Come risvegliare il drago dell’inflazione?

“Si parla di alzare l’obiettivo di inflazione. È privo di senso se non si può intervenire su quello che si ha al momento”, commenta James Athey, gestore di Aberdeen Asset Management

Il presidente della Federal Reserve di San Francisco, John Williams, ha posto di recente una domanda retorica: “L’obiettivo di inflazione della Fed è troppo basso?”. L’inflazione è di certo ostinatamente bassa. Quindi è un buon punto di partenza ma è la domanda che pone ad essere sbagliata. È necessario un ripensamento delle fondamenta a cominciare da “dovremmo proprio avere un obiettivo di inflazione?”. Dato che non possiamo misurarla, non possiamo controllarla né tantomeno capirla sul serio.

Questo primo problema non è particolarmente nuovo: l’inflazione è davvero difficile da misurare. L’indice dei prezzi al consumo (in inglese Cpi) o indice dei prezzi al dettaglio (in inglese Rpi), che sono usati di solito, sono soltanto delle approssimazioni e nemmeno così efficaci. Alcuni componenti di questi indici hanno un peso elevato sul paniere ma sono volatili. La richiesta di inserire altri elementi ha poco a che vedere con i fattori che sostengono l’inflazione o persino l’economia in esame. L’energia e i prezzi dei generi alimentari hanno esattamente queste caratteristiche, motivo per cui abbiamo degli indici “core” che li escludono. Ma quando li si separa, si finisce per ottenere qualcosa che somiglia ancora meno a quello che dovrebbe essere l’inflazione, a voler seguire le definizioni date dai libri di testo.

Sappiamo che l’inflazione dovrebbe essere funzione della domanda e dell’offerta. Un basso livello di disoccupazione dovrebbe far salire i prezzi. Questa teoria, chiamata curva di Philips, è alla base di molto del pensiero di coloro che lavorano nelle banche centrali. Ma sembra non funzionare più. Nonostante la disoccupazione statunitense sia scesa dal 10% al 5% e oltre, l’inflazione resta ostinatamente bassa, il che significa che i tassi di interesse sono ancora molto bassi. Un bel grattacapo per i banchieri centrali. I loro mandati non sono flessibili e, in condizioni di inflazione con segno positivo, le banche centrali sono tenute a fare qualcosa. I loro stimoli, però, non hanno funzionato. I tassi sono stati ridotti all’osso ma questo drago addormentato che è l’inflazione si rifiuta di svegliarsi.

Ci sono molte teorie sul perché alcune di queste relazioni si siano scardinate. La globalizzazione è sotto accusa. Il modello della curva di Philips dipende dal fatto che i datori di lavoro pagano di più quando il lavoro comincia a scarseggiare. Questi salari più alti permettono a chi vende di alzare i prezzi, essendoci una maggiore domanda, e così ecco l’inflazione. Ma, in realtà, in un’economia globale i datori di lavoro possono importare talento dall’estero senza dover alzare gli stipendi, piuttosto che pagare di più i lavoratori in loco. Tutto a un tratto abbiamo una forza lavoro più ampia perché non dobbiamo limitarci soltanto a quella interna e così la pressione che porterebbe ad aumenti salariali non esiste più nella stessa misura.

L’altro elemento globale è l’effetto dei prezzi importati. In passato questi hanno alterato l’inflazione in modi che all’epoca erano difficili da valutare. Dal 2000 al 2009 l’indice dei prezzi al consumo nel Regno Unito è stato notevolmente stabile, intorno all’obiettivo del 2% fissato dalla Bank of England. È stata l’età dell’oro della crescita economica e dell’inflazione costante. Ma sotto la superficie si nascondeva qualcosa di più destabilizzante.

Nel Regno Unito e in altri paesi la disoccupazione era bassa e i consumi molto elevati. Secondo la curva di Philips, queste condizioni avrebbero dovuto spingere l’inflazione al rialzo. I prezzi avrebbero dovuto crescere visto che i venditori si rendevano conto di poter vendere a prezzi superiori per il fatto che gli stipendi salivano. I venditori interni hanno però dovuto improvvisamente fare i conti con la concorrenza cinese, le cui quote di esportazioni sono schizzate alle stelle nei primi anni ’90 dal 2% al 10%. I produttori di tutto il mondo si sono riversati in Gran Bretagna grazie ai bassi salari e alla valuta relativamente conveniente.

I consumatori potevano acquistare beni a costi ridotti rispetto a quello che sarebbero stati in grado di fare altrimenti e questo fenomeno si è verificato su scala globale. I prezzi sono scesi. Nel Regno Unito il sotto-indice del Cpi dell’abbigliamento ha perso più del 40% tra il 1990 ed il 2008. Questo calo però è stato mascherato da un boom dei consumi in corso nel paese che stava portando l’inflazione generata internamente al di sopra dell’obiettivo fissato. Con il prezzo dei beni provenienti dalla Cina che scendevano, l’effetto è stato neutralizzato.

La pura e semplice verità è che non è possibile valutare il vero stato di un sistema complesso come quello di un’economia osservando soltanto una o due variabili. Se dovessimo valutare la salute della nostra auto dal consumo di carburante e ascoltando il suono del motore allora non noteremmo i pneumatici usurati finché non finissimo fuori strada. Le banche centrali hanno bisogno di mandati e politiche di più ampia portata e di flessibilità. Devono poter tener conto di un insieme di indicatori economici cosicché le loro politiche possano produrre effetti più olistici.

Questi indicatori devono essere disponibili agli investitori e ai mercati finanziari fin da subito in modo da assicurare la trasparenza e la coerenza che sono caratteristiche esemplari delle banche centrali moderne ed indipendenti. È di certo incoraggiante che i banchieri centrali, come quelli della Federal Reserve, stiano cominciando a discutere di questo tema pubblicamente. Ma non ci siamo ancora. Si parla di alzare l’obiettivo di inflazione. È privo di senso se non si può intervenire su quello che si ha al momento. Si tratta di un’opportunità d’oro per i banchieri centrali per dimostrare coraggio e affrontare il problema operando i cambiamenti necessari per aiutare a produrre crescita e stabilità per le generazioni a venire.

Stefania Basso
Laureata all'Università Statale di Milano, dal 2006 collaboro con Fondi&Sicav. Lunga esperienza nel settore del risparmio gestito come marketing manager presso Franklin Templeton Investments e J.P. Morgan Fleming Am a Milano e a Lussemburgo. Breve esperienza presso Lob Media Relations come ufficio stampa per alcune realtà finanziarie estere. In tutto il mio percorso professionale ho lavorato a stretto contatto con persone provenienti da diverse parti del mondo, che mi hanno permesso di avere un approccio dinamico e stimolante e di apprendere attraverso il confronto con realtà differenti.
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