dei paesi ma questo a poco a poco cambierà. Si è già verificato un calo della crescita delle importazioni a causa del ribasso strutturale delle esportazioni. Molti beni che importa la Cina sono destinati alle esportazioni. Anche se la percentuale è scesa dal picco del 60% degli anni ’90 al 35% di oggi, il dato rimane comunque elevato se raffrontato con altri paesi a livello internazionale. Nel lungo termine la Cina importerà un maggior numero di beni al consumo per uso domestico. La percentuale dei consumi dell’economia potrebbe salire grazie alla continua urbanizzazione, a un numero maggiore di persone che entrano a far parte della classe media e al miglioramento della sicurezza sociale che riduce la necessità di risparmio precauzionale.

La Cina è il maggior consumatore al mondo di materie prime e utilizza circa il 50% del carbone e dei metalli di base mondiali e il 12% di petrolio. Il rallentamento strutturale, in particolare delle industrie a grosso impiego di energie, come quelle dell’acciaio, e lo spostamento verso una crescita guidata più dai consumi hanno favorito il calo dei prezzi delle materie prime negli ultimi anni. In virtù di questo fondamentale cambiamento del modello di crescita, la domanda di commodity della Cina in futuro rallenterà rispetto agli anni del boom e questo genererà una pressione al ribasso sui prezzi. Non si stima comunque un crollo generale della domanda di materie prime. Le infrastrutture non sono ancora del tutto sviluppate a livello macro. La vita media di un immobile è di circa 25 anni e questo contribuisce a supportare la crescita del settore delle costruzioni.

L’economia cinese è raddoppiata in dimensione negli ultimi cinque anni. E’ quindi difficile pensare che possa crescere del 7% oggi, dopo una crescita del 10%. Il rallentamento è inevitabile. La Cina è entrata nella terza fase del suo sviluppo. Se dovesse durare 30 anni, come le due fasi precedenti, il rallentamento potrebbe essere strutturale con conseguenze negative per l’economia mondiale sul fronte del commercio e delle commodity. Sarebbe certamente positivo se la crescita bassa fosse accompagnata da una crescita equilibrata e sostenibile nel lungo termine, evitando il rischio di un atterraggio duro.

Stefania Basso
Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.