Cina, positivi i comparti legati a consumi e servizi

Anh Lu, portfolio manager Asia ex-Japan Equity di T. Rowe Price prosegue l’inchiesta di Fondi&Sicav sul paese del Dragone 

A che punto ritenete sia giunta la transizione dell’economia cinese? Le ultime rilevazioni indicano che i consumi interni pesano il 60% del Pil. Pensate che il rallentamento realmente verificato è coerente con la transizione verso il nuovo modello economico che la Cina sta cercando di perseguire?

In un certo senso, il ribilanciamento economico della Cina è in corso dalla fine degli anni ’90. Allora, i servizi pesavano per meno del 35% del Pil. Questa percentuale è aumentata agli inizi degli anni 2000, man mano che il benessere si è diffuso nell’economia. Oggi sfiora il 55%. Non ci sono dubbi che il modello di crescita dell’ultimo decennio legato agli investimenti abbia rallentato questo processo di ribilanciamento, ma negli ultimi cinque anni i leader della Cina hanno ancora una volta focalizzato le loro politiche sul miglioramento della qualità della crescita cinese. Ciò implica una minor dipendenza dal “vecchio” modello incentrato su investimenti di capitale fisso statali, la cui efficienza era in calo, in quanto è stato impiegato sempre più debito per farvi ricorso.

Tuttavia, la prevalenza di investimenti di capitale fisso rappresenta solo una piccola parte della trasformazione economica a cui la Cina ha bisogno di sottoporsi. In occasione del terzo plenario comunista a fine 2013 sono stati fatti cenni a riforme più incisive sul fronte dell’offerta, ma i dettagli specifici e il quadro temporale sono stati scarsi. Si sono visti dei progressi, come con la campagna anti-corruzione, la riforma delle tasse e alcuni provvedimenti atti alla liberalizzazione finanziaria in alcuni ambiti come la politica dei tassi di interesse. Ma altre aree chiave, come la riforma del vasto settore delle imprese statali volta a eliminare la capacità in eccesso e migliorare l’efficienza, sono progredite in maniera minima fino ad oggi. In mancanza di ulteriori riforme la Cina rischia che il livello di indebitamento e l’allocazione scorretta dei capitali vista negli ultimi anni continuino a salire. Ciò metterebbe ulteriormente sotto pressione la crescita futura.

Riteniamo che i veterani della leadership cinese siano più concentrati a gestire il rallentamento della crescita, piuttosto che a promuoverne la ripresa. E’ nei loro interessi mantenere l’armonia sociale e a non permettere quindi un rallentamento troppo brusco. Tuttavia, essi stessi ammettono che il ritorno al vecchio modello di crescita sarebbe inopportuno. Ne abbiamo visto le prove negli ultimi mesi. Dopo che la crescita ha rallentato bruscamente tra fine 2015 e inizio 2016, c’è stato uno stimolo fiscale, guidato dalle imprese statali, nelle infrastrutture e costruzioni immobiliari, il che ha creato un livello minimo per la crescita del Pil. Questo stimolo è stato però seguito velocemente da un articolo scritto da “una figura autorevole vicina a Xi Jinping” su una ripresa a L negli anni a venire. Gli ultimi dati mostrano che l’impulso creditizio e fiscale di marzo e aprile si è già smorzato da allora.

Politica monetaria della Fed, forza o debolezza del dollaro Usa e ripercussioni sullo Yuan e sull’economia e la Borsa cinese. Come interpretate queste variabili e quanta importanza rivestono nella vostra strategia d’investimento?

La performance delle Borse cinesi, onshore e offshore, è stata scarsa nel 2016 e ha seguito l’andamento del sentiment in calo, poi in rialzo e poi di nuovo in ribasso. Negli ultimi anni abbiamo fatto l’abitudine a questi cicli in Cina. Nonostante il rallentamento dell’economia industriale, i comparti legati ai consumi e ai servizi restano interessanti. Il benessere delle famiglie è in aumento. Il potere di acquisto sta salendo. Riteniamo che ci siano molte imprese ben gestite, innovative e in grado di adattarsi ai cambiamenti di preferenze e di richieste dei consumatori cinesi. Qui ci sono opportunità di investimento attraenti che dovrebbero fare bene in termini assoluti, ma soprattutto in confronto al più ampio mercato azionario cinese che resta dominato dalle imprese statali.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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