Cinque ragioni per vedere una Fed rialzista

Una delle frasi più note pronunciate da Winston Churchill è: ‘ gli statunitensi finiscono sempre per fare la cosa giusta……dopo aver provato le restanti alternative’. La Fed farà la cosa giusta?

Dopo aver sperimentato molte soluzioni di politica monetaria negli ultimi anni (mediante il ricorso a strumenti convenzionali e non), sembra proprio che la Federal Reserve tornerà alle origini e ridarà vita a un processo di normalizzazione dei tassi d’interesse mediante l’adozione di rialzi controllati del costo del denaro. Negli ultimi trimestri abbiamo osservato una discrepanza considerevole sulle stime concernenti l’evoluzione del costo del denaro negli Stati Uniti: mentre i mercati scommettono su rialzi dei tassi molto lenti e calcolati, alcuni membri della Fed disegnano una curva dei rendimenti più ripida e aggressiva da qui al 2019.

Le implicazioni della strategia seguita dalla Banca centrale Usa rivestono un’importanza fondamentale per l’economia mondiale perché il dollaro ha il ruolo di divisa di riserva principale. I tassi a lungo termine statunitensi sono influenzati dalla dinamica dei tassi a breve termine. A loro volta, i tassi a lungo termine di molti paesi presentano una correlazione considerevole con l’andamento dei tassi a lungo termine Usa. Se ne deduce che se la Fed alza i tassi prima e più rapidamente del previsto, il costo del denaro a livello planetario tenderà a salire, influenzando imprese, governi e singoli cittadini in ogni angolo del pianeta.

Gli esperti che propendono per un intervento della Fed rapido e aggressivo (che si dovrebbe materializzare in due/tre rialzi nel 2016 e tre/quattro rialzi nel corso del 2017), tendono a individuare cinque ragioni a supporto di quest’ipotesi. In primis, il mandato principale della Fed include il raggiungimento del target inflation al 2% e la piena occupazione. In questo periodo i prezzi al consumo stanno dando segni di surriscaldamento. Se concentriamo l’attenzione sull’inflazione (escludendo la componente energia e alimenti non trasformati), la variazione è stata del 2,1% (il dato sale fino al 2,4% se si annualizza la variazione registrata nell’ultimo semestre).

Anche nell’ipotesi in cui si tenga conto dei depressi prezzi dell’energia e di quelli del settore alimentare, l’inflazione statunitense mostra un progresso dell’1,1% (il massimo degli ultimi tre anni) e lancia segnali di un’accelerazione nei prossimi mesi, in scia a una stabilizzazione delle quotazioni petrolifere. Infine, non va dimenticato il mercato immobiliare domestico: la casa rappresenta un peso importante nel calcolo dell’inflazione Usa e le rivalutazioni medie hanno raggiunto il 6% nell’ultimo anno, facendo presagire l’avvio di pressioni inflazioniste nei prossimi mesi.

In secondo luogo, gli Stati Uniti presentano già una situazione vicina alla piena occupazione (con il tasso di disoccupazione inferiore al 5%). Il dibattito interno ruota intorno al numero di persone che hanno smesso di cercare attivamente un lavoro perché demoralizzate dai lunghi anni di crisi, ma la realtà mostra salari in netta crescita (2,4%) che confermano il buon trend della domanda di lavoratori. Un altro segnale importante è che la disoccupazione tra gli universitari è al 2% e le offerte di lavoro che non riescono a incrociare la domanda sono ai massimi degli ultimi sedici anni.

La situazione attuale registra salari in crescita e, in presenza di incrementi della produttività molto bassi, si assiste a un’ascesa dei costi per le imprese, che saranno obbligate ad aumentare i prezzi di vendita praticati al pubblico. Tuttavia, il trend ha bisogno di ulteriori conferme perché il ritmo mensile della creazione di nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti ha rallentato nel mese di maggio ad appena 38.000, contro le aspettative di un aumento di 160.000. Si tratta del dato mensile più basso da agosto 2011.

In terzo luogo, il Pil statunitense mostra segnali di accelerazione. Dopo aver vissuto un primo trimestre molto debole (con una crescita annualizzata dello 0,5%), i dati del secondo trimestre sono molto promettenti (il fenomeno del cambio di marcia primaverile ha caratterizzato gli ultimi tre anni). Le stime effettuate in tempo reale dalla Fed di Atlanta mostrano che la crescita del Pil, in scia agli ottimi risultati delle vendite al dettaglio e della produzione industriale, potrebbe essere vicina al 2,5%.

Quarto fattore: i cambiamenti intervenuti nello scenario internazionale. Nel primo trimestre del 2016 la situazione della Cina preoccupava non poco il sistema finanziario ed ha provocato una fase di profonda debolezza delle materie prime fino a febbraio (in particolare per il petrolio). In molti paesi emergenti e in Europa si è iniziato a parlare di recessione. Attualmente l’economia del gigante asiatico cresce tra il 6 e il 7%, le materie prime hanno recuperato parte del terreno perso, le divise emergenti si sono rivalutate e il Vecchio Continente ha dato segni di risveglio.

Il quinto fattore coincide con il rischio che il perdurare di tassi nulli o negativi finisca col generare forti incentivi all’indebitamento e l’assegnazione di risorse a progetti non meritevoli. Di conseguenza, che il processo sfoci nella creazione di un’instabilità finanziaria sul modello di quella che ha imperversato tra il 2001 e il 2007, con l’alimentazione di un’inflazione da consumi sottocontrollo e un’inflazione degli asset finanziari fuori controllo, piantando così le basi per una nuova crisi del credito. Nel primo mandato, ricevuto un secolo fa dalla Banca Centrale Usa, tra gli obiettivi perseguiti dalla Fed figura anche a stabilità finanziaria, una condizione sine qua non se si vuole ambire a una nuova fase di crescita sostenuta.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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