Debito emergente. A Daniel Shaykevich, lead portfolio manager Emerging Markets Bond Fund di Vanguard, Fondi&Sicav ha chiesto di fare il punto sul debito dei mercati emergenti dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente.

Quali potrebbero essere le conseguenze della guerra in Medio Oriente sui mercati emergenti?
Da un punto di vista finanziario, nel valutare le conseguenze della guerra sulle economie emergenti — che inevitabilmente si riflettono anche sulla vita quotidiana di individui e imprese — ritengo opportuno distinguere l’analisi in due ambiti: gli impatti di natura fondamentale e quelli più legati all’aspetto tecnico-finanziario. Il primo riguarda le conseguenze del rincaro dei costi energetici, gas e petrolio, che ovviamente variano in base alla dinamica degli aumenti e alla loro durata.
Di conseguenza, saranno diverse le ripercussioni sul tessuto economico. In linea di massima si può affermare che, se il conflitto dovesse durare poche settimane, allora il mercato del greggio si stabilizzerebbe molto velocemente, mentre per il gas naturale occorrerebbe un po’ più di tempo. L’aspetto tecnico-finanziario è ascrivibile alla forza mostrata dai mercati dove la volatilità, ad eccezione dell’annuncio della Casa Bianca sui dazi, è stata decisamente contenuta.
In tale situazione si sono formati dei posizionamenti affollati, che sono diventati oggetto di smobilitazione delle posizioni nel momento in cui si è verificato uno shock energetico sulle piazze finanziarie.
Come ha reagito il debito emergente agli eventi delle ultime settimane?
La reazione, in termini di spread, è stata molto contenuta: tra i 5 e i 15 punti base, con allargamenti più ampi, nell’ordine di 50 punti base, per i paesi con fondamentali maggiormente deboli, come nel caso del Bahrain. Tuttavia, se la situazione dovesse deteriorarsi in modo significativo, allora sarebbero i paesi nel Medio Oriente in una condizione più precaria a essere colpiti, fermo restando che nei loro confronti è altamente presumibile scatti un salvataggio da parte delle nazioni limitrofe.
A questi ultimi vanno aggiunti i paesi con un’elevata dipendenza energetica dall’esterno, se il prezzo dei combustibili fossili dovesse rimanere elevato per un lungo periodo. Ma, per il momento, non è questo lo scenario che prendiamo in considerazione. La reazione più visibile, invece si è vista sul mercato dei tassi e delle valute locali.
Queste ultime nel 2025 avevano beneficiato della debolezza del dollaro, che ha conosciuto – a mio parere giustamente – un rafforzamento dallo scoppio della guerra in Medio Oriente: l’economia americana è solida, così come le aspettative future e i timori legati a un aumento del debito pubblico sono trasversali a quasi tutte le economie avanzate. In generale riteniamo che il mercato fosse troppo fiducioso che la debolezza del biglietto verde potesse continuare.
Ciò non significa che non crediamo a un apprezzamento nel lungo periodo delle valute emergenti, ma in alcuni casi ciò è forse avvenuto troppo velocemente. Infine, gli eventi attuali dimostrano, tra le altre cose, l’incredibile vantaggio degli Stati Uniti ad esempio nei confronti dell’Europa per quanto riguarda l’indipendenza energetica.
Ma se l’inflazione dovesse riprendere, non vede la possibilità che anche le banche centrali possano cambiare il loro atteggiamento?
In materia di tassi, si è attraversato un vero e proprio periodo di disinflazione che ha riguardato diversi paesi, dall’Europa Centrale al Sud Africa, che hanno attratto l’interesse degli investitori.
Cosa succederà nel futuro non è semplice da prevedere, ma credo che in merito a un possibile cambiamento della posizione delle banche centrali emergenti, le reazioni saranno diverse in base alle condizioni dei singoli paesi. In generale, prima dello scoppio del conflitto, il calo generalizzato dell’inflazione aveva aperto spazi per un ulteriore allentamento della politica monetaria. Ora, per alcuni di questi paesi, la decisione potrebbe non essere imminente a causa dell’aumento dell’incertezza sull’andamento dei prezzi al consumo.
