Cina, tra durezza e pragmatismo

a cura di Pinuccia Parini

Lo scorso agosto, la presidente della Camera degli Stati Uniti, Nancy Pelosi, si è recata a Taiwan: è la prima persona che ricopre una simile carica ufficiale a visitare l’isola negli ultimi 30 anni.

Nonostante il viaggio non sia stato autorizzato, non è stato neppure osteggiato dall’amministrazione Biden. Alla visita della presidente, circa un paio di settimane dopo, ha fatto seguito quella di una delegazione del Congresso americano. La reazione della Cina è stata molto dura, con il via a una serie di esercitazioni militari che hanno alzato la temperatura nella regione e creato, potenzialmente, un’altra area di crisi in un contesto internazionale già precario. 

Che cosa abbia spinto Nancy Pelosi a prendere una simile decisione è, per chi scrive, oggetto di una serie di riflessioni, tra le quali l’opportunità o meno di inasprire ulteriormente i rapporti tra gli Usa e la Repubblica Popolare Cinese. Che le relazioni tra Washington e Taipei siano di lunga data non è certo una novità, ma, negli anni, gli Stati Uniti hanno sempre mostrato particolare attenzione nel gestire un delicato equilibrio senza irritare Pechino e provocare una reazione militare da parte del Dragone. La risposta muscolare cinese alla visita della presidente della Camera americana ha fatto riemergere con forza il dibattito tra coloro che sostengono che esiste un piano cinese di riunificazione con Taiwan e chi invece ritiene che ciò sia improbabile, se non a fronte di una seria provocazione.

Indicatori di un conflitto

Un punto di vista interessante per dirimere questa questione lo offre Gerard Di Pippo, senior fellow presso l’Economics Program del Center for Strategic and International Studies in Washington D.C. (rif.: https://www.csis.org/analysis/economic-indicators-chinese-military-action-against-taiwan), attraverso una disanima di alcuni indicatori economici per cercare di comprendere le reali intenzioni di Pechino nei confronti di Taipei. La ragione di questo approccio va ricercata nella supposta necessità per la Cina di prepararsi economicamente alle eventuali ricadute di un conflitto con Taiwan. In generale, si può affermare che la volontà dell’Impero di mezzo è diventare sempre più autosufficiente da un punto di vista tecnologico e materiale, così come reiterato all’interno del 14° Piano quinquennale cinese (2021-2025). Le misure che incarnano l’idea di sviluppo del presidente Xi Jinping prevedono politiche industriali incentrate sull’eliminazione delle dipendenze dall’estero lungo tutta la catena del valore, l’accumulo di scorte di forniture considerate strategicamente critiche, politiche commerciali che rafforzino e proteggano il mercato cinese: è quella che viene chiamata la “dual circulation strategy”.  

A queste scelte strategiche se ne aggiungono altre, tra le quali gli sforzi per identificare e mitigare le vulnerabilità alle sanzioni statunitensi, la diminuzione della dipendenza dal dollaro americano grazie anche a una internazionalizzazione del renminbi e una maggiore inclinazione a elargire prestiti e investimenti a favore di paesi potenzialmente neutrali, soprattutto in via di sviluppo. Dire, però, che tutto ciò sia riconducibile alla volontà di proteggere il proprio modello economico in vista di un potenziale conflitto è opinabile. La strategia della doppia circolazione riguarda, di fatto, l’autosufficienza in risposta a un ambiente esterno più ostile e punta a garantire in primis un progresso tecnologico che possa continuare indipendentemente da quelle che saranno le intenzioni degli Usa. È, in altre parole, l’espressione della volontà di districarsi dalle forze che cercano di contenere e contrastare l’ascesa della Cina, creando un mercato integrato che non necessiti dell’aiuto esterno, ma continui a trarre vantaggio dalla sua forza esportatrice.

