Congiuntura astrale positiva per l’azionario asiatico

Avo Ora, Senior Investment Manager, Pictet-Asian Equities ex-Japan

La prospettiva di una nuova ondata di riforme economiche in Asia, a partire da India e Cina, sembra entusiasmare gli investitori. Un ottimismo giustificato? Se sì, come si ripercuote sul vostro portafoglio?

L’euforia per le riforme è giustificata, soprattutto se le riforme riguardano India e Cina. In India, l’elezione di un primo Ministro che sta dalla parte delle aziende ha rappresentato una svolta per il Paese. Narendra Modi ha già varato una serie di riforme positive, fra cui la revisione della legislazione sul lavoro, la riduzione dei sussidi petroliferi e un’iniziativa di e-governance che dovrebbe rendere la macchina statale più responsabile e reattiva. Persino gli interventi più modesti possono liberare il potenziale delle aziende indiane. Ad esempio, assumendo 1.000 nuovi funzionari all’ufficio brevetti il Paese potrebbe ridurre l’enorme mole di arretrati – secondo le stime vi sono circa 200.000 domande di brevetto ancora inevase. Siamo particolarmente interessati alle opportunità di investimento associate ai piani di espansione urbanistica di Modi. Per migliorare i centri delle città indiane occorre un forte coinvolgimento del settore finanziario locale, chiamato a raccogliere e convogliare i fondi necessari. Per questo abbiamo investito in alcune banche indiane.

Anche sul mercato cinese gli investimenti non possono prescindere dal piano di riforme. Un’area di interesse in questo senso è il mercato dei capitali, sinora di difficile accesso per gli investitori esteri in base agli standard internazionali. Ma con lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect – che armonizza le operazioni fra questi poli onshore e offshore – le cose stanno iniziando a cambiare. Dal lancio del programma il turnover giornaliero medio delle piazze cinesi si è impennato, e noi stiamo acquistando titoli di società finanziarie destinate a beneficiare dell’internazionalizzazione del mercato della Cina continentale. Il margine di crescita è decisamente ampio, dal momento che la capitalizzazione del listino cinese è insolitamente bassa rispetto al livello dei depositi bancari interni.

Un altro ambito interessato dalle riforme è quello delle aziende statali cinesi: qui il governo sta cercando di aumentare l’efficienza, attrarre investimenti privati e migliorare redditività, rendimenti e corporate governance. Che il settore necessiti di una ristrutturazione è indubbio: la redditività media dell’attivo di queste società è pari al 4,6% contro il 9,1% di quelle private. Sempre più imprese statali prendono quindi come riferimento le controparti internazionali per parametri come redditività e ROE. Questo fenomeno potrebbe incrementare il rendimento degli azionisti sottoforma di un aumento dei dividendi.

Il rallentamento dell’economia cinese creerà indubbiamente qualche difficoltà in alcune regioni dell’Asia. Le società dei settori materiali di base ed energia saranno penalizzate dalla riduzione della principale fonte di domanda incrementale. Ad esempio, gli esportatori thailandesi di gomma e i produttori indiani di materiali subiranno probabilmente un calo delle prospettive di utili.

Ma la decelerazione della Cina non deve preoccupare troppo gli investitori. Sotto un certo punto di vista un’espansione più contenuta dovrebbe essere giudicata positivamente, poiché riflette la transizione del Paese a un’economia più bilanciata e basata sui consumi. Poiché questo passaggio implicherà il consolidamento di diversi settori, gli investitori dovranno essere abili nell’individuare le società in grado di sopravvivere allo scossone.

È proprio questa la nostra strategia in aree come quella del cemento e dell’acciaio: puntiamo sulle aziende cinesi a basso costo e caratterizzate da una rigorosa disciplina finanziaria che a nostro avviso supereranno brillantemente i prossimi due-tre anni sino a diventare leader di mercato.

La riforma economica della Cina avrà sicuramente ripercussioni anche a livello internazionale. Con la riduzione dei volumi di merce a buon mercato e con margini risicati, il grosso della produzione sarà appannaggio di altri Paesi asiatici come Vietnam, Indonesia e Thailandia, dove il costo del lavoro è più competitivo.

Al contempo, si assisterà probabilmente a un aumento della spesa al consumo interna, oltre che a una crescita del turismo cinese nella regione asiatica. Contiamo di sfruttare questi fenomeni investendo in operatori aeroportuali e società del tempo libero in tutta l’area.

Quindi, le aziende cinesi e di altri Paesi asiatici abbandoneranno gradualmente la produzione di merci con margini scarsi per dedicasi a prodotti e servizi più sofisticati. Può farci qualche esempio?

