Cometa: il gigante del secondo pilastro

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Consulente finanziario

a cura di Manuel Glauco Matetich

Il top player della previdenza complementare è senza alcun dubbio Cometa. Nato nel 1997, con un accordo tra le organizzazioni di categoria delle imprese (Federmeccanica, Assistal e Intersind) e dei lavoratori (Fim, Fiom, Uilm e Fismic), il Fondo nazionale pensione complementare per i lavoratori dell’industria metalmeccanica, dell’installazione di impianti e dei settori affini e per i dipendenti del settore orafo e argentiero, oggi, con oltre 20 anni di esperienza e più di 440 mila iscritti, è il più importante fondo pensionistico italiano, come racconta il direttore generale Maurizio Agazzi.

Quali sono i comparti di investimento che proponete ai vostri aderenti?

«Cometa ha cinque comparti, di cui uno obbligatorio per legge, che è il TfrSilente. Inoltre abbiamo previsto tre comparti tradizionali legati alle diverse fasce di età: uno per chi sta uscendo, che è un monetario, un obbligazionario bilanciato per chi è nella fascia intermedia, e uno più dinamico per i più giovani, che hanno un orizzonte temporale adeguato per avere un obiettivo di rendimento corretto per il rischio. Abbiamo dovuto aggiungere una quinta gamba, perché ci siamo trovati a rinnovare il comparto garantito ed è emersa la difficoltà a reperire offerenti che dessero la sicurezza sul 100% del capitale investito. Questo segmento è cresciuto in parte per il silenzio assenso (20 mila aderenti), in parte perché 45/50 mila aderenti lo hanno scelto esplicitamente. Oggi viene garantito l’85% del capitale versato e viene messo a rendimento, in gestione finanziaria libera, il restante 15%. Questa è stata una mediazione che ci ha consentito di realizzare una risposta previdenziale di garanzia anche per chi non era coinvolto nel silenzio assenso. Certo, in parte è stato necessario rinunciare alla garanzia totale per beneficiare di questo “zainetto” che consentisse al gestore, da un lato di avere meno oneri dal punto di vista delle riserve, dall’altro di usufruire dell’investimento finanziario per aggiungere anche rendimento».

Come avete affrontato gli effetti della pandemia sui mercati?

«Nel momento in cui è scoppiata la pandemia, non c’era una percezione di quanto ancora questa situazione potesse durare. È chiaro che un investitore che ragiona sul lungo periodo, di fronte a uno shock per quanto nuovo e per quanto enorme non corre ai ripari in termini di ridefinizione dell’asset allocation strategica, ma cerca di monitorare e controllare la situazione, allentando eventuali lacci che impediscono al gestore di muoversi. La nostra mossa, avendo comparti che ragionano in termini di volatilità come parametro di rischio e di confronto, è stata sterilizzare la volatilità derivante dalla pandemia da quella che il gestore si assumeva come rischio, consentendogli di “traghettarci” lungo questo periodo. Il lavoro è stato proprio monitorare i mercati con il gestore, non perdendo di vista l’orizzonte di lungo termine, confrontandoci quotidianamente e allentando alcuni vincoli che avrebbero comportato la messa in liquidazione di tutto il portafoglio per rientrare. Abbiamo così evitato di essere scoperti nel momento della ripartenza e di dovere successivamente ricostruire il portafoglio. Ci siamo focalizzati sull’allocazione tattica dei portafogli».

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