Sempre nella sua analisi, Gerard Di Pippo prende in considerazione la possibilità di utilizzare indicatori di breve periodo, visti come segnali di un’eventuale intenzione di Pechino di impegnarsi in un conflitto. Essi, però, potrebbero essere applicati a uno scenario in cui l’Esercito popolare di liberazione (Pla) ricevesse l’ordine di essere pronto a eseguire un piano di guerra. Questi indicatori potrebbero includere l’imposizione di controlli più severi sui capitali transfrontalieri, un congelamento delle attività finanziarie estere all’interno della Cina, una rapida liquidazione e il rimpatrio delle attività cinesi detenute all’estero, compresa la vendita di obbligazioni statunitensi, un’intensificazione delle scorte di emergenza, come medicinali o tecnologia strategica, la sospensione delle esportazioni chiave (i minerali critici, i prodotti petroliferi raffinati o quelli alimentari), misure per ridurre la domanda o razionare beni chiave, priorità o reindirizzo di fattori indistrialii per la produzione militare e così via. Tuttavia, le azioni economiche a breve termine della Cina potrebbero non offrire avvertimenti conclusivi o specifici sulle intenzioni militari di Pechino. Gli indicatori economici dovrebbero essere abbinati ad altri segnali, come i movimenti del Pla o la propaganda interna, per determinare le intenzioni militari del Paese e, soprattutto, per riuscire ad agire senza svelare le intenzioni dei suoi leader e senza provocare fenomeni di accaparramento che metterebbero tutto il sistema in allarme, compreso il mercato finanziario. Ciò che è indiscutibile, e l’esempio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ne è testimonianza, è che determinate reazioni non sempre sono il risultato di un percorso razionalmente spiegabile e che l’impossibile, a volte, può diventare realtà. In questo contesto, determinate scelte economiche, sia di breve, sia di medio-lungo periodo, non necessariamente sono segnali di un’evoluzione che potrebbe sfociare in un’azione militare.

Un divorzio impossibile

Negli ultimi anni, l’atteggiamento della Repubblica popolare cinese nei confronti di Hong Kong ha sollevato molti timori a Taiwan, soprattutto per il rafforzamento di un’ideologia sempre più nazionalista che ha portato a pesanti repressioni nell’ex colonia britannica. La stessa reazione alla visita di Nancy Pelosi trova una spiegazione in questa inclinazione. Come ha ricordato Shelley Rigger, professoressa in scienze politiche al Davidson College, in una recente intervista al New York Times, Taiwan e la Cina continentale sono separate da 70 anni, ma nessuna delle due parti ha presentato i documenti per il divorzio. Se Taiwan chiedesse l’indipendenza, sarebbe come preparare, appunto, le carte per il divorzio. Rigger ritiene che la Cina abbia tollerato questa separazione per molto tempo e potrebbe farlo ancora per un po’, ma non accetterebbe mai un’azione da parte di Taiwan che precluda definitivamente ogni possibilità di riconciliazione, di riunire la terraferma e l’isola sotto una sorta di bandiera comune. 

Ciò che rimane, come dubbio, è quanto la visita della presidente abbia prodotto benefici per Taiwan e per le relazioni tra Usa e Cina. Probabilmente l’effetto è negativo su entrambi i fronti e, francamente, non se ne vedeva la necessità, visto che si è trattato forse di una prova di forza. Le ricadute su altri settori delle relazioni bilaterali sono evidenti: la Cina ha annunciato di volere interrompere il dialogo con gli Stati Uniti su una serie di questioni, che vanno dalle relazioni militari al cambiamento climatico, mentre l’amministrazione Biden potrebbe decidere di mantenere in vigore i dazi sulle importazioni cinesi. Sebbene entrambe le parti sostengano che le loro azioni agli eventi dello scorso mese siano state misurate e proporzionate, la gestione delle tensioni sullo Stretto di Taiwan è tornata al centro delle relazioni tra Stati Uniti e Cina.  A preoccupare sono gli eventuali risvolti che assumessero una connotazione prettamente militare, con un progressivo potenziamento in questa direzione delle due nazioni che si fronteggiano. 

Per quanto riguarda, invece, le azioni economiche tra Pechino e Taipei, sembra che gli accadimenti di agosto non abbiano provocato grandi conseguenze e il commercio tra i due paesi rimanga sostanzialmente inalterato. Se la Cina fosse stata seriamente intenzionata a imporre una punizione economica a Taiwan, avrebbe potuto interrompere le esportazioni di prodotti elettronici taiwanesi verso la terraferma: più del 50% dei 189 miliardi di dollari di esportazioni del Paese verso la Cina e Hong Kong. Inoltre, avrebbe potuto ostacolare seriamente il flusso di merci attraverso lo stretto di Taiwan. 

