Cinque piani B in caso di Brexit

Bruxelles e Londra cercano vie d’uscita percorribili in caso di vittoria della Brexit, ma tutte le formule disponibili comportano seri problemi politici ed economici. Cinque piani B

Il Regno Unito vive probabilmente la più intensa fase d’incertezza degli ultimi cinquantanove anni della sua storia. Il dubbio che attanaglia le menti dei cittadini britannici riguarda la scelta tra la permanenza nel club al quale hanno aderito nel lontano 1973 e il suo abbandono (opzione che darebbe il via libera a una crisi senza precedenti all’interno di un’Unione che non ha mai smesso di allargare i propri confini negli ultimi decenni).

La valanga di nuovi elettori registrati negli ultimi giorni (con picchi di mezzo milione in una sola giornata) e la loro età media (in prevalenza giovani) alimenta le speranze dei sostenitori dello status quo nell’Ue. Tuttavia, i sondaggi hanno recentemente rilevato una crescita dei cittadini favorevoli alla Brexit, che ha spinto le autorità di Bruxelles e Londra a studiare eventuali piani B per far fronte all’eventuale di tale scenario drammatico. Fino a questo momento, sul tavolo sono pervenuti cinque ipotetici scenari. Il loro limite? Nessuno di questi appare completamente percorribile.

Ritorno all’Efta

La prima ipotesi si concentra sull’uscita del Regno Unito dall’Ue e sul suo contemporaneo ritorno nell’Efta, l’associazione di libero scambio promossa da Londra nel 1960 per porre freno all’espansione della Comunità Economica Europa (e che adesso include Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein). Questi paesi, fatta eccezione per la Svizzera, sono legati all’Unione Europea da accordi (Area Economica Europea) che consentono di trarre beneficio dalla libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali, in cambio dell’applicazione delle normative comunitarie (con l’eccezione del verificarsi di circostanze eccezionali) e del versamento di milioni di euro alle casse comunitarie.

La maggior parte degli osservatori economici sostiene che questa sarebbe l’alternativa meno dannosa per l’economia britannica e l’unica realmente in grado di evitare il disastro per la City londinese. La City potrebbe continuare a svolgere il ruolo di centro finanziario guida per l’Ue e l’eurozona, tuttavia, i cittadini favorevoli alla Brexit vedrebbero tradite le loro attese perché il Regno Unito resterebbe vincolato all’Europa in materia di politiche migratorie. Di conseguenza, il Governo britannico che accettasse questa soluzione sarebbe condannato al tracollo nella successiva tornata elettorale.

Il ‘modello elvetico’

La seconda possibilità riporta a un accordo commerciale specifico, sul modello di quelli sottoscritti dall’Ue con la Svizzera (che prevede una libera circolazione quasi totale) o Turchia (che si limita alla libera circolazione dei beni). Il modello elvetico pone gli stessi problemi politici di quello illustrato in precedenza perché lega intensamente Londra all’Ue. Anche il modello turco non sembra perseguibile perché resterebbero fuori dall’ipotetico accordo i servizi finanziari e la City potrebbe dover far fronte a enormi perdite sui suoi principali mercati di riferimento.


Il ‘modello Groenlandia’

La Groenlandia ha deciso, inseguito a un referendum, di uscire dall’Ue nel 1985. Le negoziazioni per definire l’uscita dell’isola (territorio danese ma dotato di ampia autonomia) sono durate due anni e sono sfociate in accordo di appena sette pagine che rappresenta una sorta di ‘abito su misura’ destinato a fare in modo che l’isola continuasse a mantenere vincoli molto stretti con l’Ue. La formula appare ‘tentatrice’ per il Regno Unito, ma è difficile da portare a termine. Londra e Bruxelles dovrebbero negoziare un accordo commerciale sui rapporti doganali e commerciali e stabilire gli standard che il Regno Unito sarebbe chiamato a rispettare per fare in modo che i suoi prodotti possano continuare ad avere accesso al mercato europeo. Si passerebbe dall’attuale armonizzazione della normativa a una situazione in cui sarebbe molto complicato cercare di mettere d’accordo l’Ue e il Regno Unito su materie delicate: finanza, lavoro, ambiente.


Il canale OMC

In assenza di un accordo bilaterale, Londra potrebbe canalizzare la sua relazione con l’Ue servendosi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, anche se alcuni analisti mettono in dubbio la permanenza automatica del Regno Unito nell’OMC in caso di affermazione dei sostenitori della Brexit. Alcuni report hanno indicato che i costi delle esportazioni britanniche lieviterebbero del 3% a causa dei dazi doganali e del 13% a causa delle barriere normative.

La ’ Flexit’

L’ultima ipotesi è la ‘Flexit’, molto in voga a Londra in caso di ‘Leave’. Consisterebbe in una non immediata sollecitazione della Brexit da parte del nuovo Governo che andrebbe a prendere il posto di quello di Cameron. In altre parole, il prossimo Esecutivo in carica adotterebbe un atteggiamento accomodante, tale da produrre un’uscita formale che cambierebbe poco nella sostanza.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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