C’è però un fatto curioso che è avvenuto in questi giorni. Teoricamente, uno shock sui prezzi dell’energia dovrebbe influenzare soprattutto la parte a breve della curva dei rendimenti. Tuttavia, ciò che è accaduto è che l’aumento ha riguardato tutte le scadenze, dimostrazione a mio parere che c’erano delle ingenti posizioni che sono state chiuse. Dal nostro punto di vista, data l’incertezza sulla durata della guerra, preferiamo le parti più lunghe della curva dei rendimenti, piuttosto che cercare di capire il fair value dei tassi a breve.
Quali sono le sue considerazioni sulle valutazioni del debito emergente?
All’interno del più vasto universo del reddito fisso, preferiamo il debito emergente, dove gli spread sono a livelli equi o interessanti. Lo scorso anno è stato la vetrina per questa classe di attivo che ha riportato guadagni che hanno quasi tenuto il passo di quelli azionari. Per il 2026, riteniamo il rendimento da carry sia l’aspetto su cui puntare più che sul restringimento degli spread, nell’ambito di una gestione attiva orientata a massimizzare i rendimenti contenendo il rischio.
Infatti, anche se gli spread sono compressi, ci sono sempre altri modi per ottimizzare il portafoglio. Cercare extra-rendimento in mercati più rischiosi come quelli di frontiera, che sono i più reattivi a soffrire lo stress di una volatilità in aumento, potrebbe essere complicato. E se l’incertezza dovesse aumentare, non è escluso che gli investitori richiedano un premio maggiore per investire in attivi con una liquidità limitata.
Si è soliti dire che un dollaro debole favorisce i mercati emergenti, soprattutto quando la Fed sta per tagliare i tassi. Sarà così anche questa volta?
Perché i mercati emergenti facciano registrare corsi al rialzo non è necessario che il dollaro sia debole. Indubbiamente, la debolezza del biglietto verde nel 2025 ha amplificato la performance di questa classe di attivo, ma ciò che conta è che i mercati locali offrano tassi di interesse reali positivi e attraenti rispetto a quelli dei mercati sviluppati. È tutta una questione di differenza relativa tra i tassi reali.
Quando le banche centrali dei mercati emergenti lasciano alzare i tassi di mercato per fare sì che l’incremento dei prezzi delle materie prime non si traduca in inflazione nel lungo periodo, mentre la Fed rimane ferma, le condizioni per il debito emergente continuano a essere favorevoli.
Da un punto di vista operativo, ciò non significa che stiamo aggiungendo aggressivamente esposizione al debito emergente in valuta locale, perché pensiamo che occorra ancora un po’ di “pulizia” nel mercato. Quantunque, se dovesse esserci ulteriore debolezza a fronte di un atteggiamento responsabile delle autorità monetarie, saremmo inclini a considerare la possibilità di farlo.
Nelle ultime due settimane abbiamo aumentato alcune esposizioni che avevano raggiunto livelli interessanti, abbiamo ridotto il sottopeso in alcune emissioni del Medio Oriente, visto l’allargamento degli spread, e abbiamo iniziato a incrementare le esposizioni nell’Europa Centrale e in Sud Africa.
A livello regionale, l’America Latina ha offerto lo scorso anno dei ritorni interessanti. Che cosa si aspetta per quest’anno?
Il Brasile è un paese in cui c’è molta incertezza su quale indirizzo prenderà la politica fiscale che guida i premi riflessi nei tassi reali. Nel caso specifico, sono tra i più alti al mondo. Se si analizza la bilancia dei pagamenti del Paese si può notare che è forte, non ha molto debito con l’estero ed è un’economia relativamente chiusa.
Ciò significa che il Brasile non dovrebbe essere particolarmente colpito da quanto sta succedendo, ma se la politica fiscale dovesse rimanere accomodante potrebbe creare ulteriore inflazione e spingere la banca centrale a continuare a offrire tassi reali elevati.
Per quanto riguarda l’Argentina ci sono stati dei miglioramenti significativi, con la popolazione che ha accettato dei sacrifici pur di porre fine alla spirale inflativa e rimettere in sesto i conti pubblici. In Ecuador c’è una continuità politica e una buona collaborazione con gli Stati Uniti; la nazione, tra l’altro, beneficerà nel breve del rialzo del prezzo del petrolio. Anche il Messico sta lavorando a stretto contatto con l’America su questioni economiche e legate alla sicurezza.

