Dall’inizio dell’anno: S&P500 +1%, Eurostoxx +17%

Per quanto la sovraperformance europea sia un dato di fatto, e’ comunque curioso notare come venga in buona parte meno passando dalla performance in valuta locale a quella in Dollari: S&P500 +1%, Eurostoxx +2%. L’analisi di Banca Intermobiliare

In sostanza un contributo non trascurabile al movimento relativo delle Borse è derivato dalle variazioni valutarie conseguenti al QE lanciato da Draghi, come d’altronde in parte già verificatosi prima negli Stati Uniti con i vari QE di Bernanke e poi in Giappone con il QQE della BoJ. Nel caso dell’Euro l’effetto è stato anche accentuato dal fatto che la partenza del QE è avvenuta in concomitanza con la fase di transizione che sta caratterizzando la politica monetaria della FED. In questo contesto, acquista una particolare rilevanza il FOMC che si chiude domani: l’attenzione è rivolta in modo particolare a come la Yellen gestirà il termine “patient” con riferimento all’avvio del rialzo dei tassi di interesse. Secondo lo strategist Yardeni il comunicato della FED potrebbe cambiare eliminando il termine “patient” dalla tempistica dell’avvio del rialzo, per inserirlo con riferimento al percorso dei tassi di interesse successivamente al primo aumento. Un’evoluzione in linea con quella da noi espressa nelle scorse settimane, secondo cui la Yellen potrebbe arrivare in tempi abbastanza stretti al rialzo dei tassi (tra giugno e settembre), anche per liberarsi dal condizionamento del primo aumento, salvo poi procedere con estrema cautela negli incrementi successivi.

La situazione resta comunque estremamente fluida, anche perché è probabile che nel FOMC di domani la Yellen vorrà garantirsi la maggiore flessibilità possibile e, quindi, sottolineerà ulteriormente il carattere “data dependent” delle future mosse di politica monetaria. A questo proposito va tenuto presente che, se vi sono stati chiari miglioramenti sul fronte occupazionale, l’incremento dei salari continua ad essere contenuto e l’ultima batteria di dati consuntivi sull’andamento dell’economia americana è stata piuttosto deludente (anche se resta da valutare l’impatto delle difficili condizioni meteo in questi primi mesi dell’anno). Considerato il movimento degli ultimi mesi, la variabile più delicata da monitorare per la Yellen sta però diventando proprio il cambio EuroDollaro, che con i livelli raggiunti rischia di esercitare un deciso effettivo restrittivo sull’economia. Non a caso, proprio per la forza del Dollaro le stime di EPS sullo S&P500 sono ancora state riviste al ribasso ed a questo punto è prevista una crescita modesta rispetto all’anno scorso. Considerate queste premesse ed il livello di compiacenza che ha caratterizzato i mercati finanziari in questa prima parte dell’anno, è possibile che il meeting della FED possa portare da un lato a una fase più contrastata del cambio EuroDollaro, dall’altro a un certo incremento della volatilità. Da tenere presente che sul fronte americano si sta anche avvicinando la earning season sul 1Q in occasione della quale si toccherà con mano l’effetto negativo del Dollaro forte e del rallentamento dell’economia in questi primi mesi dell’anno (nel 1Q è attesa una contrazione degli utili del 3% rispetto al medesimo periodo del 2014).

Nell’insieme comunque su Wall Street non ci attendiamo movimenti importanti e crediamo sia destinata a prevalere una fase di lateralizzazione, magari in un range abbastanza ampio, che nello scorso numero abbiamo individuato nell’area 1980 verso il basso e nei recenti massimi verso l’alto (nel breve è difficile individuare up-side considerata la modesta crescita attesa dagli utili, gli impegnativi multipli valutativi e l’ormai prossimo rialzo dei tassi di interessi). Una maggiore volatilità su Wall Street ed una minore direzionalità del cambio EuroDollaro potrebbe rallentare il trend delle Borse europee, fisiologico dopo il deciso allungo da inizio anno. Va comunque tenuto presente che l’Euro debole è stato solo uno dei driver dei mercati azionari europei e restano validi tutti gli elementi a sostegno del trend di ripresa congiunturale (calo del petrolio, QE, miglioramento del ciclo del credito, minore austerity fiscale). Dal contesto delineato è evidente che continua il paradigma dominato dalle Banche Centrali o comunque dalle decisioni di policy: ultima prova la Cina, dove il buon andamento della Borsa evidenzia ancora una volta come gli operatori stiano dando maggiore peso alle aspettative di stimolo rispetto ai rischi di hard landing. Chissà se prima o poi la scena tornerà ad essere guidata dall’economia reale, magari iniziando proprio dagli Stati Uniti che sono stati i “pionieri” nell’ambito della politica monetaria ultra espansiva. Parola alla Yellen.