Come si articolerà lo sviluppo economico cinese e con quale forza è un quesito oggetto di ampia discussione. I dati del Pil per il terzo trimestre sono stati superiori alle attese, ma ciò non allontana le incognite sul futuro, visto che il sistema locale, oltre alla deflazione, deve affrontare un processo di ristrutturazione importante per non cadere nella trappola del reddito medio. Sull’attività economica pesa la crisi del settore immobiliare, i cui effetti si riverbereranno nel tempo, mentre il quadro industriale e dei consumi presenta diverse sfaccettature. Ciò che appare evidente è che il governo non è pronto a intervenire con possenti stimoli all’economia, visto l’impegno profuso a ridimensionare l’indebitamento all’interno del sistema. Dall’altro lato, però, sembra improbabile la riproposizione del modello mercantilistico del passato. Su tutto ciò pesano le pressioni deflazionistiche

La Cina di oggi rappresenta un enigma e un caso già visto tante altre volte in molte economie emergenti. Innanzitutto, va detto che i dati macroeconomici più recenti, tutto sommato, hanno offerto un quadro incoraggiante. La crescita del Pil, infatti, è stata, su base annua, +5,3%. Si tratta di un andamento che, oltre a risultare al di sopra del consensus, appare migliore anche degli obiettivi governativi per il 2024, che indicano un target intorno a +5%. Tutto ciò avviene dopo un triennio terribile in cui, a fronte di una reazione iniziale rapidissima al Covid, il Dragone ha prolungato fino al 2022 la politica di lockdown e chiusura verso il mondo circostante più dura sul pianeta. Il 2023 ha visto poi una ripresa tiepida, a causa della profonda crisi immobiliare, di una marcata sovraccapacità in diversi comparti industriali e del prolungarsi degli effetti delle politiche punitive verso il vastissimo e iper-avanzato insieme delle imprese legate a internet.

Il risultato è che la Cina si è trovata ad affrontare un quadro di deflazione nel momento in cui in Occidente (e non solo) imperversava la peggiore inflazione dai primi anni ’80. Il sistema locale oggi deve fare fronte a un processo di ristrutturazione cruciale per superare i rischi di rimanere impelagata nella trappola del medio reddito; il tutto su una scala mai vista e con alcuni aspetti del proprio sistema già con caratteristiche simili a quelle di una nazione sviluppata.

Alcuni dei numeri emersi nella prima frazione di quest’anno sono indicativi di tutte le forze contraddittorie cui oggi è sottoposta la Repubblica Popolare. In ciò risiede l’enigma cinese, essenzialmente un quadro in cui si sovrappongono aspetti di iper-modernità degni di un leader mondiale e sacche di arretratezza e inefficienza di dimensioni enormi. Una sintesi interessante al riguardo viene fornita da Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm: «Se, da un lato, la produzione industriale ha messo a segno una crescita del 6,1% nel corso del primo trimestre, nello stesso periodo i prezzi alla produzione industriale sono calati del 2,7%, indicando la presenza di pressioni deflazionistiche nel settore manifatturiero. Infine, le vendite al dettaglio hanno registrato un aumento del 4,7% tra gennaio e marzo, nonostante in marzo si sia assistito a un notevole rallentamento (+3,1%) rispetto ai picchi di febbraio (+5,5%). La frenata delle vendite al dettaglio, unita al significativo calo (-9,5%) degli investimenti immobiliari, riporta l’attenzione sulle sfide che l’economia cinese deve ancora affrontare, tra le quali spicca la profonda crisi dell’edilizia, tra crollo dei prezzi delle nuove abitazioni e azioni legali contro i colossi del mattone».

I consumi unica soluzione

Il ragionamento e le percentuali riportate da Richard Flax contengono l’essenziale per capire quale potrebbe essere la via che il Dragone dovrebbe prendere per ripartire. Innanzitutto, l’edilizia continuerà, probabilmente, a rappresentare un bubbone il cui scoppio si farà sentire per anni. Dall’altra parte, il quadro industriale e dei consumi presenta luci e ombre. Un punto fondamentale da sottolineare in tutto ciò è che, per la seconda economia del mondo, l’attuale ristrutturazione del real estate può risolversi in maniera positiva solo con soluzioni che inevitabilmente risulteranno molto diverse da quanto visto negli Usa dopo il 2008 e in Europa nell’ultimo decennio.  Al riguardo, Gilles Moëc, Axa group chief economist and head of Axa Im Research, porta all’attenzione il caso statunitense e quello spagnolo come due paradigmi opposti di reazione al rapido deterioramento indotto dal collasso dei corsi degli immobili: «In Cina continua il crollo immobiliare, il che è coerente con l’esperienza passata di altri paesi: questi problemi non scompaiono velocemente. Prendiamo spunto da questi episodi per esaminare la strategia macroeconomica complessiva della Cina. La reazione degli Stati Uniti alla crisi dei subprime fu di impegnarsi in una politica di “bombardamento a tappeto”, con un massiccio sostegno fiscale e monetario. Al contrario, alcuni periferici dell’area euro, come la Spagna, che ha dovuto affrontare un crollo degli investimenti residenziali, non ebbero lo stesso spazio politico e furono costretti a ricorrere alla “svalutazione interna”: devono il successo del loro aggiustamento a un forte miglioramento sul fronte delle esportazioni». In concreto, stimoli monetari e fiscali potentissimi negli Usa e sangue, sudore e lacrime allo scopo di arrivare a un riassetto della competitività e dei saldi di partite correnti all’interno dell’Eurozona.

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