Corralito per la Borsa cinese

A cura di Rocki Gialanella

Ieri le autorita’ cinesi hanno deciso che gli investitori che possiedono più del 5% di una societa’ non potranno vendere azioni per un periodo di sei mesi.

La decisione si somma alla proibizione per le imprese statali di liberarsi dei titoli di rischio che possiedono. L’interventismo del governo di Pechino denota la volontà di frenare una caduta delle quotazioni che appare inarrestabile: il mercato azionario domestico ha perso più del 30% in appena un mese e la capitalizzazione di Borsa è scesa dagli 8900 mld ai 5.900 mld di euro. I tre indici principali del mercato cinese (CSI 300, Shanghai e Shenzen) accumulano perdite comprese tra il 30% e il 40%.

Stando ai dati raccolti da Bloomberg, ci sono 1.331 società cinesi sospese dalle quotazioni (approssimativamente il 40% del totale). Allo stesso tempo, la Banca Centrale cinese ha ridotto i tassi d’interesse dal 5,10% al 4,85% ed ha rivisto al ribasso il coefficiente di riserva richiesto agli istituti di credito. Il dato più preoccupante è che sono le stesse aziende cinesi a sollecitare la sospensione della quotazione.

In molti casi erano state le stesse società ad innescare processi non proprio virtuosi e trasparenti: fino a un mese fa, sulla scia della crescita dei rispettivi livelli di capitalizzazione -tra l’inizio del 2014 e il giugno del 2015 i principali indici azionari domestici si erano rivalutati più del 100%-, le società si erano lanciate nell’acquisto di azioni proprie con il denaro conseguito mediante prestiti garantiti dalle stesse azioni. E siccome le quotazioni si stanno sgonfiando con forza, le aziende sono attualmente costrette a dare in garanzia più azioni per far fronte a questi prestiti. Un circolo vizioso che alla lunga non ha pagato. Dinanzi a siffatta situazione, il congelamento delle quotazioni è stato visto come l’unica modalità d’intervento prima che la situazione si deteriori ulteriormente.

Questa non è stata l’unica misura introdotta dal Governo cinese per far fronte alla situazione. La lista si è ampliata nelle ultime due settimane. Il taglio del costo del denaro da parte della Banca Centrale cinese è stato accompagnato dall’appoggio finanziario dell’istituto alla CSFC per l’acquisto di azioni di società quotate.

Il progetto messo a punto dalle autorità cinesi per la Borsa nazionale ricalcava le orme di quello realizzato per lo yuan: progressiva apertura e liberalizzazione programmate da Pechino. Il rialzo delle quotazioni sperimentato nell’ultimo anno e mezzo veniva visto come una prova di forza dell’economia cinese e della volontà di realizzare un’apertura ordinata dei mercati agli investitori stranieri. Nell’ultimo mese, le autorità di Pechino hanno capito che la Borsa non è lo yuan e che all’interno di un mercato dei capitali completamente aperto, le difficoltà e i rischi potranno solo crescere.

Rocki Gialanella
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.