Ma tutto ciò avrebbe avuto serie ripercussioni sulla Cina e causato nuove interruzioni all’interno della catena di approvvigionamento, un rischio che, viste anche le politiche di zero tolleranza al Covid, la leadership cinese non potrebbe sostenere. Sullo sfondo dello scontro sullo Stretto c’è infatti una grande potenza economica che fatica a riattivare i motori della crescita. 

La faticosa ripresa

L’economia cinese nel secondo trimestre si è espansa solo dello 0,4% rispetto allo stesso trimestre del 2021 e in calo in confronto al 4,8% del primo quarto. In termini di trimestre su trimestre, la riduzione è stata del 2,6%. L’obiettivo di crescita del 5,5% per l’intero anno, a questo punto, diventa molto ambizioso. L’inflazione è contenuta e riflette la scarsa domanda da parte dei consumatori. Le vendite al dettaglio sono aumentate a luglio solo del 2,7%, rispetto alle stime del 5%, mentre la produzione industriale è cresciuta del 3,8% rispetto alle previsioni del 4,6%. Il mercato immobiliare non sta ancora offrendo tangibili segnali di ripresa. Preoccupano anche le dinamiche legate al mercato del lavoro, in particolare tra i giovani, il cui tasso di disoccupazione a luglio ha toccato il 19,9%. Secondo il Peterson Institute for International Economics (Piie) (rif. https://www.piie.com), il settore privato cinese, che di solito rappresenta i quattro quinti dell’occupazione urbana, ha sopportato il peso della debole crescita nella prima metà di quest’anno e sta offrendo meno posti di lavoro. È possibile supporre che anche l’inasprimento della regolamentazione e l’incertezza a essa legata abbiano giocato un ruolo importante. Alibaba, Tencent e Didi, tra gli altri giganti tecnologici cinesi, starebbero licenziando un gran numero di dipendenti a causa delle crescenti pressioni normative che danneggiano la redditività. Inoltre, la leadership sta chiedendo alle agenzie governative e alle imprese statali di assumere più giovani laureati, ma le opportunità di lavoro non sono affatto sufficienti e gli incentivi che il governo fornisce ai datori di lavoro del settore privato per l’assunzione di nuovo personale sono troppo limitati. E la questione occupazionale è prioritaria per il politburo. 

Alcuni analisti concordano sul fatto che la visita di Nancy Pelosi a Taiwan abbia dato a Pechino l’opportunità di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai vari lockdown e dalla situazione economica con esercitazioni militari intorno all’isola. Ed è proprio la politica di controllo della pandemia che sta creando problemi e, per il momento, non sembrano esserci segnali di un’inversione di rotta, tanto che Pechino invita a contestualizzare le misure adottate in un’ottica di lungo termine. La sensazione, però, è che la pressione sulla leadership stia aumentando per fare fronte a un contesto economico che fatica a riprendersi e lo scorso 15 agosto la Pboc ha inaspettatamente tagliato di 10 punti base i tassi sui prestiti a medio termine e il 22 dello stesso mese di 5 punti base il Loan prime rate a un anno, riducendo anche il tasso a cinque anni per i mutui immobiliari (15 pb).

Ci sarà un ritorno del pragmatismo cinese per controbattere una situazione che potrebbe diventare difficile da gestire? È sempre dello scorso agosto la notizia dell’intenzione di cinque Soe (State owned enterprises) quotate alla borsa Usa di delistarsi, fatto che potrebbe condurre a sviluppi positivi nelle trattative tra la Securities and exchange commission e la China security regulatory commission per cercare un accordo che eviti il delisting alle oltre 200 società cinesi quotate negli Usa. A fine ottobre si terrà a Pechino il 20° congresso del Partito, con Xi Jinping destinato ad assumere un terzo mandato come segretario generale. Si tratta di un momento topico da un punto di vista simbolico, ma anche con risvolti concreti cruciali, soprattutto per legittimare chi continuerà a guidare il Paese.

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