In generale, diversi segnali indicano che questa transizione è già ben avviata. A dire il vero, il trend è iniziato negli anni ’70, quando in Corea nacque il settore high-tech. Che l’Asia (e in particolare la Cina) punti molto sull’innovazione lo si intuisce facilmente dal numero di domande di brevetto presentate anno dopo anno. Nel 2014, le richieste di brevetto sono cresciute di poco più del 26% in Cina e dell’8,3% in Corea, anni luce dal +5,3% registrato negli USA, per non parlare della flessione dello 0,4% in Europa.

Società cinesi come Alibaba e Xiaomi testimoniano la spinta innovativa che muove la Cina e non solo. Alibaba si è affermata rapidamente come n. 1 dell’e-commerce a livello mondiale in base al valore lordo della merce. È interessante notare che la società deve il suo potenziale di crescita globale al fatto di aver saputo costruire un business solido anzitutto nel suo Paese, che ora le consente di prendere dei rischi e innovare per potersi espandere all’estero. Il produttore di cellulari a basso costo Xiaomi ha una storia analoga. Se da un lato consolida la propria presenza sul mercato interno battendo le concorrenti sul fronte dei costi ed esporta il suo modello low-cost in altri Paesi emergenti come l’India, dall’altro sta introducendo prodotti di fascia più alta (ma sempre a buon mercato) in Cina per competere con nomi del calibro di Apple e Samsung. Al contempo, Xiaomi sta sviluppando software e hardware più sofisticati che consentano di ottenere margini più interessanti.

Gli utili societari in questa regione sono in ripresa. I corsi azionari scontano già questo aumento?

Nel 2014 gli utili delle aziende asiatiche hanno registrato buoni progressi (+10% circa).
Per quest’anno prevediamo un ulteriore miglioramento, nell’ordine del 10-15%.
Questa stima, già positiva su base assoluta, è ancora più significativa se paragonata alle previsioni di crescita degli utili nelle aree avanzate.

Le società asiatiche, in gran parte ad alta intensità di energia, trarranno infatti maggiori vantaggi dal crollo di oltre il 50% del prezzo del petrolio rispetto alle aziende di altre regioni. In base alle nostre analisi, un calo del greggio del 25% corrisponde a 0,8 punti percentuali della crescita economica annua dell’Asia. La flessione dei prezzi dell’energia si traduce quindi in un aumento dei margini di profitto e del potere di acquisto dei consumatori. Il costante rialzo dell’USD costituisce un altro elemento favorevole, in quanto aumenta la competitività delle aziende asiatiche su scala globale. Ma quello che conta è che i corsi azionari ancora non riflettono questi fattori.

Contrariamente a quanto si è assistito sulle piazze azionarie di Stati Uniti ed Europa, le borse asiatiche sono rimaste su livelli insolitamente bassi rispetto ai dati storici, sia in base al PBV che in base al PE. Entrambi i parametri rivelano che l’asset class scambia a circa 0,5 deviazioni standard sotto la media di lungo periodo. Se gli utili accelereranno come previsto, dovrebbero aumentare anche i dividendi azionari. Le società asiatiche godono di una posizione particolarmente favorevole per incrementare le distribuzioni, dal momento che hanno accumulato riserve di liquidità molto ampie in rapporto al patrimonio complessivo e di gran lunga superiori a quelle delle aziende in altre regioni.

Quali rischi all’orizzonte?

I rischi che cercheremo di evitare o ridurre nel corso dell’anno sono di carattere macro e microeconomico. Sul fronte macroeconomico, continuiamo a tenere d’occhio la politica monetaria degli Stati Uniti. Un rialzo dei tassi negli USA potrebbe ripercuotersi sui mercati obbligazionari dell’Asia (Indonesia, Thailandia, Filippine), con effetti a catena sulle borse.

Detto ciò, il crollo del petrolio dovrebbe compensare parte degli effetti negativi di un inasprimento dei tassi americani.

Lo stato dell’economia cinese è un’altra fonte di preoccupazione. Sebbene il tasso di crescita attuale ci sembri sostenibile, continuiamo a monitorare la liquidità dei mercati del credito, la politica della banca centrale e gli sviluppi nel settore immobiliare.

A livello aziendale, gli utili sono influenzati, in positivo o in negativo, dalle recenti oscillazioni di greggio, commodity, USD e JPY. Stiamo individuando le aree suscettibili di nuove revisioni al ribasso degli utili, come le società petrolifere cinesi e gli esportatori molto esposti al Brasile o alla Russia. Potrebbero essere questi i segmenti da evitare nel breve periodo.